Depuratore, gara non regolare e sub appalti vietati

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Depuratore, gara non regolare e sub appalti vietati
 FANGOPOLI. PESCARA. Per la concessione, la progettazione la realizzazione dei lavori e la gestione del depuratore di Pescara non vi fu una gara regolare. Questo è quanto viene ricostruito dal pm Aldo Aceto nell'ordinanza di chiusura di indagini che ha portato ieri a 25 avvisi di garanzia che hanno colpito dirigenti ed ex dirigenti dell'Ato pescarese e dell'Aca, impiegati, tecnici e imprenditori del settore rifiuti. IL SONDAGGIO: DIMISSIONI DEGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI INDAGATI? LA SCHEDA: TUTTI GLI INDAGATI DI FANGOPOLI
I reati contestati sono molteplici: turbativa d'asta, abuso d'ufficio, falsità ideologica, frode in pubbliche forniture, truffa, trasporto e smaltimento dei rifiuti in assenza di autorizzazione, traffico di rifiuti, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, corruzione, violazione di sigilli.
Il 28 marzo del 2006, dopo una gara andata deserta, l'appalto per i lavori di adeguamento e ottimizzazione del depuratore pescarese viene aggiudicato definitivamente alla ditta "Di Vincenzo Dino & C".
Ci fu, però, secondo l'accusa, una turbativa d'incanto messa in atto da Alessandro Antonacci, dirigente tecnico dell'ente d'ambito Ato 4 e responsabile unico del procedimento, oggi indagato proprio per turbativa di libertà d'incanti (reato che si prescrive il 28 settembre 2013).
Il responsabile avrebbe impedito o comunque «turbato in modo fraudolento» la gara per la selezione e l'individuazione di soggetti con i quali negoziare.
Alla fine deve esserci riuscito proprio bene, dal momento che l'appalto viene aggiudicato definitivamente alla Di Vincenzo.
Uno dei passi determinanti di Antonacci, era, secondo l'accusa, quello di cercare di restringere il più possibile il numero degli offerenti tramite la scelta del project financing e soprattutto cercare di «appesantire la procedura» con oneri aggiuntivi.
Per fare quest'ultimo passo si inseriscono tutta una serie di adempimenti che la legge nemmeno richiede anzi «espressamente non consentiti».
Così le imprese che volevano partecipare veniva automaticamente messe nelle condizioni di non provarci nemmeno: gara non conveniente conmargini di guadagno risicati.

I 4 PASSI FONDAMENTALI

Fondamentali sarebbero stati alcuni "escamotage", risultati poi vincenti, per spingere tutto in una sola direzione, ovvero verso la Di Vincenzo e garantirgli anche un importante ritorno economico.
Quello che oggi si legge nelle carte (e che non era passato di certo inosservato) è che il vantaggio del privato risultava troppo elevato a discapito, quindi, dell'amministrazione pubblica ovvero: c'erano 20.267.357 di euro di opere da realizzare a fronte di 62.336.000 euro per la gestione ultraventennale dell'impianto. E qualcuno se ne accorge.
E' il 17 giugno del 2004: l'Irsi, l'associazione Imprese Realizzazione Schemi Idrici manda una nota in cui si chiede ad Antonacci di fermarsi e tornare indietro, in base anche ad una nota del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che decretava che quella procedura era riservata solo ad appalti per lavori non anche a quelli aventi ad oggetto la fornitura di Beni e Servizi (in questo caso la gestione).
Appena una settimana dopo, però, l'Ato risponde che proseguirà.
E lo fa, rileva Aceto, sostenendo che il Ministero non può prendere decisioni in merito, ma certe cose vanno decise «in modo discrezionale» dalle amministrazioni.
Questa risposta «era stata copiata letteralmente da un articolo apparso sulla rivista "Edilizia e Territorio" del Sole 24 ore».
Poi una stranezza: nella lettera d'invito viene inserita anche la messa in funzione dell'impianto di essiccamento fanghi mai attivati.
Ma la stessa Ato aveva sempre espressamente escluso questo punto dal progetto preliminare perchè sapeva bene che l'essiccatore non sarebbe mai partito per problemi tecnici, così come in effetti non è mai stato messo in uso.
In più sono state inserite delle cauzioni onerose non previste (sempre per restringere il numero di partecipanti).

IL TAR BLOCCA TUTTO MA…

Non sono mancati ricorsi al Tar da parte di alcune ditte che si erano accorte che qualcosa non quadrava nell'intera procedura amministrativa.
Il 27 ottobre del 2005, proprio il tribunale amministrativo, annulla il bando e il disciplinare di gara e decide che è tutto da ripetere.
Ma cosa fa il responsabile del procedimento dell'Ato?
Istituisce una nuova pubblicazione del bando eliminando le «gravose condizioni economiche» che lo avevano reso illegittimo e spedì l'invito solo a quelle ditte che erano risultate escluse per le ragioni non ritenute legittime dal Tar.
In più la spedizione avviene il 1° dicembre del 2005 e il nuovo termine perentorio è fissato per il 13 gennaio 2006.
Ma questa data, secondo il pm, era «eccessivamente ravvicinata», tenuto conto anche delle festività natalizie.
La strategia dell'Ato va perfettamente in porto. Infatti la gara va deserta e il progetto viene affidato definitivamente alla Di Vincenzo.

DECISIONI AUTONOME

C'è poi un successivo passaggio. Per la costruzione e gestione, per 23 anni, del depuratore basta la firma di Antonacci sul documento e il gioco è fatto: il contratto viene firmato non dalla Di Vincenzo ma all' Ati (associazione temporanea d'impresa) formata anche dalla Biofert, in ogni caso un soggetto giuridico diverso.
Ma anche qui qualcosa non va come dovrebbe andare, infatti, doveva essere necessaria una deliberazione assembleare dell'Ato, che in realtà non ci fu mai.
Per questo, infatti, Giorgio D'Ambrosio (presidente pro tempore dell'Ato 4 oggi non più in carica), Alessandro Antonacci, Bruno Catena (presidente Aca ancora in carica) e Bartolomeo Di Giovanni (direttore generale Aca) devono rispondere di abuso d'ufficio (prescrizione 29 settembre 2013) e con il loro comportamento, rileva l'accusa, hanno creato «un notevole vantaggio patrimoniale» al privato (per dirlo in cifre 2.037.750) e un danno all'Aca spa, l'ente che era incaricato di effettuare i pagamenti.

DECISIONI NON CONSENTITE


Inoltre l'Ato ha proceduto alla concessione dei lavori pubblici e alla stipula dei contratti, cosa che per legge non poteva fare.
Entrò, come detto, nell'Ati anche la Biofert, cosa che non poteva avvenire perchè la società non aveva un capitale sociale pari al 10% del capitale sociale minimo (in questo caso 94.310 euro a fronte dei 65 mila dichiarati).
Per questo sia Di Vincenzo e che Cardano devono rispondere anche di falso in atto pubblico (prescrizione 14 agosto 2013).
Sempre Di Vincenzo e Cardano devono rispondere di abuso d'ufficio (sono legali rappresentanti di società incaricate di pubblico servizio) per aver poi affidato senza alcuna gara d'appalto i servizi di trasporto e smaltimento dei fanghi alla "Mangifesta Costantino & C Autospurgo Molise", alla "Aseco Spa" e alla "Eco- Agri Srl".
In più questa sub-concessione era espressamente vietata dal bando ma è stata quasi una scelta obbligata per la Ati che non aveva a disposizione impianti di smaltimento, trattamento e recupero autorizzati dalla Regione.
Ma nemmeno questa "mancanza" non è stata condizione sufficiente per fermare l'affidamento.

L'ESPOSTO DELL'ASSOCIAZIONE CODICI

Nel 2007 l'associazione dei consumatori Codici Abruzzo, per mano del segretario regionale Giovanni D'Andrea e del vice Domenico Pettinari, firma un esposto che si rivelerà molto utile per capire e approfondire alcuni aspetti del complicato lavoro di ricostruzione del puzzle da parte della Forestale di Pescara, diretta da Guido Conti.
La stessa associazione è stata riconosciuta parte lesa e si costituirà parte civile nel processo.
L'esposto partendo dallo scandalo dell'incompiuta nota con il nome di “fangodotto” descrive la procedura che ha portato l'essiccatore dei fanghi ad essere collaudato a freddo senza cioè essere mai messo in funzione anche se è transitato prima nel patrimonio del Comune di Pescara, ceduto dalla Provincia, e poi in quello dell'ente d'ambito Ato4.
Un argomento trattato da PrimaDaNoi.it già nel 2005 con la pubblicazione di alcuni incredibili documenti.
«Inoltre» si legge nell'esposto di Codici, «la mancata attivazione dell'impianto di essiccamento fanghi ha comportato, di fatto, un enorme dispendio e sperpero di denaro pubblico in quanto la mancata produzione di concime (come previsto dal progetto iniziale) ha provocato il mancato introito che sarebbe stato ottenuto dalla vendita di tale concime; proprio in virtù di tali inadempienze si è consentito alla società privata che gestrice dell'impianto di trasportare i fanghi giornalmente in centri di compostaggio esterni con notevoli costi aggiuntivi. In virtù di tutto questo
gli utenti consumatori sono stati gravemente danneggiati poiché la mancata realizzazione del progetto ha comportato da una parte un grave sperpero di denaro pubblico e dall'altra un grave danno poiché se fosse entrato in funzione l'essiccatore termico i fanghi sarebbero stati trattati in loco e venduti come fertilizzante, la tariffa di depurazione sarebbe stata inferiore a quella attuale».
La Forestale ha poi scoperto e analizzato il carico di liquami e le irregolarità relative all'appalto affidato alla ditta Dino Di Vincenzo spa analizzando l'attuale gestione del depuratore.
Ed i guai per gli esponenti di Aca e Ato potrebbero non essere finiti qui, ci sarebbero altre importanti indagini su alcuni aspetti della gestione degli ultimi anni del servizio acquedottistico...

Alessandra Lotti 30/05/2008 9.35

[url=http://www.primadanoi.it/upload/virtualmedia/modules/news2/article.php?storyid=115&page=0]LA NOSTRA INCHIESTA SUL FANGODOTTO DEL 2005 [/url]