Zangari:«ma chi l’ha mai conosciuto questo Ciancimino…»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Zangari:«ma chi l’ha mai conosciuto questo Ciancimino…»
LA MAFIA SICILIANA IN ABRUZZO. IL VIDEO. Un video esclusivo, di venti minuti, pubblicato dal sito Site.it di Angelo Venti proprio ieri, dopo l’arresto di Nino Zangari. * I SEGRETI DI CIANCIMINO E LA FITTA RETE DI PRESTANOME IN ABRUZZO
Un battibecco tra Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia e Zangari, seduto in platea, che non gradì troppo quello che stava ascoltando.
Le immagini risalgono al dicembre del 2007. Lumia parlò di infiltrazioni mafiose, di come queste siano riuscite ad arrivare, dalla Sicilia, anche in Abruzzo.
Lumia ricordò presenze “particolari”, come quella di Enrico Nicoletti, grande prestanome della banda della Magliana che solo in provincia dell'Aquila aveva acquistato decine di terreni e immobili riuscendo così a reciclare denaro sporco.
Poi Lumia passò a parlare di Vito Ciancimino, arrivato con le sue società, tramite il figlio e l'avvocato Lapis in Abruzzo.
E qui la vicenda Alba d'Oro: «la conoscete tutti, non ve la devo raccontare io, non ve la devo spiegare», disse Lumia che parlò del complesso turistico sequestrato ieri come un «lungo travaglio», fatto anche di quote confiscate.
L'assetto societario era composto al 50% da Mariangela Lapis e l'altro 50% da Zangari, e i fratelli Ricci, arrestati ieri.
«L'Abruzzo non è territorio di mafia», sottolineò Lumia, «ma ce ne vogliamo liberare».
Prese poi la parola proprio Zangari che spiegò che la società del gas di Lapis arrivò in Abruzzo dopo che «da 26 anni metanizzavano tutti i comuni in tutta Italia. Tagliacozzo era il 102esimo».
Zangari parlò anche del suo rapporto con il 50% della società che si trova a Palermo, presieduta dalla figlia di Lapis: «Abbiamo ricevuto pochissimi soldi da questi soggetti, solo attraverso bonifici bancari. La società ha operato bene e senza nessun tipo di favoreggiamento».
Zangari spiegò anche di essere solo, insieme ai fratelli Ricci, a portare avanti l'investimento: «questa è la società più controllata del mondo, io nemmeno un bicchiere d'acqua posso andare ad acquistare senza il parere della procura distrettuale di Palermo. Paghiamo un mutuo mensile di 16 mila euro da soli, lavorando 7 giorni su 7».

«LAPIS E' UN SIGNORE»


Zangari non negò i suoi rapporti con Lapis: «nei miei confronti è stato sempre un signore», fece «atti sbagliati» che risalgono al 1980. «Come potevo fare io a sapere?»
Quando Zangari ritornò al posto scattò lo scontro.
Lumia replicò: «mi capita spesso di sentire in tutta Italia il meccanismo del “mal comune mezzo gaudio”. Io sono cresciuto con l'idea che chiunque debba fare qualcosa e non delegare ad altri responsabilità. Non sapevo che lei fosse stato anche assessore», continuò Lumia, «questo è un male tutto italiano, non solo suo, quello di traghettare tra la funzione politica e societaria gestendo servizi di grossa rilevanza come il gas».
«Si vergogni per quello che sta dicendo…», scattò all'improvviso Zangari.
La platea lanciò qualche “buuu”. Ma Lumia non indietreggiò: «scusi, ma se non si preoccupa lei di avere in società Ciancimino chi vuole che se ne preoccupi?».
«Ma chi l'ha mai conosciuto, si vergogni…».
«Le do un altro suggerimento, adesso che lo sa non continui a perseverare. E se lo ha scoperto solo oggi e si sente danneggiato da quella presenza si costituisca parte civile. Anche Riina incontrava delle persone a cui non aveva fatto niente di male. Se lei non si riconosce ha degli strumenti per prendere le distanze contro questi signori che non dovrebbe considerare persone per bene».

Alessandra Lotti 17/03/2009 10.37

DA SITE.IT


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I SEGRETI DI CIANCIMINO E LA FITTA RETE DI PRESTANOME IN ABRUZZO

TAGLIACOZZO. C'era una fitta rete di presunti prestanome legati al clan del defunto boss palermitano Vito Ciancimino sul territorio abruzzese. Ne è sicura la Guardia di Finanza che ieri a Tagliacozzo ha sequestrato il villaggio turistico “La Contea”.
Un complesso da 15 ettari dal valore di 2.5 milioni e mezzo di euro con ristorante, piscina, campi da tennis e da calcetto.
Già a dicembre del 2007 PrimaDaNoi.it aveva scritto di un primo blitz della Guardia di Finanza che si era recata in Comune, a Tagliacozzo, per sequestrare faldoni inerenti il villaggio turistico.
Gli arresti di ieri di Nino Zangari, 44 anni, Augusto Ricci e Achille Ricci, amministratore delegato e soci dell'Alba D'Oro, sono arrivati dopo due anni di indagini serrate e l'operazione è stata necessaria, ha spiegato Leonardo Matera, comandante del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza dell'Aquila, per «evitare che si portassero a compimento ulteriori e più complesse, sia sotto il punto di vista numerico che economico, operazioni imprenditoriali finanziate con capitali di illecita provenienza».
Gli investigatori della Procura distrettuale di Palermo, infatti sono arrivati in Abruzzo, seguendo il così detto "tesoro di Ciancimino" (l'ex sindaco di Palermo noto alle cronache giudiziarie e finito in carcere per reati di mafia e morto nel 2002).
Cercando cercando si sarebbero imbattuti proprio nella società "Alba d'oro s.r.l."
Secondo la Procura di Palermo il ricco tesoro sarebbe finito, per opera dei figli dell'ex sindaco, investito in altri beni e soprattutto nel settore del gas, attraverso la Gas spa venduta nel 2004 ad una multinazionale spagnola per 120 milioni di euro.
Prima della cessione agli spagnoli però le quote della Gas spa erano detenute da Gianni Lapis, un professore tributarista che, per i magistrati, agiva come prestanome dei Ciancimino e per alcuni pentiti addirittura Provenzano e che era arrivato a Tagliacozzo attraverso la società palermitana che gestisce la rete del gas del comune abruzzese.
I 120 milioni della vendita della società sarebbero poi stati reinviestiti in Romania, Belgrado e anche nella "Alba d'oro srl", la società impegnata nella realizzazione della struttura ricettiva a Tagliacozzo.
Sabato scorso il quotidiano Repubblica ha pubblicato un articolo in cui si ricostruiscono le accuse di Ciancimino Jr, già condannato in primo grado a cinque anni e otto mesi, che adesso sta collaborando con la Procura di Palermo.
E tra le varie ricostruzioni il figlio del boss palermitano tira in ballo proprio Lapis che starebbe aiutando anche lui la procura a sciogliere questa intricata matassa.
Lapis, scrive Repubblica, era «l'uomo al quale il vecchio don Vito avrebbe affidato la gestione del suo patrimonio insieme all'avvocato romano Giorgio Ghiron. Erano loro a gestire il conto "Mignon", con quei 27 milioni di euro, provento del lucroso affare del gas al quale Carlo Vizzini, secondo quanto racconta Ciancimino, sarebbe stato personalmente interessato insieme ad altri insospettabili, soci occulti o meno del gruppo Sirco, (nel quale sarebbero appunto finiti i soldi di Don Vito) poi venduto agli spagnoli».
«La "quota" di Vizzini», si legge ancora, «sarebbe stata di novecentomila euro. Denaro che Ciancimino jr. racconta di aver personalmente consegnato nel 2004 al parlamentare in due tranche, una da 500 mila a Roma e una da 400 mila a Palermo. A disporre la cifra in favore di Vizzini sarebbe stato Lapis, "amministratore" di quel conto del quale, solo nei mesi scorsi, Ciancimino ha ammesso di essere il reale intestatario di sette dei ventisette milioni di euro».
E sempre Lapis, secondo le accuse di Ciancimino, «avrebbe poi disposto un contributo di 100mila euro nei confronti dell'ex sottosegretario al Lavoro Saverio Romano, già indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa in un'inchiesta riaperta in seguito alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella».



RIFONDAZIONE: CI AVEVAMO VISTO GIUSTO»

E Maurizio Acerbo, dopo gli arresti di ieri si dice soddisfatto: «si è disvelato quanto denunciato da Rifondazione Comunista nell'ottobre 2007 con l'interrogazione parlamentare presentata dal nostro senatore Giuseppe Di Lello alla quale si aggiunse analoga iniziativa alla Camera promossa dal sottoscritto e dagli altri deputati del centrosinistra.
Grazie al lavoro di inchiesta dal basso condotto da site.it e dall'associazione Libera, alla competenza in materia del compagno Di Lello, e al contributo dell'allora presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione, si ricostruì con precisione il quadro che esce oggi confermato dalle indagini».

a.l. 17/03/2009 11.02