Cassazione. Segrete le trasmissioni delle Forze dell’ordine: cronisti condannati

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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ROMA. Vanno condannati i cronisti di nera che intercettano le comunicazioni delle forze dell'ordine per scovare le ultime notizie.
Lo sottolinea la Cassazione, confermando la sentenza con cui la Corte d'appello di Milano, nel maggio del 2007, aveva condannato il direttore, un cronista e un collaboratore del giornale telematico 'Merate on line' ai sensi di quanto previsto dagli articolo 617 e 623 bis del codice penale.
Per il direttore e il cronista dipendente del giornale e' dunque divenuta definitiva la condanna a un anno e tre mesi di carcere, mentre al collaboratore e' stata inflitta la pena di sei mesi di reclusione.
Ai tre imputati, che in primo grado erano stati assolti dal tribunale di Lecco, era contestato il fatto di aver installato apparati e strumenti e mediante questi «fraudolentemente, preso cognizione delle comunicazioni e delle conversazioni tra le centrali operative delle Forze di Polizia e del comando dei carabinieri e le pattuglie mobili sul territorio».
Contro tale verdetto i tre giornalisti si erano rivolti alla Suprema Corte, rilevando che «le comunicazioni tra la centrale operativa e le pattuglie delle forze dell'ordine non sarebbero connotate da segretezza, essendo diffuse 'in chiaro' per aria attraverso onde elettromagnetiche, per cui esse non sarebbero tutelate costituzionalmente e penalmente».
Di diverso avviso i giudici della quinta sezione penale di 'Palazzaccio', che hanno rigettato i ricorsi: «la realizzazione dei reati in questione - si legge nella sentenza n.40249 – da parte degli imputati e' dimostrata dal sequestro di apparati ricetrasmittenti, idonei a captare le comunicazioni della centrale operativa dei carabinieri, all'interno dell'autovettura» su cui viaggiavano due dei tre giornalisti condannati.
«La sentenza impugnata - scrivono gli 'ermellini' - evidenzia che gli imputati 'non negavano che gli strumenti sequestrati venivano utilizzati per l'attivita' giornalistica' e che il dolo era desunto 'dalla tipologia dell'apparecchiatura illegittimamente installata, descritta dai testi come idonea ad impedire o intercettare conversazioni su frequenze riservate al ministero della Difesa e in particolare utilizzate del comando provinciale dei carabinieri».
Anche l'esercizio del diritto di cronaca non e' valso a salvare dalla condanna i tre giornalisti: tale esercizio «sussistendone i presupposti - chiarisce la Cassazione - puo' scriminare il reato di diffamazione, ma non i reati contestati» in questo caso.

30/10/2008 16.24