D'Alfonso ed i giornalisti "amici": tutto vero ma mancano "le carte"

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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PESCARA. Da sempre voci e malumori. Le proteste anche della politica per notizie mai apparse e ritenute "interessanti", articoli palesemente schierati, interviste poco incisive, inchieste giornalistiche praticamente assenti, titoli bugiardi.
Gli indizi ci sono da sempre e che parte della stampa pescarese fosse sotto l'ala protettiva del sindaco D'Alfonso è cosa scontata, conosciuta nell'ambiente giornalistico e fuori.
Il precedente che suscitò non poco clamore fu quello dell'ex direttore de Il Centro che concordava gli articoli con Giancarlo Masciarelli il quale forniva un quadro a dir poco edulcorato dei primi sequestri alla Fira, sequestri dai quali sarebbero scaturite le indagini sulla finanziaria regionale.
Da allora sono stati versati fiumi di inchiostro.
Così l'Ordine dei giornalisti ha chiesto ufficialmente gli atti alla procura di Pescara su eventuali casi di giornalisti prezzolati o compiacenti, amici in grado di distorcere la realtà dei fatti a scapito dei cittadini, lettori e spettatori.
Per il presidente dell'Ordine, Pallotta, è solo uno il caso importante e documentato, quello dell'ex collaboratore esterno de Il Tempo, Francesco Di Miero, che veniva pagato per consulenze mai svolte da imprenditori solo perché lo aveva chiesto D'Alfonso.
Quella del filone giornalistico è forse una delle parti più interessanti delle inchiesta che riguardano il Comune di Pescara. Un filone che tuttavia è destinato a finire nel nulla con buona pace di moltissimi operatori dell'informazione.
Meno dei cittadini ed elettori che dovranno continuare a sorbirsi una informazione spesso chiaramente parziale.
Finirà tutto in una bolla di sapone perché ufficialmente le "carte" che il presidente dell'Ordine ha chiesto alla procura di Pescara non esistono.
Già perché l'unico fatto acclarato ed "ufficiale" è quello contenuto nella prima ordinanza del gip De Ninis che racconta come si svolsero i fatti relativamente al caso Di Miero.
Le altre sarebbero solo «illazioni», magari strumentali per gettare discredito «sulla classe dei giornalisti».
Invece, sono fatti veri, realmente accaduti, pure registrati grazie ad intercettazioni telefoniche.
Telefonate, diverse decine, dalle quali si intuirebbe come alcuni giornalisti al telefono con il sindaco fossero particolarmente compiacenti e pronti ad "addolcire" piccoli e grandi dettagli per mitigare uno scandalo, equilibrarlo, smorzare una polemica politica ecc.
Quelle intercettazioni telefoniche ufficialmente non ci sono in questo procedimento per cui quando la richiesta dovesse arrivare al pm Varone la risposta sarà solo una: oltre Di Miero non conosciamo niente altro.
Le intercettazioni, infatti, sarebbero state effettuate tra il 2006 ed il 2007 nell'ambito dell'altra inchiesta, quella del pm Aldo Aceto, ma non sarebbero state trascritte e inserite nella inchiesta perché non rilevanti penalmente né in qualche modo attinenti alla inchiesta stessa.
Come dire: ascoltando ascoltando gli inquirenti si sono fatti una idea precisa su come si muovevano giornalisti e politica, una situazione probabilmente molto sconveniente, di grandissimo interesse pubblico ma non penalmente rilevante.
Così tutto è destinato ad affossarsi a meno di clamorose rivelazioni.
Qualche sedia importante trema ma forse non salterà.
Stare al telefono con il sindaco è cosa normale per i giornalisti, molti dei quali sono amici personali dell'ex primo cittadino, ma questo non dovrebbe inficiare il lavoro del cronista.
Ma oggi il discrimen tra lecito e illecito è così labile, figurarsi quello dell'opportuno e inopportuno e così al sindaco potente non si diceva mai no.
Fatti che sarebbero provati da carte segrete che forse rimarranno tali per sempre.
Anche così di mortifica la democrazia.

27/12/2008 10.28