La Transcom non riapre all’Aquila:«non ci sono le condizioni». In 276 "a casa"

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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L’AQUILA. «Nonostante tutti i tentativi per restare in Abruzzo, dopo 10 anni siamo costretti a sospendere le nostre attività presso la sede di L'Aquila».

L'AQUILA. «Nonostante tutti i tentativi per restare in Abruzzo, dopo 10 anni siamo costretti a sospendere le nostre attività presso la sede di L'Aquila». Con queste parole Roberto Boggio, Direttore Generale di Transcom Worldwide S.p.A., annuncia l'impossibilità di riaprire la sede aquilana.
«Non e' stato facile giungere a questa conclusione - commenta il manager di Transcom - soprattutto in un momento così drammatico per l'Abruzzo, già fortemente provato dai recenti eventi. Purtroppo non ci sono le condizioni di mercato per riuscire a pagare gli stipendi dei nostri dipendenti e siamo di fatto costretti, come prevede la legge, ad avviare la procedura di mobilità del personale della nostra sede abruzzese per tutelare la stabilità industriale dell'intera azienda ed anche l'occupazione complessiva sino ad oggi garantita sull'intero territorio nazionale. Oggi abbiamo consegnato la comunicazione ai sindacati Cgil, Cisl, Uil, Ugl ed alle istituzioni preposte, ma faremo tutto il possibile per contenere l'impatto sociale e ci adopereremo in ogni modo per individuare eventuali soluzioni alternative per i nostri dipendenti. Siamo sin da oggi disponibili a confrontarci con serietà e responsabilità con i sindacati».
«Siamo vicini a Transcom in questo difficile percorso - commenta Antonio Cappelli, Direttore di Confindustria L'Aquila – con l'obiettivo di individuare ogni soluzione possibile al fine di attenuare ripercussioni negative sul territorio, ma stanti le attuali condizioni di mercato abbiamo potuto constatare che la scelta dell'azienda, per quanto dolorosa, appare inevitabile da un punto di vista imprenditoriale».
Da anni la multinazionale subisce gli effetti di una concorrenza viziata ed anomala –dicono da Confindustria- che ne ha compromesso definitivamente il precario equilibrio economico.
I costi attuali sarebbero troppo alti per attrarre a L'Aquila nuove commesse a tariffe di mercato ed il recente terremoto ha reso inagibile la sede provocando, tra l'altro, una perdita di volumi della principale commessa storica. «Transcom è costretta a gettare la spugna nell'impossibilità di avere oggi una sede aquilana competitiva».
Come molte delle realtà più strutturate del settore –dicono dalla società-, Transcom si trova a fronteggiare la concorrenza selvaggia di chi offre prezzi sempre più bassi, pur di accaparrarsi nuove commesse, sfruttando spesso manodopera precaria e a sottocosto.
«Purtroppo», ha aggiunto Boggio, «il settore dei call center in outsourcing, dopo aver garantito occupazione e sviluppo per molti anni, oggi si trova di fronte ad un vicolo cieco, apparentemente incapace di gestire una crescita sana del comparto, frenato spesso dalle troppe rigidità, impossibilitato nell'innovazione di nuovi modelli di produttività e flessibilità e soprattutto senza un vero contratto di lavoro di riferimento e uguale per tutti. E' un settore non esente da profonde contraddizioni, caratterizzato negli ultimi anni da conflitti e tensioni sociali, che può risollevarsi solo se tutte le parti in causa assumono le proprie responsabilità».
In alcune realtà imprenditoriali continua ad essere diffuso l'utilizzo di lavoro a progetto anche per le attività in bound e gli operatori, quando sono assunti con contratto di lavoro subordinato, vengono anche inquadrati 2 o 3 livelli al di sotto di quello che il sindacato pretende per gli outsourcer di riferimento per il mercato.
Ma l'esempio più eclatante –secondo Confindustria- lo fornisce Assocontact, l'associazione che riunisce le imprese del settore, che ha recentemente denunciato la presunta illegalità della gara di Poste Italiane.
Quest'azienda pubblica ha fatto una gara d'appalto per terziarizzare il proprio call center utilizzando la tecnica del massimo ribasso, ovvero chi offre meno vince.
Secondo l'associazione, la base d'asta era talmente bassa da essere nettamente inferiore al costo del lavoro dipendente e per questo motivo ha invitato i propri associati a disertare la gara.
«Purtroppo», ha aggiunto Cappelli di Confindustria, «l'amara conclusione e' stata che Poste Italiane non ha bloccato la gara, mentre appare imbarazzante il silenzio con cui le istituzioni e le varie authority di controllo sono restate immobili a guardare senza intervenire. Ci si chiede a questo punto con quali regole poter sopravvivere in questo mercato e quali risposte devono dare le aziende per operare in questo contesto».
Per Piero Francazio della Uil si tratta di un licenziamento per 276 dipendenti attualmente occupati presso il sito aquilano.
Per restanti 77 dipendenti e' prevista la riprotezione del posto di lavoro mediante trasferimento presso i centri di Bari, Lecce, Milano e Roma.
Domani alle ore 11 è prevista un'assemblea con i lavoratori davanti allo stabilimento da dove probabilmente partirà una manifestazione di protesta e di sollecito verso le istituzioni.
I sindacati hanno chiesto immediatamente un incontro all'azienda.
«Inaccettabile e repellente», dicono, «è la decisione presa dall'azienda che non si è fatto nessuno scrupolo sulla situazione che si è venuta a creare a L'Aquila dove molti lavoratori professionisti hanno subito la conseguenza del grande dramma del 6 aprile ed ha dimostrato di non essere vicino ai lavoratori e ne solidale con essi soprattutto in questo momento, tra l'altro la procedura di licenziamento parte prima della scadenza (05 luglio) della cassa integrazione».

08/06/2009 12.00