Polizia contro polizia: «ci vogliono fare il culo»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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 POLIZIOTTI IN MANETTE. PESCARA. La Squadra mobile di Pescara ha tenuto sotto controllo i colleghi della stradale. Polizia contro polizia. Una situazione di certo difficile e delicata.




 POLIZIOTTI IN MANETTE. PESCARA. La Squadra mobile di Pescara ha tenuto sotto controllo i colleghi della stradale. Polizia contro polizia. Una situazione di certo difficile e delicata.


Intanto i poliziotti sono comparsi questa mattina davanti al gip per essere interrogati.
Hanno peferito non rispondere e avvalersi della facoltà di non rispondere.
Ha parlato, invece, respingendo ogni addebito, il settimo poliziotto indagato per concussione. Per lui la Procura aveva chiesto l'obbligo di dimora.

Eppure secondo la ricostruzione del pm, Giuseppe Bellelli, e del gip, Luca De Ninis, i sei indagati -che oggi devono rispondere di associazione a delinquere e concussione - avevano messo da parte il loro ruolo istituzionale ed erano diventati altro.
«Plevani, Micaletti, Margiotta, Marulli, Di Lorenzo e Voza», scrive De Ninis, «agiscono sistematicamente e professionalmente in maniera deviata rispetto ai propri compiti».
E si parla anche di «uomini in divisa» il cui unico scopo sarebbe quello di «conseguire profitti illeciti», di «un autonomo e pericoloso corpo separato dall'istituzione di appartenenza delle cui insegne e dei cui poteri gli appartenenti si avvalgono abusivamente per commettere reati».
Il pm Bellelli contesta anche l'aggravante della «scorreria in armi»: «pistole in dotazione legittimamente indossate e mai impiegate per commettere i reati contestati che però potevano rafforzare la capacità intimidatrice delle vittime».


PEDINAMENTI E CONTROLLI LUNGO L'AUTOSTRADA


E così la polizia “buona” (ovvero la Mobile) ha dovuto seguire passo passo il comportamento dei colleghi dopo la prima denuncia arrivata da un autista straniero al commissariato di Altedo, provincia di Bologna.
L'uomo raccontò di aver dovuto sborsare una tangente per evitare la multa.
Per verificare il lavoro della Stradale nelle auto di servizio sono state messe delle cimici e sono state dislocate sulla tratta autostradale tre unità operative della squadra Mobile, collegate via radio tra di loro e con personale in servizio in sala ascolto.
Il personale della sala ascolto, grazie al Gps riusciva in tempo reale a seguire gli spostamenti degli agenti della stradale.
Le informazioni raccolte venivano comunicate alle auto della Mobile sul posto che riuscivano a vedere così gli equipaggi nel momento in cui si effettuavano i controlli dei mezzi pesanti esteri.
Dopo il controllo gli agenti della Mobile fermavano nuovamente gli autisti dei mezzi pesanti, li identificavano e facevano loro domande (con l'aiuto di interpreti) su quello che era accaduto, anche a 30-50 km di distanza. Questo ha permesso di snellire e velocizzare moltissimo l'inchiesta hce infatti si è chiusa nel giro di un paio di mesi.

I RACCONTI DEI CAMIONISTI: LA STORIA E' SEMPRE QUELLA

Sono almeno una trentina i racconti dei camionisti riportati nell'ordinanza (per un totale di appena 500 euro guadagnati dagli agenti).
Tutti hanno fatto mettere a verbale la stessa dinamica: veniva contestata loro una infrazione (a volte non commessa) e prospettata la possibilità di pagare subito una somma di denaro contante per evitare la multa.
A nessuno veniva rilasciata una ricevuta o un documento che attestasse la verbalizzazione dell'infrazione.
In alcuni casi la Squadra mobile, visionando il cronotachigrafo ha riscontrato effettivamente dei superamenti dei limite della velocità da parte degli autotrasportatori.
Superamenti che, però, non erano stati sanzionati dai colleghi della stradale che avevano preferito chiudere un occhio per assicurarsi piccole cifre, «venendo meno ad un atto del proprio ufficio», sottolinea il gip.

Sempre dal racconto dei camionisti la Squadra mobile ha scoperto che spesso i colleghi della stradale scrivevano su un foglietto di carta la somma richiesta.

Raccontò una delle vittime:

«Ha riempito (il poliziotto, ndr) una sorta di modulo con i miei dati e poi su un foglio bianco ha scritto la somma di 300 euro. Io ho fatto capire che non avevo quei soldi. L'uomo (il poliziotto, ndr) allora ha sbarrato la somma e ha scritto 200 euro. Io ho di nuovo contestato di non avere quella cifra (…). Io ho scritto 20 euro. Il poliziotto ha fatto una smorfia dicendo che non andava bene e io ho scritto 50 euro e il poliziotto ha detto che andava bene»

Ma c'era anche chi faceva richieste a voce. Ecco un altro racconto di un autotrasportatore:

«Il poliziotto mi ha detto a voce che dovevo pagare 300 euro. Io quindi gli ho consegnato il passaporto con all'interno 50 euro. Il poliziotto ha preso la banconota e mi ha restituito il passaporto. Guadagno 700 euro le multe che prendo le pago di tasca mia..»


SOSPETTI DI ESSERE OGGETTO DI INDAGINE

Non sono mancate, inoltre, le occasioni durante le quali gli agenti sotto inchiesta hanno temuto o intuito che qualcuno li stesse tenendo sotto controllo.
Un giorno un poliziotto trovò all'interno dell'autovettura di servizio un pezzo di un oggetto che non riuscì ad identificare ma che sembrava una specie di antenna. Con tono preoccupato lo mostrò al collega e si domandarono se non servisse per controllarli.
«Non è che è una cosa per incularci. Va bo'... st'antenna però è un po' strana st'antenna... per inculare a noi? Dove l'hai trovata?»

I sospetti più forti quelli di Di Lorenzo che notò una macchina già vista in altre due occasioni mentre controllavano autisti stranieri.
L'agente si mise in contatto con il proprio comando per accertare l'intestatario.
La risposta accentuò i dubbi: «appartiene alla polizia» ma non venne specificato il comando di riferimento.

Gli inquirenti, che intanto ascoltavano grazie alle microspie, decisero di mettersi in contatto con il comando della Stradale di Pescara Nord per chiedere l'assistenza di una pattuglia, simulando un servizio di polizia giudiziaria in corso. Una tecnica per confondere le acque, insomma.
Ma i due non risposero affermativamente: Di Lorenzo e Micaletti preferirono fermarsi a fare un sonnellino «a conferma della natura dei personaggi», scrive il gip.

Sono stati ascoltate anche altre conversazione durante le quali gli agenti mostravano sospetti.

Margiotta: «come fanno a risalire eventualmente a …cioè, sai cosa sto pensando..»
Micaletti: «ma impossibile, impossibile quello no. Se stanno dietro..»
Margiotta: «come quelli dell'altra notte? Tu pensi che ci stavano dietro?»
Micaletti: «Non lo so. Però ho avuto fortuna. Perché, non so per quale motivo quella macchina mi è rimasta impressa! Capito? E' stata una botta di culo perché se mi ricapitasse altre cento volte non me ne accorgerei, poi è strano che dopo aver fatto l'accertamento, dopo dieci minuti hanno chiamato loro pure»
Margiotta: «abbiamo chiamato noi»
Micaletti: «no, noi abbiamo chiamato il comando e dopo dieci minuti il Coa ha richiamato, dopo che ci aveva dato già il risultato!» (il risultato che la macchina era della polizia, ndr)
Margiotta «eh!»
Micaletti: «però effettivamente hanno continuato a fare lo stesso tratto andavano su veloce ed in giù andavano piano! Perché aspettavano qualcuno fuori!»
Margiotta: «Eh, hai ragione dopo, io la mattina dopo ho comprato il giornale. Per vedere se avessero fatto qualcosa»
Micaletti: «non c'era niente?»
Margiotta: «non c'era un cazzo»
Micaletti: «Eh, il giorno dopo ancora sì»
Margiotta «Ah si? Qua sopra?»
Micaletti: «non lo so se qua sopra però dice che la squadra mobile aveva preso un ex proprietario (incomprensibile)…ho letto la locandina…non ho comprato il giornale»

Si cominciò a sospettare che ci fosse qualche collega che potesse tradire… ma di sicuro non all'interno del proprio gruppo.
Gli indagati, infatti, scrive De Ninis, «presuppongono l'esistenza di un vincolo preesistente, grazie al quale ciascuno deve poter contare, per la loro turpe pratica di taglieggiamento, sull'appoggio e sulla copertura degli altri».
«Appoggio e copertura», continua il gip, «che divengono attivi nel momento in cui si profila il pericolo di una indagine esterna così tutti i componenti del gruppo sono messi in allerta per fare fronte comune».
Anche se le intercettazioni si sono protatte solo per 30 giorni le condotte criminose «sono assolutamente ininterrotte», scrive infine De Ninis. Per il pericolo di reiterazione del reato è stato così disposto l'arresto e la sospensione dal servizio.

Alessandra Lotti 31/07/2009 13.10