Una nuova vita per le schiave del sesso, oggi accusatrici dei loro aguzzini

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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2011

PESCARA. Qualche volta anche le storie più turpi hanno un lieto fine. Come la storia delle tre ragazze romene -oggi poco meno che ventenni- che quattro anni fa furono liberate dalla Squadra mobile di Pescara dalle grinfie dei loro protettori.


PESCARA. Qualche volta anche le storie più turpi hanno un lieto fine.
Come la storia delle tre ragazze romene -oggi poco meno che ventenni- che quattro anni fa furono liberate dalla Squadra mobile di Pescara dalle grinfie dei loro protettori.

Arrivavano direttamente dalla Romania per battere le nostre strade, vendute per soli 4.000 euro, finite nelle maglie di una enorme associazione a delinquere internazionale, giunte clandestinamente in Italia, violentate e costrette a "produrre" reddito.
Una inchiesta che fece scalpore (denominata Spirit) ed una vicenda giudiziaria che ha permesso la disarticolazione di una serie di associazioni a delinquere sovrapposte e interconnesse tra delinquenza romena e quella italiana con il fine di creare una vera e propria tratta delle schiave del sesso.
Le tre giovani romene oggi vivono lontane dall'Abruzzo e si sono ricostruite una vita, alcune di loro sono fidanzate ed hanno un lavoro comune, conducono una esistenza normale, lontano da quegli orrori che hanno dovuto sopportare.
Qualche giorno fa, due di loro sono state costrette a ricordare e ripercorrere il loro incubo nel processo che è iniziato a Pescara e che è l'ultima tranches del percorso giudiziario.
Sono, infatti, testimoni del processo, con rito ordinario, che vede ancora imputati quattro presunti componenti dell'organizzazione, tre romeni e un italiano. Per gli altri 15 indagati ci sono state tutte condanne ottenute con il patteggiamento. Solo uno degli accusati è stato prosciolto.
L'8 gennaio prossimo sarà ascoltata la terza delle ragazze romene e poi sarà solo questione di giorni per chiudere definitivamente il capitolo.

UNA INCHIESTA CHE SCOSSE L'ABRUZZO

L'operazione Spirit, condotta dalla Squadra mobile di Pescara, coordinata dal pm Gennaro Varone, fece scalpore nel 2004 quando vennero operati i primi arresti.
Grazie alle intercettazioni telefoniche fu possibile scoprire i diversi piani delle associazioni a delinquere, costituite da malavitosi romeni che si organizzavano in "cellule", ognuna delle quali aveva delle competenze specifiche nell'ambito della filiera della tratta.
Gli inquirenti sono riusciti a risalire ai responsabili del reclutamento nella città romena di Calarasi, dove le ragazze venivano prelevate e allettate con promesse di una vita migliore, ma poi vendute per 4.000 euro.
I loro compratori le vendevano ad una successiva cellula. Così le donne venivano trasportate in Italia clandestinamente, grazie alla complicità di funzionari della dogana corrotti (all'epoca la Romania non era ancora entrata nell'unione europea).
I romeni addetti al trasporto facevano riferimento ad un'altra cellula romena di stanza nel nostro Paese per la fornitura di passaporti falsi.
La sistemazione delle ragazze spesso veniva affidata ad un ennesimo gruppo, spesso italiani, che per ultimi si occupavano di farle prostituire lucrandone i guadagni.

UNA INDAGINE PARTITA PER CASO

La vicenda fu scoperta per caso quando vennero ritrovate tre giovani romene (la più piccola aveva solo 15 anni) in un appartamento di Montesilvano.
Si scoprì che erano state introdotte clandestinamente in Italia per poi essere destinate al meretricio, dopo essere state acquistate.
Grazie al numero di cellulare di uno degli sfruttatori fornito dalle ragazze, gli inquirenti riuscirono a scoprire minuziosamente la complicata rete di delinquenti che operavano e sfruttavano le ragazze tra l'Abruzzo, il Lazio, il Nord Italia e la Romania.

L'uomo chiave dell'intero meccanismo fu individuato nel romeno Remus
Antofi: lui era l'intermediario tra i diversi gruppi criminali interessati alla vendita e all'acquisto delle minorenni.
Condannato in primo grado, è stato accusato tra l'altro di aver indotto alla prostituzione due quindicenni affinché con il ricavato potesse pagare le spese legali del fratello Romulus, agli arresti con l'accusa di sfruttamento e induzione alla prostituzione. Antofi riusciva a dirigere dalla Romania l'attività della cellula italiana che si incaricava di raccogliere, attraverso una complice, il ricavato del meretricio.

I RISVOLTI SOCIALI E CULTURALI

L'inchiesta venne giudicata importante perché fu una delle prime in Italia a descrivere, oltre che dal punto di vista giudiziario, aspetti fondamentali sui perché di una tratta così diffusa.
Perché le "schiave" che non erano in catene non fuggivano?
Furono circa una decina le ragazze liberate, solo tre di queste decisero di collaborare con la giustizia per tirarsi fuori dall'incubo.
Altre ragazze non collaborarono mai, nonostante le violenze subite, per una distorta concezione della realtà: non vedevano i loro aguzzini come sfruttatori ma come protettori, datori di lavoro o addirittura benefattori che le avevano strappate dalla miseria, offrendo loro un lavoro redditizio.
Le schiave del sesso –hanno potuto appurare le indagini- erano in realtà legate spesso da un rapporto di complicità, quasi di affiliazione, ai loro sfruttatori.
Una di queste, è stato accertato, credeva di avere persino una storia d'amore con uno dei suoi sfruttatori.
«Questo tipo di rapporto», si legge tra le carte del processo, «è dovuto a una sub-cultura radicata in Romania che spiega le ragioni per cui le donne individuate non fossero state segregate e costrette a prostituirsi e al contrario alcune di queste erano anche munite di telefoni e di denaro, godendo di una ampia autonomia».

UNA ORGANIZZAZIONE INFINITA

Le indagini, basate in gran parte sulle intercettazioni telefoniche, si sono allargate a dismisura, in altre zone del territorio italiano sconfinando anche a Roma dove altre cellule romene collaboravano in sinergia con quelle pescaresi. Ad un certo punto le indagini sono cresciute ponendo agli inquirenti anche un problema di competenza territoriale. Parte dell'inchiesta, infatti, è stata delegata alla procura di Roma.
Restano comunque molti gli aspetti oscuri dell'inchiesta: alcune persone che a diverso titolo hanno collaborato e interagito con le organizzazioni criminali non sono mai state identificate.
Di alcuni di loro si conosce l'esistenza ed il ruolo preciso ma gli investigatori non sono mai riusciti a scovarli.
L'8 gennaio prossimo potrebbe essere l'ultima udienza del processo.
Un risultato che non sarebbe stato possibile senza le intercettazioni telefoniche.
La comunicazione a distanza via telefono, ma anche via e-mail, sono stati gli strumenti principali per il coordinamento delle varie cellule dislocate in Italia e in Romania.
Attraverso questi mezzi si sono stipulati gli accordi e stabilite le modalità del reclutamento, del trasporto e del sistemazione delle donne in Italia.
Solo attraverso le intercettazioni è stato possibile risalire agli altri attori e al loro ruolo specifico.
Senza la possibilità di ascoltare gli inquirenti sarebbero stati inevitabilmente accecati.
Le tre ragazze romene oggi probabilmente sarebbero ancora sulle nostre strade.

a.b. 01/10/2008 8.19