Falsi invalidi: «percentuale mercanteggiata con i medici senza visite»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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ARRESTI ALLA ASL DI SCAFA. La Asl di Pescara è nella bufera dopo gli arresti di ieri del direttore sanitario, Riccardo Alderighi, di sua moglie, della segretaria e di un medico della tredicesima commissione invalidità. * ANCHE GARE D’APPALTO NEL MIRINO DELLA PROCURA * IL TENTATIVO DI SVIARE LE INDAGINI E LE MINACCE AI TESTIMONI
È un quadro sempre più inquietante di diffusa illegalità quello che emerge ancora una volta nel campo della sanità, dove a farne le spese sono i cittadini meno abbienti.
Il sistema prevedeva oltre ad una falsificazione delle presenze dei dipendenti nell'orario di lavoro e la distrazione di dipendenti pubblici per fini privati, anche l'illecito riconoscimento di falsi invalidi con l'assegnazione di percentuali di comodo che spesso non combaciavano con la realtà.
Una commissione formata da alcuni medici che risultano indagati per falso e tra i quali spicca anche il sindaco di Roccamorice, Carmine Antonio Del Pizzo, nella sua funzione di medico e componente della XIII commissione.
«Il diffuso clima di illegalità non è il prodotto di condotte estemporanee o isolate», scrive il gip Luca De Ninis, «ma conseguenza di un modo intollerabile di intendere il rapporto di immedesimazione organica: che viene opportunamente sfruttato ogni volta in cui c'è la possibilità di lucrare o frodare».
Così terreno fertile per nuove illegalità sono le commissioni per il riconoscimento delle invalidità dove l'altissima discrezionalità della quale godono i medici «è agevole per chi sia privo di scrupoli, ed utilizzare questa posizione di potere a scopo di favoritismo e di arricchimento personale».
Il metodo utilizzato era, dunque, la falsa attestazione delle partecipazioni e delle riunioni della commissione che in realtà non si sarebbero mai riunite nell'arco dei 10 mesi di indagine.
Erano i singoli medici che contrattavano senza alcuna visita con i pazienti la percentuale di invalidità da assegnare loro, dopodichè venivano redatti verbali di comodo delle riunioni virtuali della commissione.
Il tutto per lucrare, sostiene l'accusa, da parte dei medici componenti, 50 euro per ogni seduta giornaliera di commissione e 5 euro per ogni pratica apparentemente definita.

Le indagini partite da una segnalazione che voleva infermieri della Asl di Scafa a casa del direttore sanitario Alderighi per lavori di ritinteggiatura, hanno poi portato a focalizzare l'attenzione sulla figura del presidente della XIII commissione invalidità, Fulvio De Arcangelis, che risulta aver partecipato ad un numero elevatissimo di commissioni mediche.
Nel mese di ottobre 2008 ne avrebbe tenuto ben quattro ogni giorno, sabati e domeniche comprese, un dato statistico che per il giudice risulta «evidentemente irreale» oltre che essere in contrasto con alcune norme di settore.
Le riunioni della commissione, dunque, non erano collegiali ma nella documentazione si attestava falsamente la presenza anche dei medici assetti che per questo risultano indagati.

INVALIDITA' SI'…. MA SENZA VISITE

Il 20 settembre 2008 gli agenti della squadra mobile, diretta da Nicola Zupo, intercettano un colloquio tra il direttore sanitario e un tale identificato poi come Marco Di Domizio, indagato.
Secondo la interpretazione della procura della conversazione questa persona avrebbe fatto da tramite per conto di suo nonno il quale doveva sottoporsi ad una visita per l'accertamento della invalidità. Alderighi, tuttavia, assicura che concederà il riconoscimento di invalidità senza eseguire la visita.
Ed, infatti, dalla documentazione sequestrata si scopre che il 25 settembre è redatto un verbale d'inizio accertamento sanitario sottoscritto da D'Arcangelis e dai dottori componenti della commissione: Alderighi, Frattaroli, Del Pizzo. La polizia è riuscita tuttavia a dimostrare che alcuni componenti di quella commissione non erano presenti quel giorno a Scafa e che il paziente non è mai stato visitato.
Poi il 2 ottobre la stessa commissione medica -con la partecipazione di Alderighi e Del Pizzo- attesta falsamente di aver sottoposto a visita il paziente e lo riconosce invalido al 100%.

Le successive intercettazioni avrebbero poi dimostrato come Di Domizio (la persona che si era proposta come intermediario del paziente e parente) si sarebbe “sdebitato” corrispondendo una utilità (non meglio identificata) al direttore sanitario.
In un colloquio del 6 novembre, infatti, con un la moglie di Alderighi, Fabrizia Di Domenico, Di Domizio insiste per consegnare «una cosa» al medico.
Di Domenico tuttavia opera un distinguo: se si vuole parlare può andare tranquillamente al distretto sanitario, altrimenti può presentarsi direttamente a casa.

«In questo episodio», scrive De Ninis, «si cumulano falso, truffa in danno alla Asl e corruzione, in un intreccio nel quale sembra essersi completamente perso il senso del confine tra il lecito e l'ordinario. I reati contestati dal pubblico ministero, Gennaro Varone, sono il falso la corruzione dei quali ricorrono precisi gravi indizi, pur non essendosi accertata la natura della prestazione conferita da Marco Di Domizio al direttore».

«QUANTO TI SERVE?»

Sono circa una trentina i casi di false attestazioni di invalidità accertate dalla polizia.
In uno di questi emerge addirittura una incredibile trattativa sulla percentuale di invalidità da riconoscersi:

ALDERIGHI: «quanto ci dobbiamo mettere?»
PAZIENTE: «una cosa che può andare…»
ALDERIGHI: «per il collocamento ci vuole?...»
PAZIENTE: «45»
ALDERIGHI: «50-55…»
PAZIENTE: «per me va bene 50, tanto a me serve solo per fare i concorsi di lavoro… ce la facciamo fare 50?»
ALDERIGHI: «Eh, ce la facciamo, vuole anche un po' di fortuna… perché se non ti richiamano… (è fortunato ndr)… altrimenti cerca di accentuare un pochino la cosa».

In un'altra occasione la moglie, Di Domenico, richiama all'ordine il marito e direttore sanitario perché c'è una persona -che fra l'altro ha svolto lavori a casa Alderighi- che lo aspetta per un appuntamento.
Anche in questo caso Alderighi precisa che «quella pratica sta a posto» e che la persona non sarà visitata e quindi «può tornare a casa».
Ancora una volta la documentazione sequestrata negli uffici del distretto sanitario conferma un'invalidità al 60% pur senza una visita.

«Le intercettazioni», scrive De Ninis, «documentano ancora una congerie di raccomandazioni, illegalità e la sistematica disponibilità del direttore al falso ideologico in favore dei soggetti postulanti esaminati nelle commissioni per il riconoscimento dell'invalidità».

«…SE SI PUO' TROVARE UNA SOLUZIONE…»

Emblematica è per il giudice il caso di una parente della caposala la cui richiesta di invalidità provoca una vistosa reazione di Alderighi.
«La sua preoccupazione tuttavia non è quella di evitare un falso ma di trovare il modo di occultarlo», sostiene De Ninis.

«Se va in mano ad una persona che gli vuole male … ci denuncia a tutti quanti… mo' se si può trovare la soluzione… se no possiamo fare una cosa… dobbiamo andare in deroga alla commissione… stato ansioso… una cosa… lo facciamo noi… ci scrivo sindrome ansioso…»

SE INVALIDO VUOI ESSERE RESIDENZA DEVI CAMBIARE

C'è poi il caso di un'altra persona che aveva già subito una visita a Penne e che Alderighi vuole visitare personalmente («evidentemente per superare una diagnosi non troppo favorevole», scrive il giudice).
A questa persona -presentata da un amico imprenditore- gli viene suggerito un escamotage: trasferire in modo fittizio il domicilio a Cugnoli così da radicare la competenza della Asl di Scafa e sistemare tutto quanto.

Alessandro Biancardi 05/06/2009 11.05



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ANCHE GARE D'APPALTO NEL MIRINO DELLA PROCURA

«La congerie di illegalità si spinge sino ad invadere il campo degli appalti pubblici, materia per sua natura, esposta all'uso personalistico delle risorse pubbliche e delle pubbliche funzioni che le indagini hanno svelato», scrive il giudice De Ninis nella ordinanza.

Gli appalti che sono stati oggetto di investigazioni sono soltanto due: uno per l'acquisto di un'apparecchiatura elettromedicale (spirometro di II livello, del valore di circa 5 mila euro) e quello per la ristrutturazione della sede del distretto sanitario di Scafa.
«In entrambi i casi, l'aggiudicazione è stata decisa preventivamente e la procedura di selezione è stata opportunamente manipolata per ottenere il risultato voluto».
In pratica, prima si sceglieva l'amico da beneficiare e poi si cuciva addosso appositamente un appalto.

PRIMA MI SCELGO LA DITTA E POI GLI CUCIO ADDOSSO L'APPALTO

L'aggiudicazione della fornitura dello spirometro per esempio -avvenuta prima dell'avvio delle indagini- è una presunta illegalità emersa dai colloqui intercettati che costituiscono una sorta di “confessione” dell'adozione di un illecito sistema di predeterminazione del risultato della gara.
Per questo appalto è stato utilizzato il metodo della infungibilità, cioè di un prodotto così particolare da non poter essere sostituito con altri simili e che quindi permette al committente di scegliere un solo prodotto perché l'unico sul mercato avente determinate caratteristiche ritenute essenziali.
Ovviamente, perché il ricorso a tale parametro sia legittimo, è necessario che il funzionario prima individui le caratteristiche ritenute essenziali e motivi anche su base tecnica le ragioni dall'essenzialità e dopo scelga il prodotto che più si avvicini a tali caratteristiche.
Gli inquirenti però hanno provato come questa concatenazione logica di eventi -qualora si voglia abusare delle proprie funzioni- venga invertita: prima si individua un prodotto della ditta da preferire che presenta caratteristiche peculiari e solo dopo si motiva pretestuosamente la necessità di un prodotto proprio con quelle caratteristiche per giustificare una scelta era già avvenuta.

C'è addirittura una conversazione ambientale ascoltata il 29 ottobre 2008 che svela tale meccanismo.

DONNA: «allora l'emogas deve partire la gara…»
ALDERIGHI: «con lui si diceva che in base a certe caratteristiche noi potremmo anche fare delle infungibilità… si può scrivere: noi vogliamo l'apparecchiatura con queste caratteristiche che solo la ditta ce l'ha…»
DONNA: «… se ne facciamo e segnaliamo le caratteristiche di quella richiesta dovranno scegliere per forza questo apparecchio…»
ALDERIGHI: «questo sì!»
DONNA: «come per lo spirometro…»
ALDERIGHI: «se tu dici che praticamente ci serve questa apparecchiatura… e l'unica ditta che ha queste caratteristiche è la ditta X, quindi si chiede l'acquisto… che sarà pagato con questi soldi… soldi ce ne abbiamo…»

La procedura poi eventualmente veniva meglio chiarita anche con il diretto interessato al telefono.
Tale procedura di blindatura ha poi sortito anche le ire di una ditta esclusa.
Per il pubblico ministero si può configurare il reato di turbativa d'asta.

GARA APPARENTE CON PREVENTIVI DI COMODO

Maggiori sarebbero le irregolarità sull'aggiudicazione dei lavori di ristrutturazione del distretto sanitario. In base alla documentazione acquisita si può affermare che i lavori dell'importo di 263.000 euro sono stati affidati alla ditta Demer srl, di Donato Di Mezzo che ha uno stretto rapporto di amicizia con Alderighi.
Dalle indagini sarebbe, infatti, emerso che vi sarebbe stato un affidamento diretto, senza istruttorie dei competenti uffici, senza alcuna gara e sulla base di preventivi di comodo.
Dal sequestro della documentazione la polizia ha rinvenuto alcuni preventivi di più ditte che si basano su un computo metrico redatto da ignoti e che sono stati valutati non si sa da chi.
Figurano preventivi che hanno una veste grafica molto simile per cui la procura ha ipotizzato siano stati redatti ad arte.
Figurano alcune ditte (c'è anche la Eredi Cardinale, la ditta già nel mirino della Procura perché avrebbe realizzato la villa del sindaco Luciano D'Alfonso sotto costo per poi ricevere affidamenti diretti di lavori pubblici).
Ma gli inquirenti hanno di più: addirittura una confessione di un titolare di una ditta che ha tranquillamente ammesso di aver sottoscritto un'offerta di comodo su richiesta di Donato Di Mezzo, il titolare della ditta poi risultata vincitrice, il quale gliel'aveva anche predisposta.
«Il quadro indiziario, così come sin qui delineato», scrive De Ninis, «indica chiaramente che la frode ed il disservizio pubblico costituiscono una regola ordinaria nel distretto Asl di Scafa: si approfitta di una situazione di diffusa illegalità, nella quale nessuno ha interesse a denunciare le malefatte altrui perché ognuno ha il suo tornaconto».
«Il totale asservimento delle risorse pubbliche al soddisfacimento degli interessi personali del direttore e del suo nucleo familiare ha determinato quindi un clima di diffusa illegalità al quale ognuno si è adeguato ricavando la sua fetta di torta, in una rete inestricabile di reciproche complicità, che soltanto le intercettazioni di comunicazioni ha potuto rivelare.

a.b. 05/06/2009 11.10
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IL TENTATIVO DI SVIARE LE INDAGINI E LE MINACCE AI TESTIMONI

Vi sono poi episodi citati nella richiesta di arresti domiciliari, firmata dal pubblico ministero Varone, che mettono in luce una certa pericolosità delle quattro persone finite agli arresti domiciliari.
Si cita un episodio risalente allo scorso mese di dicembre quando gli agenti della squadra mobile stavano effettuando una perquisizione nella casa di Alderighi.
La moglie, con la scusa di dover accompagnare il figlio a scuola, andò invece al distretto sanitario, nell'ufficio del marito per sottrarre una serie di documenti e nasconderli in un sottoscala. Il tentativo non è riuscito e gli agenti sono comunque stati in grado di ritrovare quei faldoni che contenevano una serie di pratiche della commissione di invalidità.
C'è poi un altro caso che il giudice cita come esempio e fondamento delle misure cautelari.
E' quello che riguarda i componenti della commissione per la invalidità i quali hanno espressamente convocato il segretario della stessa commissione per redarguirlo sulle informazioni offerte agli inquirenti. Aveva raccontato troppo e per questo sarebbe stato sgridato.
Dunque per queste ragioni sarebbe opportuno che gli indagati rimanessero agli arresti domiciliari almeno per quattro mesi; il periodo giudicato congruo dal gip che potrebbe servire gli inquirenti per fare luce ancora su aspetti non meglio identificati e preservare la genuinità dei testimoni e soprattutto fare luce su quell'ammanco di denaro pubblico -circa 436 milioni di lire- e capire come siano stati spesi.


a.b 05/06/2009 11.19