Sulmona, il pericolo ora si chiama silicio

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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SULMONA. É sbucato all’improvviso, in mezzo agli ultimi colpi della campagna elettorale. È il progetto per l’insediamento di un impianto di produzione del silicio che potrebbe prendere, ancora una volta, la direzione Valle Peligna.
Nel corso di un incontro in Regione nel giugno 2007, il piano della Italsilicon s.p.a avrebbe già avuto il parere di massima favorevole del Consorzio del Nucleo Industriale di Sulmona.
«Abbiamo solo svolto il nostro ruolo istituzionale in attesa di notizie di dettaglio», ha risposto in una nota la presidente del Consorzio, Silvana D'Alessandro. Paura per il rischio ambientale: nell'atmosfera andrebbero a finire 350 tonnellate di idrogeno l'anno e 6200 tonnellate di azoto.

IL PROGETTO DEL SILICIO

Sembra essere una strada senza ritorno quella che da un po' di tempo a questa parte sta prendendo Sulmona e la Valle Peligna. Gas, cemento, trivellazioni, rifiuti pericolosi, e adesso anche il silicio.
Precisamente, uno stabilimento per la produzione di silicio polycristallino, materia prima per la costruzione dei pannelli fotovoltaici.
Il progetto, presentato dalla Italsilicon s.p.a, ha già avuto all'attivo un incontro convocato dal segretario generale della Regione, Lamberto Quarta, e al quale hanno partecipato l'assessore alle Attività Produttive, Valentina Bianchi, la presidente del Consorzio sulmonese, Silvana D'Alessandro, e alcuni tecnici della società milanese.
Oggetto della riunione “la proposta di valutazione” di insediamento dell'impianto nella Valle Peligna, proposta che ha anche incassato un assenso di massima alla realizzazione da parte del Consorzio del Nucleo Industriale di Sulmona, con la precisa identificazione del sito.
Vale a dire località Santa Rufina, la stessa dove in queste settimane si sta battendo un altro comitato (oltre a quello “no Snam”) per scongiurare il pericolo di localizzazione di un inceneritore per rifiuti ospedalieri.
Come sempre, nessuno ne sapeva niente e della notizia dobbiamo ringraziare il consigliere di minoranza del Cda del Consorzio, Carlo Maria Speranza, che in questo periodo sembra non essere in piena linea con l'operato dell'ente.
Eppure, le cifre del progetto erano state presentate a fine ottobre 2007.
Tutto scritto a chiare lettere: per 2500 tonnellate di silicio che l'impianto dovrà produrre annualmente, saranno riversate nell'atmosfera 350 tonnellate l'anno di idrogeno e 6200 tonnellate di azoto. Idrogeno e azoto che, come si legge nelle sei pagine di relazione, saranno prodotte in sito.
Oltre poi ai consumi elettrici (più di 232mila megawattora l'anno) e alla combustione di metano per la produzione di vapore (20.600 tonnellate l'anno), andranno perse 88mila tonnellate l'anno di acqua e 60mila tonnellate di soluzione di cloruro di sodio, e 3100 tonnellate di effluenti solidi, costituiti da silice umida.
A far salire l'allerta sarebbero, però, sostanze o preparati prodotti in fase di esercizio in grado di causare, secondo la classificazione del D.L 334/99, «un eventuale incidente rilevante» per la loro tossicità, pericolo di infiammabilità ed esplosioni. Parliamo di acido fluoridrico, acido cloridrico e composti di silicio.

IL CONSORZIO: «SOLO ASSENSO DI MASSIMA»

Insomma, i giornali hanno dato la squilla ed è subito iniziata la catena (virtuosa o viziosa, a seconda dei casi) delle reazioni. In primis, quella del Consorzio del Nucleo Industriale.
Nella deliberazione n°104/07, si legge in una nota, «il Consiglio di Amministrazione del Consorzio ha espresso parere di massima favorevole riservandosi di rilasciare il parere definitivo all'esito di ulteriori approfondimenti».
D'altronde, tutto è stato fatto «nel doveroso svolgimento del proprio ruolo istituzionale», secondo una procedura in cui il Consorzio è chiamato ad esprimere una valutazione iniziale e un giudizio conclusivo di opportunità del progetto avanzato.
Dunque, una richiesta tutta ancora da valutare e che non avrebbe avuto ulteriori sviluppi, considerato che «gli incontri programmati con la Italsilicon, e non più tenuti, erano tesi a prendere in esame notizie di dettaglio e ad esaminare studi ai fini di una concreta stima».
In più, si legge ancora nella nota, «l'estrema emergenza occupazionale della Valle Peligna impone che ogni proposta insediativa sia valutata attentamente e, se necessario, scartata, ma solo sulla scorta di presupposti concreti».
Già, perché la beffa dell'industria del silicio potrebbe nascondersi nella promessa di nuovi posti di lavoro. Il lavoro che non c'è (e che stenta a tornare) e che, quasi per uno scherzo del destino, ora diventa il tranello per sacrificare il territorio.
Una possibilità che comitati di salvaguardia e gente comune, questa volta, potranno respingere facendo “rumore” e prendendo tutte le informazioni necessarie, prima della firma silenziosa di qualsiasi carta.

12/04/2008 11.32