Scandalo acqua: la complessità delle indagini salvò gli indagati dalle manette

Alessandro Biancardi

Reporter:

Redazione PdN

Letture:

2235

Scandalo acqua: la complessità delle indagini salvò gli indagati dalle manette
SCANDALO DELL'ACQUA AVVELENATA . PESCARA. Emergono nuovi particolari dall'inchiesta sulla discarica di Bussi e sull'acqua avvelenata, una indagine definita «ciclopica» per la mole di documenti che sono stati analizzati e studiati e per la complessità oggettiva della materia trattata. Non è stato facile, infatti, districarsi tra un groviglio di norme e di dati per trovare la prova scientifica ed inconfutabile dell'inquinamento delle acque.



La procura di Pescara dieci giorni fa ha chiuso le indagini e spedito l'avviso di garanzia a 33 persone tra amministratori e tecnici di Aca e Ato e ai responsabili della Montedison degli ultimi 10 anni.
I reati contestati dalla procura sono gravissimi eppure non si è mai proceduto all'arresto. Secondo quanto si apprende, però, sarebbe stata solo una scelta "imposta" dalla complessità degli accertamenti in corso, dalle perizie e dalle rilevazioni sui siti inquinati e sulle acque.
Per capire il clima di tensione e di disorientamento bisogna ritornare indietro di un anno, proprio di questi tempi, quando vennero divulgate le prime analisi sull'acqua potabile da Rifondazione comunista e dal Wwf che aprirono il fronte di una estate caldissima fatta di polemiche sulla potabilità dell'acqua erogata.
Schermaglie, accuse e minacce, da una parte; dubbi, documenti e richieste di chiarimenti, dall'altra.
Nel momento più caldo della vicenda intervenne anche la Regione ed il commissario straordinario Adriano Goio che con un atto decisivo -e si sperava conclusivo- chiuse i pozzi in località Sant'Angelo perchè già sospettati di essere inquinati. Si decise così di impedire che erogassero ancora acqua con molte sostanze velenose.
Anche perché c'era già una nota del ministero che nel 2005 aveva disposto la chiusura di quei pozzi, poi riaperti più volte.
E dopo la scoperta della mega discarica di Bussi sarebbe dovuta scattare immediatamente la messa in sicurezza dei pozzi troppo vicini al sito fortemente contaminato: lo prescrivono norme che calano nel codice una normale precauzione.
Nell'agosto del 2007, invece, si innescò un pericoloso braccio di ferro: un giorno l'acqua era avvelenata, il giorno dopo per le analisi dell'Arta era potabile; un giorno si sequestravano e chiudevano i pozzi Sant'Angelo, un altro giorno se ne riapriva uno, poi ancora inquinata ed ancora (il 20 agosto) il presidente dell'Ato, Giorgio D'Ambrosio, che assicurò: «l'acqua è potabile».
Un giorno tutti d'accordo a non riaprire più i pozzi Sant'Angelo perchè «c'è il sospetto... figurarsi se diamo da bere ai nostri cari cittadini acqua con il sospetto di essere avvelenata...», lo stesso giorno, poche ore dopo, ancora il presidente dell'Ato con un atto unilaterale e contro tutti decideva di riaprire i pozzi così da risolvere l'emergenza idrica che assetava l'intera Val Pescara.
Poi di nuovo tutti per la chiusura dei pozzi... fino ad ubriacarsi, fino a non capire più dove risiedesse la verità.
Solo oggi con le indagini concluse si avrebbero «prove schiaccianti» che quell'acqua e quei pozzi erano «contaminati in maniera irreversibile», che le falde profonde erano compromesse, che gli enti sapevano.
Oggi, ad indagini concluse, gli inquirenti sono in possesso di documenti e prove che giudicano «pesantissime», che il giudice Casson (il pm che ha indagato su Porto Marghera, ndr) avrebbe invidiato.
Allora, un anno fa, queste prove, frutto di laboriose e lunghissime consulenze tecniche affidate a due luminari universitari, non c'erano. Non c'era ancora la prova scientifica piena. Anche per questo, per evitare una lunghissima battaglia di ricorsi e procedure -che in alcuni casi sarebbe stata molto lunga- la procura scelse la strada del "profilo basso" che non prevedeva le misure cautelari preventive (arresti) e tutta la trafila che si sarebbe innescata con questa eventualità. Procedere senza avere tutte le carte in mano avrebbe voluto dire –sarebbe stato questo il ragionamento degli inquirenti- esporre il fianco a battute d'arresto che avrebbero potuto compromettere l'esito finale delle stesse indagini. Le indagini per la loro complessità sono andate avanti con gradualità e quando giunse una delle prove giudicate "cardine", cioè il secondo parere dell'Istituto Superiore di Sanità, quello che in maniera incontrovertibile giudicava un azzardo la captazione delle acque in zona contaminata, il braccio di ferro era già sul finire. Era il 14 gennaio 2008 e l'Istituto Superiore di Sanità stabiliva con certezza quello che si sarebbe dovuto fare ed i divieti vigenti… In ogni caso nel prossimo processo la battaglia si preannuncia dura.
Il prossimo passo sarà la richiesta dei rinvii a giudizio da parte del pm Aldo Aceto, richiesta che arriverà, eventualmente, solo dopo 90 giorni dalla consegna degli avvisi agli indagati che nel frattempo produrranno memorie difensive e controdeduzioni.
Solo dopo la loro valutazione il pm, eventualmente, chiederà di procedere nei loro confronti. Richiesta che dovrà essere però avallata anche dal giudice.
Superato questo passo si aprirà il dibattimento.

04/06/2008 9.17