Trifuoggi:«No al segreto istruttorio:i cittadini controllino il nostro lavoro»

Alessandro Biancardi

Reporter:

Redazione PdN

Letture:

1773

Trifuoggi:«No al segreto istruttorio:i cittadini controllino il nostro lavoro»
L'AQUILA. Il rapporto tra magistrati e giornalisti, la necessità di conoscere le attività di indagini e l'interesse di non farle abortire con articoli di stampa, il divieto di pubblicazione delle intercettazioni e la «politica dello struzzo».
Nicola Trifuoggi, procuratore della Repubblica di Pescara, ieri intervenuto a L'Aquila al premio giornalistico Guido Polidoro e ha partecipato al dibattito sul giornalismo d'inchiesta, insieme al giornalista dell'Espresso Primo Di Nicola e al preside corso laurea Scienze dell'Investigazione l'Aquila Franco Sidoti.
Trifuoggi ha parlato brevemente di quelli che potrebbero essere i problemi che riguardano direttamente i magistrati ed i giornalisti e di riflesso l'opinione pubblica nel caso in cui certe notizie non saltassero fuori. Non sono mancate stoccate ed allusioni amare.
«Il rapporto magistratura e giornalismo?», ha esordito Trifuoggi, «non mi sono mai piaciute le generalizzazioni ma con tutto il rispetto noi addetti ai lavori non possiamo occuparci anche di questo. Ognuno faccia bene il suo mestiere. Lo dico con il sorriso sulle labbra ma con tutt'altri sentimenti nel cuore. Credo sia improprio parlare di conflitto tra le due istituzioni. Certo è che vi sono dei magistrati cattivi che sono anche cattivi magistrati, però, non è detto che tutti i giornalisti sono buoni anche se di solito i giornalisti buoni sono anche buoni giornalisti. Per quello che mi riguarda in 41 anni di attività non ho mai fatto perquisire una sede di giornale nonostante alcune notizie potessero dare adito. Solo in vecchiaia sono stato costretto per correttezza formale a perquisire ma già sapevo che non avrei trovato nulla».
Il riferimento è alle perquisizioni della scorsa estate nell'ambito della maxi inchiesta sulla sanità nella redazione del Riformista che aveva pubblicato un articolo su un presunto dossier di Giancarlo Masciarelli il quale avrebbe annotato una serie di tangenti ricevute dai partiti di destra e sinistra.
«E' vero che ci sono dei casi in cui ci sono accanimenti nei confronti dei cronisti», ha continuato Trifuoggi, «ma sono casi limite. I giornalisti sono stati definiti dalla Corte di giustizia europea "i cani da guardia della democrazia". Ed è una sacrosanta verità. Le nostre scelte, infatti, sono continue e devono essere fatte nella piena consapevolezza del mondo nel quale vengono operate, altrimenti la scelta è falsata dalla inconsapevolezza. Questa consapevolezza ce la devono dare i giornalisti».
Si è poi parlato del segreto professionale che non è adeguatamente protetto dalla legge e che spesso viene vanificato da una serie di norme che portano alla condanna del giornalista che non ha rivelato le sue fonti.
Il giornalista è obbligato al segreto perché altrimenti notizie di grande interesse pubblico non potrebbero essere divulgate.
«E' un segreto fasullo sulla base di una legislazione abbastanza libera», ha spiegato Trifuoggi, «per il futuro invece le cose potrebbero peggiorare… Mi sembra che quel progetto che riguarda apparentemente solo le intercettazioni nasconda risvolti più grandi ed è uno degli abituali sistemi di risolvere le cose nel nostro paese. Se c'è chi denuncia un problema in Italia per risolverlo si elimina il denunciante in modo che a sua volta scompaia anche il problema. Ammazziamo i medici che parlano delle epidemie così non si saprà più nulla delle malattie. Impediamo ai magistrati di ascoltare e non si parlerà più di reati… Per fortuna che le persone sono ancora così idiote che continuano a parlare di nefandezze al telefono, per organizzare attentati, darsi appuntamenti per spartirsi denaro, droga… Eliminiamo le intercettazioni così si risolve il problema. E se si pubblicano sul giornale arriva la sanzione pesantissima. Questo può segnare anche la sparizione della informazione e degli stessi giornali più piccoli».
Una via diversa però ci sarebbe ma implica una precisa e netta «volontà» degli amministratori.
«Se vogliamo che la pubblica opinione sia informata», ha spiegato il procuratore, «dobbiamo arrivare all'applicazione di tre principi importanti: il diritto della Stato a perseguire i reati (un diritto della collettività); il diritto della pubblica opinione di essere informati sulle fasi della indagini perchè occorre il controllo della gente anche sulla magistratura, e terzo: le persone coinvolte nel procedimento penale devono essere conosciute e note. Occorre mettere in pratica questi tre punti ma bisogna andare nella direzione opposta al disegno di legge sulle intercettazioni. Allora meglio eliminare il segreto istruttorio. Con due soli eccezioni: fare in modo di non pregiudicare le indagini stesse: non posso scrivere sul giornale "domani perquisizione a tal dei tali " perché è ovvio che non trovo nulla. Si può stabilire un lasso di tempo nel quale rimangono segrete per evitare che le indagini stesse abortiscano. Poi si può scrivere tutto perché è giusto che si sappia».
L'altro limite, secondo Trifuoggi, dovrebbe essere la tutela della privacy delle persone che di striscio vengono tirate dentro dalle indagini ma non sono indagate e di questo aspetto si deve assumere la responsabilità il giornalista stesso.
Questo è tuttavia un caso particolare poiché vi sono fatti che seppur non di rilevanza penale hanno un grossissimo interesse pubblico per cui il giornalista ha il dovere insopprimibile di divulgarle.
Come comportarsi in questi casi?
In fine Trifuoggi ha accennato velatamente agli attacchi di certi giornali ai magistrati e consigliato un «corso di formazione per magistrati e giornalisti per conoscersi meglio ed evitare così la diffidenza e la paura reciproca».

06/12/2008 12.00