La crisi della Sevel travestita da «ferie di Natale»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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VAL DI SANGRO (CHIETI). Ventotto anni di crescita occupazionale e produttiva che non ha avuto eguali in Italia. E la realizzazione di un veicolo commerciale, il Ducato, simbolo di profitto e di record di vendite.
Ora la crisi, con Sevel – azienda della Val di Sangro (Chieti) dove
vengono prodotti il furgone Ducato e gli omologhi a marchio Peugeot e
Citroen - che sbatte la porta in faccia al sindacato, rifiutando
dialogo e confronto, e che cancella 1.400 posti di lavoro, mandando
via - tra ottobre scorso e il prossimo mese di gennaio - 1.000 operai
tra interinali (circa 600) e contratti a termine (400).
Ma Fiom, Fim e Uilm non ci stanno. «Questo stabilimento – dicono – e
l'Abruzzo intero, anche con sacrificio, hanno sempre portato alti
rendimenti al gruppo Fiat, aiutandolo a risollevare i conti massacrati
dal crollo del settore auto. Adesso Sevel e Fiat abbiano rispetto per
il territorio e per i lavoratori, lo pretendiamo».
A settembre i primi sintomi che preoccupano: da un obiettivo produttivo da raggiungere di circa 1.270 furgoni al giorno si passa
d'improvviso agli attuali 1.030 veicoli quotidiani. E' un sostanziale
calo rispetto alle previsioni del gruppo Fiat che, per portare nel
2009 la capienza produttiva a 300.000 furgoni annui, ha appena
investito 159 milioni di euro.
Da qui inizia la sfalciata: via i primi 100 interinali, a casa i 360
operai arrivati da altre fabbriche del gruppo. Ma i tagli continuano:
se ne annunciano nuovi, e più numerosi. Si annuncia anche il fermo per
cassa integrazione dal 15 dicembre al 10 gennaio.
«Ferie di Natale lunghe», così vengono ribattezzate. Cgil, Cisl e Uil
bussano più volte alle porte che contano… «ma ci siamo trovati di
fronte a un muro di gomma. Non c'è un piano per gestire la crisi, non
si comprende come affrontarla».
In Sevel vige un accordo del 2005, l'unico del gruppo Fiat, che prevede un percorso di stabilizzazione dei precari. «Oggi, però, -
spiega Nicola Manzi, della Uil - quell'accordo, che in 3 anni ci ha permesso di gestire circa 3 mila precari consentendo alla metà di loro
di essere stabilizzati, non viene rispettato. Sembra essersi dissolto».
Secondo i sindacati c'è qualcosa che non va nelle cifre prospettate
dall'azienda, anche perché il Ducato tira sul mercato, eccome se tira.
«Per il prossimo anno l'obiettivo è di realizzare 1.000 furgoni al giorno - aggiunge Domenico Bologna della Cisl - ma con le sforbiciate annunciate questo non sarà possibile. Chiediamo, ma è difficile, che
almeno vengano confermati i dipendenti con contratti a termine».
Il segretario regionale Fiom, Nicola Di Matteo lancia un altro allarme: «Non vorremmo - rimarca - che ci sia un disegno che, dopo il licenziamento dei precari, preveda la mobilità anche per parte del
resto del personale».
Sevel è realtà da grandi numeri: 5580 operai, 458 impiegati e quadri,
270 apprendisti. «Un posto di lavoro in meno in Sevel – evidenzia
Marco Di Rocco, segretario provinciale Fiom – significa perderne almeno altri due nell'indotto. Significa piccole imprese a fondo e
dramma sociale».
I sindacati, dopo aver tentato di aprire un confronto con la dirigenza
di Sevel, sono costretti a lanciare le loro proposte attraverso i
media, nella speranza di essere ascoltati. E per il prossimo 28
novembre a Lanciano hanno convocato un'assemblea con tutti i sindaci
del comprensorio. «Vogliamo coinvolgerli nella vertenza e spronarli a
formulare un documento da inviare all'amministratore delegato Fiat,
Sergio Marchionne». Alcuni sindaci si sono già mobilitati. Il primo cittadino di Paglieta, Giuseppe Lalli, ha estrapolato dal proprio esiguo bilancio «10 mila euro da destinare alle famiglie» in gravi difficoltà.
Per loro anche meno tasse. Sulla vicenda è intervenuto anche il
consigliere provinciale Palmerino Fagnilli con una lettera in cui sollecita il presidente della Provincia, Tommaso Coletti, ad aprire un tavolo istituzionale per trattare «una crisi che, ad una lettura più attenta, sembra siano destinati a pagare solo e soprattutto i lavoratori, cioè quella componente del processo produttivo che ha fatto la fortuna del fenomeno Val di Sangro. Come giustificare altrimenti il fatto che i livelli di produzione siano pressoché rimasti invariati, mentre quelli occupazionali vengano drasticamente
ridotti?»
Serena Giannico 24/11/2008 8.42