Trifuoggi:«La legalità? Un fatto culturale che dovrebbe essere normale»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Trifuoggi:«La legalità? Un fatto culturale che dovrebbe essere normale»
CHIETI. La cultura della legalità interessa più le donne e solo pochi giovani. D'accordo, era la prima vera giornata di sole: un concorrente terribile per l'interessante seminario che si teneva nell'auditorium della facoltà di Lettere della d'Annunzio di Chieti su “Cultura della legalità e subculture territoriali”.

Quindi erano affollati i prati del campus e molte poltrone in sala erano vuote: a prendere appunti c'erano soprattutto studentesse in cerca di crediti, qualche giovane, una sparuta rappresentanza del personale amministrativo e docenti manco a dirlo, eccetto gli organizzatori Antonello Canzano e Michele Cascavilla, società civile del tutto assente. Eppure il pomeriggio si annunciava stimolante, con una relazione di Nicola Trifuoggi, procuratore di Pescara, e due interventi programmati del giornalista Orfeo Notaristefano e di Elsa Bruni, docente di Pedagogia.
Si doveva parlare anche del rischio infiltrazioni mafiose nella ricostruzione post-terremoto, ma questo argomento è rimasto nell'ombra rispetto al quadro complessivo di un Abruzzo non più (forse mai, secondo Trifuoggi) “isola felice”, ma sotto attacco di cosche mafiose, 'ndrine calabresi, camorra e sacra corona unita.
Un Abruzzo che resiste però, proprio perché la sua “subcultura territoriale” non ha tra i suoi valori (o disvalori) l'omertà, il che rende più facile il lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura nella guerra al crimine organizzato.
«E finché si parla di regione a rischio – ha spiegato il procuratore Trifuoggi– vuol dire che la colonizzazione non è avvenuta e che quindi c'è la speranza che non avvenga».
Ad ostacolare la creazione di una società nazionale in cui la giustizia sia condivisa ci sono però le subculture territoriali, i cui valori locali (clientelismo, omertà, senso dell'onore legato al sangue) ostacolano l'adesione a modelli culturali dello Stato.
E di fronte a questi valori non può nulla la repressione, se non c'è cambiamento culturale, ha spiegato il prof. Canzano.
«Si dovrebbe passare dalle regole della forza bruta – ha continuato il procuratore Trifuoggi - a quelle del rispetto delle norme, ad un sistema dove la cultura della legalità è così naturale da passare inosservata».
Una specie di utopia che sembra allontanarsi sempre più, osservando la storia degli ultimi 50-60 anni: un progressivo degrado del personale politico, l'avanzata della cultura del permissivismo (tutto permesso a tutti) che genera l'insicurezza alla quale si risponde con la repressione e non con l'integrazione, il garantismo unilaterale a favore di chi delinque e non di chi subisce i reati.
«Il pericolo è che fin da bambini - Trifuoggi ha citato, ad esempio, certi cartoni animati Tv - arrivino messaggi distorti: il cattivo che vince sempre ed è ricco e potente, l'ispettore di polizia sempre scalcagnato e sconfitto. All'ideologia dello Stato si è sostituita quella del mercato, il valore che si è affermato è quello del denaro e del successo a tutti i costi».
Dunque ci salveranno le “veline” o c'è speranza che qualcosa cambi?
«Se dopo 42 anni faccio ancora il magistrato, vuol dire che sono ottimista», ha concluso Trifuoggi. Insomma la speranza è che la legalità faccia muro, altrimenti sarà come diceva S. Agostino (lo ha ricordato il preside Cascavilla): senza la giustizia lo Stato è “magna latrocinia”, una banda di ladri il cui interesse non è certo il bene comune.
Sebastiano Calella 08/05/2009 9.41