«Stiamo inguaiati, stiamo male, liberateci». Telefonate dal Buccaneer al Corsera

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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NAIROBI. Due telefonate fatte al Corriere della Sera gettano angoscia per la sorte dell’equipaggio del Buccaneer in mano ai pirati dallo scorso 11 aprile nel Golfo di Aden.
«La telefonata arriva alle 20,34 ora di Nairobi, 19,34 italiane», racconta l'inviato a Nairobi, Massimo Alberizzi. «La voce è quella del somalo che fa da interprete tra i pirati e l'equipaggio. La voce è chiara e l'italiano buono: «Qui c'è uno dei capi. Dice che se entro 48 ore non cominciate le trattative faremo una brutta cosa».
Lunedì ne era arrivata anche un'altra «struggente e drammatica», si legge sul Corriere della Sera, «del comandante del Buccaneer, Mario Iarloi, “siamo senza cibo, acqua e stiamo impazzendo. Non ci sono medicine, abbiamo solo quelle normali che abbiamo a bordo ne sono rimaste poche. E' finita l'acqua potabile. Stiamo bollendo. Abbiamo delle persone che non stanno bene. Per favore aiutateci, stiamo male, non ci sono dottori. Non ragiono più nemmeno io. E' una situazione assurda e non abbiamo più forza di andare avanti. Cose da mangiare non ce ne sono. Per favore liberateci».
Iarloi chiede al governo di avviare le trattative che, a quanto dice, non sarebbero ancora iniziate.
Ma per il general manager della Micoperi, Silvio Bartolotti, è certo che quelle drammatiche dichiarazioni non siano vere, ma indotte dai sequestratori per garantirsi vie privilegiate per eventuali trattative.
Non nasconde l'angoscia Remo Di Martino, legale della Micoperi: «siamo molto, anzi, parecchio preoccupati», ha detto. «Sappiamo solo che gli hanno permesso di fare una telefonata ad un quotidiano in Italia - ha confermato Di Martino - ma per il resto non abbiamo la possibilità di dare altre notizie e siamo in continuo contatto con il Copasir, con i servizi segreti».
Il Buccaneer, ha ricordato il legale, è «insieme ad altre centinaia di imbarcazioni sequestrate in un luogo sulla costa somala. La situazione del Buccaneer è delicata, e a quanto mi risulta è stato richiesto un riscatto».

Da quella chiamata emergerebbe che l'equipaggio (dieci italiani di cui due ortonesi, cinque romeni e un croato) è allo stremo, senza medicine, cibo e acqua potabile. Inoltre alcuni membri sarebbero stati portati a terra, distribuiti su diversi villaggi sulla costa della regione semi-autonoma del Puntland.
Secondo Bartoletti «non è vero nulla» anche se il manager non ma messo in discussione «la veridicità della telefonata».
Ma, ha precisato, ciò che ha detto il comandante «é solo ciò che gli vogliono fare dire i pirati per riuscire a esercitare pressioni».
In tal senso, Bartolotti, che ha sostenuto di avere ascoltato la chiamata su Internet «almeno tre o quattro volte», ha citato un passaggio dal quale si capirebbe che Iarloi è costretto da altri a mentire. E ha rilevato che è strano che nel mezzo di un sequestro sia consentito a uno dei sequestrati di parlare con un giornalista: dietro insomma - secondo Bartolotti - ci sarebbe un preciso disegno dei pirati.

Sullo sviluppo di eventuali trattative in corso, «no comment» di Bartolotti che ha ribadito, su questo versante, il silenzio stampa deciso all'indomani del sequestro.

03/06/2009 10.44

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