Io, ex precaria incinta, licenziata e con un mutuo da pagare

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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LA DURA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA. «La Asl mi ha licenziata perché ero al quarto mese di gravidanza. A tutte le altre Infermiere del reparto il contratto è stato prorogato. A me no». Mentre lo racconta, Daniela – chiameremo così la precaria che ha voluto confidarsi con noi - ha gli occhi lucidi: «Mi vengono ancora le lacrime, come allora. Quando mi hanno mandato a casa mi è caduto il mondo addosso, piangevo tutti i giorni».


LA DURA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA. «La Asl mi ha licenziata perché ero al quarto mese di gravidanza. A tutte le altre Infermiere del reparto il contratto è stato prorogato. A me no». Mentre lo racconta, Daniela – chiameremo così la precaria che ha voluto confidarsi con noi - ha gli occhi lucidi: «Mi vengono ancora le lacrime, come allora. Quando mi hanno mandato a casa mi è caduto il mondo addosso, piangevo tutti i giorni».
«Poi ho smesso per il bambino», dice, «perché avevo problemi di tachicardia. Non potevo vivere una gioia immensa come una condanna. Ho scelto il bambino, l'ho aspettato, lo sto crescendo anche se non ho un lavoro dopo tre anni di contratti all'Ospedale».
Daniela vive in un quartiere di nuova urbanizzazione tra Chieti e Pescara. Palazzine ancora non tutte abitate, citofoni senza nome, qualche raro negozio e nessuno a cui chiedere informazioni.
«Il secondo palazzo a destra dopo l'incrocio», aveva detto.
Meglio telefonare: «Sono qui in zona, non ti trovo».
«E' l'unico portone con i nomi ai citofoni, terzo piano».
Anche l'ascensore è da poco in funzione, nessun graffito e quadro pulsanti digitale. La porta è aperta: il bambino dorme, meglio non suonare.
Foto del matrimonio alle pareti, divano e mobili che profumano ancora di nuovo.
Ci sediamo attorno ad un tavolo di cristallo: dalla finestra si vede Chieti e si indovina il profilo dell'Ospedale.
«Prima vivevo per le proroghe del contratto, i turni, le graduatorie bloccate dei concorsi, le domande a questa o quella Clinica per spendere la Laurea in Scienze infermieristiche che aveva tanto inorgoglito i miei genitori – racconta Daniela - adesso la giornata è scandita dalle poppate, dai pannolini, dai primi sorrisi. Con lo stesso dilemma di ieri: vivere una grande gioia come il primo figlio, con dentro il problema assillante del lavoro».
«Poi ti rifugi nella vertenza sindacale, ma sai che è una soluzione temporanea. Mio marito fa finta di niente, anche lui ha avuto problemi di lavoro. Adesso da due mesi – finalmente – ha riavuto uno stipendio. Si tira avanti tra mille difficoltà, ci sono anche un mutuo variabile da pagare e le rate dei mobili».
Quando ti sei sposata eri precaria, non hai avuto qualche timore?
«Si, c'erano i contratti a tempo determinato, ma anche la fiducia nella stabilizzazione o in qualche concorso, come quello di Chieti, bandito, prorogato, mai svolto e rimasto in attesa di tempi migliori. Poi la situazione è precipitata. E ti ritrovi sola, a casa, a combattere contro un muro di indifferenza. Con la nostalgia del lavoro che ti prende all'improvviso – Daniela inavvertitamente volge lo sguardo oltre la finestra, verso l'Ospedale in lontananza - Non è solo questione di stipendio: ti mancano i colleghi, ti manca il rapporto con il malato, non riesci a dare quello che hai imparato, vivi la frustrazione di aver subìto un'ingiustizia, sai che ti hanno formato, che hanno investito su di te e poi ti dicono: non servi più».
Solidarietà dai colleghi?
«Piena da quelli licenziati come me, scarsa da quelli ancora in servizio. Eppure la questione li riguarda. Il contratto scadrà tra quattro mesi e dicembre arriva subito. Vanno verso il precipizio con uno schermo davanti agli occhi e non lo vedono».
Il bambino si è svegliato e reclama la mamma.
E' ancora un pò assonnato, ma già sorride.
Ce l'hai con qualcuno in particolare?
«Con lui dimentico tutto. Ma prima o poi mi dovranno spiegare se mi sono sbagliata a scegliere questa professione. Qualcuno, con un tratto di penna, ha cancellato quello che possiamo dare a chi ha bisogno di assistenza. La mia aspirazione massima? Tornare in Ospedale, come ogni Infermiere: un lavoro stressante e faticoso, ma ti senti utile a qualcuno».
Chissà magari anche qualche paziente inchiodato al letto d'ospedale sarebbe d'accordo con Daniela e sarebbe felice di poter beneficiare della professionalità di tante giovani pronte a dare tutto…
Ma abbiamo imparato che in fatto di sanità illogicità e contraddizioni sono la regola.
E non è solo Daniela a pagare il conto salatissimo.

Sebastiano Calella 31/07/2008 9.08