Omicidio Di Donato: 27 anni di reclusione a Paolucci

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Omicidio Di Donato: 27 anni di reclusione a Paolucci
CHIETI. Si è concluso con la condanna a 27 anni di reclusione e 5.000 euro di multa per Emidio Paolucci, 40 anni di Chieti. L’accusa è quella di aver ucciso Marco Di Donato.
Il processo ha avuto ieri il suo epilogo davanti alla Corte d'Assise di Chieti, presieduta da Filippo Bortone, a latere Paolo Di Geronimo.
Dopo nove anni dall'omicidio è stata messa la parola fine (per ora) e condannato quello che fin dal primo momento era stato indicato come il presunto assassino.
Per l'imputato, il pubblico ministero Giampiero Di Florio ( nella foto), aveva chiesto la condanna a 30 anni di carcere. La Corte ha inoltre condannato a due anni di reclusione e 3.000 euro (il pm ne aveva chiesti sette) per la sola detenzione a fini di spaccio di stupafacenti Maria Rosaria Dario, ex convivente di Paolucci.
Secondo l'accusa il movente dell'omicidio sarebbe da ricondurre o a dissidi sulla spartizione del bottino di una rapina o al tentativo della vittima di prendere le distanze da Paolucci e dunque di non condividere con lui azioni criminose.
Il giovane Marco, che all'epoca dei fatti aveva 28 anni venne trovato privo di vita a Manoppello il 23 aprile del 1999: il suo corpo, in avanzato stato di decomposizione, fu scoperto dentro un casolare diroccato in contrada Casale.
Il giovane aveva al collo un laccio delle scarpe ma secondo gli investigatori si trattò solo del tentativo di simulare un suicidio.
Di Donato invece sarebbe morto per strangolamento dopo essere stato tramortito.
Paolucci, che nel processo è stato seguito prima dall'avvocato Giancarlo De Marco e Marco Zanna poi, venne arrestato in Belgio dopo sei mesi dall'omicidio.
A fine 2003 però, l'uomo lasciò l'Italia e anche in Spagna ebbe problemi con la giustizia dove scontò tre anni di carcere per una rapina.
Tornato in Italia grazie alla richiesta di estradizione arrivò una nuova pesantissima accusa: associazione a delinquere di stampo mafioso. Questa volta l'indagine era partita dalla Procura di Napoli.
Sul caso Di Donato Paolucci non ha mai ammesso le proprie responsabilità. Ha sempre detto che non aveva alcun motivo per uccidere un suo amico. Nel corso del processo l'uomo si è anche sottoposto ad uno sciopero della fame per protestare contro un'accusa che lui ha sempre rispedito al mittente ed ha perso così 30 chili. L'uomo si è poi detto sempre favorevole alla prova del Dna sui lacci delle scarpe che furono ritrovati intorno al collo della vittima per dimostrare che lui non aveva mai toccato quella corda.
Anche in sede di processo ha raccontato che la notte della morte è stata l'ultima volta che aveva visto l'amico ma non ha mai confessato l'omicidio.
Paolucci e' stato inoltre condannato a risarcire i danni alla parte civile, ovvero alla madre di Di Donato che si era costituita in giudizio.
Era stata proprio la donna a denunciare la scomparsa del figlio. Quando andò dai carabinieri disse anche di aver sognato Marco senza vita nei pressi di un casolare che il ragazzo stava ristrutturando. Gli inquirenti setacciarono la zona ma non trovarono niente. Il corpo comparì misteriosamente in quella zona un mese dopo.

11/12/2008 9.33