Bussi… e la discarica è sempre lì (né bonificata, né messa in sicurezza)

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Bussi… e la discarica è sempre lì (né bonificata, né messa in sicurezza)
BUSSI. Il nostro è un Paese davvero strano. E’ possibile interrare tonnellate di rifiuti sotto il naso di un intero paese. Decenni dopo si scopre la mega discarica e passano gli anni ma a nessuno sfiora l’idea che magari vada messa in sicurezza. * BUSSI COME SPINETTA MARENGO. ALLE IENE UN ALTRO CASO MONTEDISON

Non basta dunque che per decenni quei veleni abbiano inquinato acqua e terreni con il falso alibi che “nessuno sapeva”. Ora quale alibi utilizzeranno gli enti preposti per difendersi dalla enorme accusa di inerzia?
E già perché la legge parla chiaro: in situazioni come quella delle mega discariche di Bussi i terreni vanno messi in sicurezza per evitare che l'inquinamento continui a propagarsi.
Perché, sia chiaro, la discarica è sempre lì così come è stata scoperta.
La bonifica sembra un sogno talmente lontano che nessuno ne parla nemmeno più.
Ma almeno quell'area sarà stata messa in sicurezza in modo che quei veleni non inquinino più le falde?
Nemmeno questo. I veleni continuano a propagarsi, arrivano nel fiume e da lì al mare.
La colpa -perché il buon senso ci dice che esiste una colpa- di chi è?
Le Associazioni Italia Nostra, Marevivo, MilaDonnambiente ed Eva – Ecoistituto Verde Abruzzese, hanno inviato ieri, una diffida ad adempiere al Commissario Delegato Adriano Goio.
La diffida sollecita il suo intervento per la messa in sicurezza delle aree di proprietà Montedison a Bussi, «stante il grave e persistente inadempimento della società. Tale intervento è doveroso anche alla luce delle funzioni commissariali».
Risulta, in particolare, che l'11 agosto 2009 il Commissario Goio abbia chiesto a Montedison di far pervenire entro 45 giorni il progetto di messa in sicurezza del sito, a fronte «dell'imponente inquinamento idrico il quale richiede interventi non ulteriormente rinviabili».
In caso d'inerzia lo stesso Commissario avrebbe proceduto d'ufficio, in danno della società cioè addebitando le spese alla Montedison.
Il termine è di sicuro scaduto. Sono cominciate le opere della messa in sicurezza?
La “messa in sicurezza” è un'operazione prevista dalla legge come primo intervento (in attesa della bonifica), per evitare che l' inquinamento in atto continui a diffondersi e a manifestare i suoi tragici effetti sulle falde idriche, sulle acque del fiume e sulla relativa vita acquatica, sul mare, con grave rischio per la salute dei cittadini.
«Ad oggi, dopo quasi tre anni dalla scoperta di questo disastro ambientale, nulla è stato fatto, neppure per la messa in sicurezza», denunciano le associazioni, «la diffida dunque è solo il primo atto: le scriventi Associazioni stanno infatti elaborando un esposto relativo proprio all'omessa bonifica del sito».
E già perché mentre per le altre aree la Solvay pare abbia già attivato la messa in sicurezza, per la zona ancora di competenza della Montedison nulla è stato fatto.
La Montedison ora rischia l'accusa di “inosservanza dei provvedimenti dell'autorità”, in questo caso del commissario Goio. Pena: arresto fino a 3 mesi o 200 euro di multa.
Alla Montedison tremano tutti.

29/10/2009 17.24


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BUSSI COME SPINETTA MARENGO. ALLE IENE UN ALTRO CASO MONTEDISON

BUSSI. Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, come Bussi. Le due cittadine per oltre trent'anni hanno vissuto grazie al polo chimico della Montedisono poi passato di mano, in entrambi i casi, alla Solvay.
Della realtà abruzzese ormai si conosce quasi tutto: dopo la scoperta della mega discarica dei veleni rinvenuta nel 2007 il caso è scoppiato. Il processo partirà nel 2010 e il reato ipotizzato è quello di avvelenamento delle acque. Tra gli indagati anche i dirigenti della Montedison.
Un filo comune tra Bussi e Spinetta già c'era: i faldoni con documentazione ritenuta molto importante e finita nel processo in extremis. Documentazione che proverebbe responsabilità antiche.
A Spinetta Marengo, invece, come raccontato in un accurato servizio delle Iene, pochi mesi fa sono scattati 4 avvisi di garanzia, diretti questa volta alla nuova proprietà, ovvero alla Solvay. Reato ipotizzato, anche in quel caso, avvelenamento ambientale.
La Asl locale, si spiega nel servizio delle Iene, «ha trovato una alta concentrazione di cromo esavalente, un minerale altamente nocivo che può provocare cancro, sterilità e addirittura mutazioni genetiche».
Il minerale è stato smaltito nel corso dei decenni sotterrandolo sotto ai terreni della fabbrica.
In più c'era un accordo tra azienda e cittadini del comprensorio: «i residenti hanno detto si all'impianto», si spiega nel servizio, «ma in cambio ricevevano acqua gratis di un pozzo all'interno della fabbrica».
«Il polo chimico», spiega l'inviato Luigi Pelazza, «ha fornito acqua inquinata alle famiglie fino al 2008, cioè fino a quando il sindaco di Alessandria ha emesso una ordinanza di chiusura». Il primo cittadino conferma: «lo abbiamo chiuso perchè non aveva valori corretti. La nostra non è stata una operazione in via precauzionalmente come dicono dalla Solvay».
Il sottosuolo non sta di certo meglio. Infatti, nonostante la lavorazione dei bicromati minerali sia stata interrotta negli anni 70 «il materiale è ancora là sotto».

«COLPE DELLA MONTEDISON MA SOLVAY SAPEVA»

Nel 2002 Montedison ha venduto i suoi impianti chimici ed è arrivata la Solvay, che dopo l'acquisto «ha stipulato un piano di bonifica per evitare che gli inquinanti arrivassero nella falda». Ma questa bonifica non sarebbe mai avvenuta.
Come ammesso anche da alcuni dirigenti della proprietà attuale «nel terreno c'è ancora cromo esavalente», così come nel fondo dei muri di alcune zone della fabbrica, tanto che alcuni laboratori sono stati chiusi (ma non bonificati) e gli operai sono stati trasferiti altrove. Lì però, i dipendenti ci avrebbero lavorato per anni, esposti inconsapevolmente a rischi altissimi.
Le Iene hanno incontrato anche un ex operaio che ha denunciato la strana comparsa di percolato giallo dai muri della fabbrica dopo una forte nevicata.
Le analisi (arrivate dopo un anno dalla denuncia) hanno confermato che si trattava del minerale cancerogeno. L'ufficio è stato chiuso e l'operaio licenziato.

NON SOLO CROMO

Nel servizio delle Iene si mette inoltre in evidenza come il rischio per la salute dei dipendenti e dei cittadini che vivono in zona non sia solo il cromo ma anche altri inquinanti che si propagano per via aerea.
Sostanze tossiche vere e proprie, una tra tutte il Pfib. Secondo rilevazioni in possesso delle Iene i limiti stabiliti dalla legge sarebbero stati superati «anche di oltre 200 volte il limite consentito».
Anche per questo il sindaco ha spiegato che il Comune si sta dotando di centraline autonome per poter verificare personalmente. «Se dovesse uscire inavvertitamente del componente chimico», ha commentato il primo cittadino, «qui muoiono 3 mila persone in mezz'ora».

L'ARPA CONFERMA

Anche dall'Arpa piemontose (omologa dell'Arta abruzzese, l'agenzia per la tutela dell'Ambiente) hanno confermato tutto. Secondo la dirigente interpellata dalla trasmissione di Italia 1 «il rischio maggiore è quello dei lavoratori e chi autorizza queste ditte si dovrà assumere le proprie responsabilità».
Per togliere definitivamente il cromo, inoltre, «è inutile- sostengono dall'Arpa- chiudere gli uffici, bisogna raschiare via tutto e impedire che le sostanze finiscano nell'acqua».
I cittadini da parte loro confermano che per 30 anni hanno bevuto quell'acqua che oggi scoprono avvelenata, «perchè ci fidavamo della Montedison».
Il polo chimico, proprio come a Bussi, ha fatto la fortuna di quel posto e adesso «la paura più grande non è l'acqua cancerogena ma che la fabbrica chiuda e si perdano posti di lavoro».

a.l. 30/10/2009 9.20









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