Inchiesta urbanistica: D’Alfonso ad un passo dalla archiviazione

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Inchiesta urbanistica: D’Alfonso ad un passo dalla archiviazione
PESCARA. Si avvicina la chiusura della inchiesta nota come “inchiesta sulla urbanistica” di Pescara, aperta nel 2006 e coordinata dal pm Aldo Aceto coadiuvato dal pool di magistrati Di Florio, Bellelli, Mennini. * LA STORIA DELLA INCHIESTA
La chiusura sarebbe ormai prossima così come sarebbe quasi certa anche l'archiviazione per le imputazioni principali a carico di Luciano D'Alfonso.
L'indagine contestava al primo cittadino l'ipotesi di reato di abuso d'ufficio in relazione ad una serie di accordi di programma (circa 24), accordi che si sarebbero dovuti stipulare con una serie di imprenditori in diverse zone della città e che prevedevano una quota di cessione a favore del Comune.
La gran parte di questi accordi tuttavia non sarebbe giunta a termine e non si sarebbe conclusa così da non poter configurare nemmeno l'ipotetico reato ascritto. L'accusa più grave dunque potrebbe cadere e potrebbero rimanere in piedi solo alcuni reati minori, sempre che il pool si trovi d'accordo su tutte le ipotesi eventualmente da contestare.
Nella inchiesta però potrebbero non uscire tutti gli indagati per i quali la pubblica accusa potrebbe chiedere comunque il rinvio a giudizio su altri reati che si presumono accertati.
In totale sono 40 le persone iscritte nel registro degli indagati tra imprenditori, amministratori e dirigenti comunali.
E' dunque possibile che il pool in considerazione della scarsità di elementi raccolti non possa sostenere accuse in un processo per cui potrebbe chiedere direttamente l'archiviazione.
Si conclude così una parte della maxi inchiesta che ha fatto parecchio scalpore nei mesi scorsi e che sembrava promettere sviluppi clamorosi che in realtà non ci sono stati.
Secondo quanto è stato possibile apprendere la contestazione principale per il primo cittadino era l'abuso d'ufficio ed il finanziamento illecito ai partiti (non l'associazione a delinquere e solo per alcuni specifici fatti la corruzione).
Reati che però presupponevano la stipula non regolare di accordi di programma. Il fatto è che tali accordi sono poi finiti nel nulla, in parte prima dell'inizio della inchiesta, in altra parte dopo l'apertura dell'inchiesta.
Il risultato è che dalle moltissime carte pure sequestrate sarebbe rimasto ben poco utile per sostenere le accuse di un processo.
Alcune cose della vecchia indagine, dunque, si sono rivelate inutilizzabili o non sufficienti, altre cose invece sono state travasate nell'inchiesta diretta da Gennaro Varone: è il caso della costruzione della villa di Lettomanoppello del sindaco D'Alfonso da parte della ditta Cardinale. Alcuni elementi di quella vicenda erano infatti emersi già nel 2006 e sono stati integrati e compendiati con quelli trovati dai recenti riscontri bancari e l'indagine più recente.
Una archiviazione che di sicuro sarà accolta con favore dai supporters del sindaco che così si potrà liberare di un problema e contestazioni che lo hanno visto al centro dell'attenzione per molti mesi.
Un proscioglimento che riguarda aspetti ben determinati e soprattutto contestazioni precise che tuttavia non toglierebbero nulla alla attuale inchiesta (quella che è giunta all'arresto di D'Alfonso poi revocato dopo una settimana) che si muove su altri piani e su basi diverse.
Una storia strana quella dell'inchiesta sull'urbanistica che ha riempito molte pagine dei quotidiani ed è stata accompagnata come sempre succede in questi casi da veleni, una ridda di voci contrastanti e spesso non veritiere ma anche da fughe di notizie.
Dall'ultimo decreto di sequestro della villa firmato dal gip Luca de Ninis sappiamo che proprio in seguito a quelle fughe di notizie (fine dicembre 2006 inizio 2007) i prelievi di contanti dai conti del sindaco D'Alfonso, che prima di allora erano stati praticamente nulli, iniziarono a normalizzarsi.

a.b. 03/03/2009 9.54

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LA STORIA DELLA INCHIESTA

PESCARA. Il 28 dicembre del 2007 si scoprì che Luciano D'Alfonso era indagato per abuso d'ufficio nella maxi inchiesta che riguardava il settore Urbanistica e più in generale gli accordi di programma.
Fu un articolo del Messaggero a svelare tutti i dettagli. Ma già da maggio si rincorrevano notizie più o meno sommarie sulla vicenda, anche perché la polizia cominciò una serie massiccia di perquisizioni in Comune seguite ad acquisizioni e sequestri di una mole ingente di documenti.
Una prima denuncia riguardò anche le gare pubbliche di appalto sull'area di risulta che venne così incorporata nel maxi procedimento principale.
La mole di documenti era tale e tanta che un solo pm non bastava.
Il pm Aldo Aceto, che coordinava le indagini, chiese di essere affiancato da altri magistrati. Si formò così il pool che operava congiuntamente e per argomenti formato dallo stesso Aceto, Giampiero Di Florio, Giuseppe Bellelli e Pietro Mennini.
I reati da accertare erano quelli di abuso d'ufficio, corruzione nell'ambito di presunti favori agli imprenditori per mezzo di cubature e accordi di programma (decine) e di una serie di presunte irregolarità relative agli incrementi privati e alla scarsità di opere pubbliche, di possibili tangenti, favori, incarichi.
Una serie eterogenea di fatti e contestazioni che ha allargato a dismisura l'ambito di azione. Forse troppo.
Cominciarono a trapelare notizie su intercettazioni telefoniche riguardanti l'imprenditore Primavera e l'ex assessore Licio Di Biase. Tra le altre cose si parlò di un contributo per la pubblicazione di un libro di Di Biase.
Trapelò anche la questione relativa ad un fondaco utilizzato dal sindaco D'Alfonso e quella relativa alla sede elettorale di Piazza Unione nelle disposizioni del primo cittadino.
Nel frattempo continuavano anche a Montesilvano le indagini sull'altra maxi inchiesta, il Ciclone che riguardava proprio l'urbanistica e ipotetiche mazzette. Ma gli inquirenti hanno sempre smentito sovrapposizioni o similitudini.
Negli stessi periodi la polizia sequestrò documenti anche nel Comune di San Giovanni Teatino nell'ambito della medesima indagine. Dalle carte erano emerse presunte similitudini ed alcuni punti di contatto così da estendere perquisizioni ed indagini anche al comune teatino.
Si scoprì che erano una quindicina gli imprenditori che avevano subito perquisizioni, il numero degli indagati arrivò a 40.
A dicembre poi la notizia più eclatante: anche il sindaco D'Alfonso finito nell'inchiesta per corruzione, abuso di ufficio, illecito finanziamento ai partiti.
Subito dopo la lettura dell'articolo D'Alfonso convocò una conferenza stampa nella quale rispose alle domande dei giornalisti con un cospicuo numero di «non so».

Il sindaco disse anche di aver chiesto alla Procura della Repubblica, attraverso i suoi legali, di essere ascoltato per fornire una deposizione spontanea.
«La regolarità formale degli atti è assolutamente ineccepibile», ribadì più volte. «Quando si amministra un pubblico potere», disse, «le decisioni del pubblico potere possono finire sotto la luce di una rilettura dell'attività giudiziaria, ed essere sottoposte ad una attività di chiarificazione». Il sindaco assicurò: «non c'è trippa per gatti».
Pochi giorni dopo il sindaco venne ascoltato ed il suo interrogatorio secretato. Poi sull'inchiesta calò il silenzio. Due dei quattro pubblici ministeri infatti erano impegnati contemporaneamente nell'altro grande terremoto abruzzese: lo scandalo della sanità che a metà luglio portò all'arresto di Ottaviano Del Turco.
Un altro invece, Aldo Aceto, a giugno lasciò gli uffici pescaresi della procura per trasferirsi a quella di Larino.
Secondo alcune versioni non vi fu sempre accordo tra i pm circa le modalità di azioni, il metodo e le contestazioni. Così come sembra non vi fu accordo tra le anime che reputavano scarse le prove raccolte e quelle invece che le ritenevano sufficienti per sostenere un processo.

Alessandra Lotti 03/03/2009 8.21