Strasburgo: «no crocifisso in aula». Smith: «inevitabile»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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L'AQUILA. La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è «una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni». Smith: «era inevitabile».



L'AQUILA. La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è «una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni». Smith: «era inevitabile».



Oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha pronunciato la sentenza su un'istanza presentata da una cittadina italiana.
Ma il governo italiano annuncia il ricorso contro la decisione di Strasburgo.
«Una sentenza così era inevitabile: i sostenitori del crocifisso in aula dovevano aspettarselo, perché, in uno Stato che si definisce laico, non si può opprimere tutte le altre confessioni esibendo un simbolo di una determinata confessione», ha commentato con soddisfazione il presidente dell'Unione musulmani d'Italia, Adel Smith.
Smith era balzato all'onore delle cronache nell'autunno del 2003 quando scatenò, a livello nazionale, la polemica sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche.
Contro la presenza del solo simbolo della religione cattolica nelle scuole, Smith aveva fatto appendere nella scuola di Ofena frequentata dai suoi due figli - un simbolo della religione musulmana.
Il simbolo era stato poi rimosso dalle autorità scolastiche e Smith era ricorso al Tribunale dell'Aquila che, con una sentenza dell'ottobre 2003, aveva disposto la rimozione del crocifisso dall'aula della scuola; l'esecuzione dell'ordinanza era stata poi sospesa dal presidente dello stesso Tribunale, in accoglimento di un ricorso presentato dal Ministero dell'Istruzione tramite l'Avvocatura dello Stato.
Per il presidente adesso «la sentenza dovrà essere applicata, altrimenti l'Italia dovrà pagare molti soldi a chi non viene rispettato, non applicando alla lettera il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione».
«Non ci deve essere alcun simbolo nelle aule - ha aggiunto - e se lo Stato vuole essere chiamato laico come si definisce non può sostenere una confessione in particolare».


IL GIUDICE TOSTI E LE AULE DI TRIBUNALE


Da anni è impegnato in una analoga battaglia anche il giudice Tosti che vorrebbe vietare l'esposizione del crocifisso nella aule di tribunale.
«E' una sentenza coerente con quanto abbiamo sostenuto da anni nella nostra battaglia legale che fissa il principio di eguaglianza e di libertà», ha detto il legale del giudice anti-crocifisso, l'aquilano Dario Visconti.
«Il pronunciamento - ha commentato l'avvocato del foro aquilano - conferma che non ci può essere il privilegio a favore di una cultura o di una confessione: il crocifisso infatti è il simbolo di una cultura o di una confessione, e la sua esposizione in pubblico è comunicazione di valori che appartengono a tali culture».
Secondo Visconti «si tratta solo di mettere tutti sullo stesso piano: bisogna stare attenti però, soprattutto dal punto di vista dei mass media, a non travisare il senso della sentenza, perché non deve essere valutata come una guerra di religione, ma come l'affermazione di diritti della personalità».
Tosti si è più volte rifiutato di svolgere le udienze per la presenza del crocifisso nelle aule, facendo appello alla libertà di religione.
La Cassazione lo scorso 17 luglio ha sentenziato «una sostanziale sua dignità e meriterebbe un adeguato approfondimento per verificarne la fondatezza o meno».
I supremi giudici hanno cancellato la sentenza di condanna emessa nel 2007 dalla Corte d'Appello dell'Aquila, perché, dalla ricostruzione dei fatti, non si era verificata una «omissione di atti di ufficio», in quanto il giudice, nel rifiutarsi di operare, aveva segnalato la sua protesta al Presidente del Tribunale di Camerino, che «aveva tempestivamente provveduto a sostituirlo con altri magistrati, sicché l'attività giudiziaria si era egualmente svolta».
Non c'era stato reato, quindi, secondo i Supremi giudici, ma si erano verificati, al massimo, «problemi di organizzazione interna dell'ufficio».

03/11/2009 14.48

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