Truffa da 4,2 mld al Fisco: somme recuperate, responsabili incerti

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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PESCARA. Sarebbe vicina alla chiusura l’inchiesta che contesta la truffa e la tentata truffa ai colossi (in alcuni casi ex) di Wall Street: Goldman Sachs, JpMorgan Chase e Lehman Brothers.

PESCARA. Sarebbe vicina alla chiusura l'inchiesta che contesta la truffa e la tentata truffa ai colossi (in alcuni casi ex) di Wall Street: Goldman Sachs, JpMorgan Chase e Lehman Brothers. Dopo il sequestro della somma frutto del reato, circa 4,2 miliardi di euro, l'inchiesta è andata avanti per cercare di scovare i responsabili.
Nel frattempo tuttavia sono intervenuti nuovi fatti che fino ad ora hanno reso impossibile scoprire i veri autori della tentata truffa colossale.
Infatti dopo l'autorizzazione del gip al sequestro per equivalente di 4,2 mld di euro presso l'Agenzia delle entrate -che per fortuna non aveva ancora erogato i pagamenti dei rimborsi richiesti (circa 42mila domande di rimborso)- le banche sembra siano scese a più miti consigli aprendo una vera e propria trattativa. Una trattativa avviata “spontaneamente” che ha permesso una transazione sulle somme effettivamente spettanti agli istituti di credito i quali hanno poi rinunciato ai rimborsi truffa.
Nel frattempo i colossi di Wall Street, subodorando il lavoro della procura di Pescara (pm Nicola Trifuoggi, Giuseppe Belleli, Giampiero Di Florio) ed i risultati investigativi della guardia di Finanza, hanno preferito in molti casi sostituire i vertici delle filiali europee.
Il resto lo ha fatto la scarsa collaborazione ed il terremoto finanziario dello scorso anno creando scompiglio nelle banche, producendo esuberi, licenziamenti e ridimensionamenti con il risultato di mischiare le carte e rendere praticamente introvabili i responsabili materiali e gli autori della truffa.
Per cui l'indagine probabilmente –a meno di grosse sorprese- dovrà chiudersi senza colpevoli nonostante prove pesanti che inchiodano le banche che nel frattempo hanno ammesso le loro colpe con la transazione e la rinuncia al bottino.

UNA INCHIESTA NATA PER VENDETTA

L'inchiesta era nata nel 2005 in modo piuttosto particolare. Si narra di un dirigente di una delle banche coinvolte che fu allontanato in malo modo e, pare, non avesse alcuna tutela giuridica per cui non riuscì ad ottenere la buona uscita che desiderava.
Decise allora di rivolgersi ad un agente dei servizi segreti (che pare conoscesse già) al quale raccontò come funzionava il meccanismo truffaldino e come le banche riuscivano ad ottenere cifre stratosferiche dallo stato italiano.
L'agente qualche tempo dopo informò il nucleo della polizia tributaria della guardia di finanza del Lazio che avviò indagini e verifiche. La procura di Roma aprì un fascicolo che tuttavia rimase parcheggiato per oltre un anno senza produrre risultati apprezzabili anche perché il pm titolare si accorse poi di non essere competente.
Infatti l'ufficio titolare dell'agenzia delle entrate deputato alle pratiche di rimborsi richiesti dalle banche aveva sede a Pescara per cui l'indagine venne spostata in Abruzzo.

COME FUNZIONAVA LA TRUFFA: GALEOTTA FU LA CONVENZIONE

Il meccanismo della truffa era alquanto ingegnoso e sfruttava una vera e propria “falla” nel sistema normativo italiano.
Una convenzione internazionale stipulata con Francia ed Inghilterra (in vigore dal 1993 al 2003) statuiva la non tassabilità in capo ai proprietari di quei paesi di azioni di società Italiane. Questo comportava che i soggetti francesi e inglesi che acquistavano le azioni italiane avevano, sì, come gli altri la ritenuta alla fonte ma poi potevano richiedere al fisco italiano il rimborso della ritenuta.
Insomma bastava essere inglesi o francesi e possedere azioni di società italiane per avere il rimborso.
In pratica se si acquistavano azioni per un valore di 100 venivano trattenute 20 di ritenuta alla fonte ma con la domanda di rimborso si riottenevano quei 20 ed in alcuni casi anche di più.
Che cosa facevano le banche?
Tra maggio e giugno di ogni anno, a ridosso della scadenza per presentare le domande di rimborso, le banche rastrellavano azioni di società italiane e poi presentavano domande facendole figurare ognuna a firma di un presunto cittadino francese o inglese. Gli inquirenti sospettano che le banche utilizzassero i nominativi di ignari clienti probabilmente anche falsificando le firme. Certificata la proprietà in capo ai soggetti aventi diritto al rimborso poi le azioni ritornavano ai legittimi proprietari.
Alla fine le domande di rimborso-truffa bloccate sono state oltre 42mila, anche perché nel frattempo si era sparsa la voce tra gli istituti di credito che avevano voluto battere la stessa strada.
Si tratta però di domande relative alla fine degli anni 90 e fino al 2003, anno in cui la convenzione che permetteva il rimborso non è stata più rinnovata, venendo meno anche la base normativa per la truffa.
Dunque il gioco è finito male per le banche che probabilmente miravano ad incassare quella cifra che sarebbe stata probabilmente utile per posticipare (almeno di un po') il tracollo finanziario che poi c'è stato.
Ma almeno nessuno pagherà per questo reato. Forse.
Anche la prescrizione darà il suo contributo perché i fatti ormai risalgono a 10 anni fa.
Nell'inchiesta sono tuttavia coinvolti a vario titolo oltre 5 mila persone, tra cui dirigenti di banche estere e possessori di titoli di tutto il mondo. Americani, europei, asiatici e australiani ma anche altre banche come Merrill Lynch, Nomura International, Citigroup Global Markets Limited e la svizzera Ubs.

15/09/2009 7.57