Il Tar conferma: «la crisi della Merker fu strutturale»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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PESCARA. I problemi della Merker del periodo 2002-2003 (vecchia gestione, quella della prim’ora, non l’attuale) non furono imputabili ad una «stretta creditizia» ma ad un «errore strutturale», una carenza di capitale iniziale. Un errore imprenditoriale, quindi, più che difficoltà imputabili a fattori improvvisi e imprevedibili del mercato.
Con questa motivazione il Tar di Pescara ha respinto nei giorni scorsi il ricorso della società che aveva impugnato al tribunale amministrativo la decisione dell'Inps che aveva negato l'integrazione salariale ordinaria per il personale dipendente.
La vicenda ha avuto inizio a cavallo tra il 2002 e il 2003: la Merker già non naviga in buone acque e in pochi mesi viene a trovarsi in situazione di crisi.
Così si decide di presentare tre domande di Cassa integrazione ordinaria (una il 3 febbraio 2003, una seconda il 5 maggio dello stesso anno e la terza il 15 maggio successivo) per difficoltà legate a «crisi di liquidità» per «stretta creditizia» si diceva nelle richieste.
Le domande vengono accolte dalla Commissione presso la sede Inps di Pescara (il 13 ottobre del 2003). Ma è da Roma che arriva lo stop: il comitato dell'Inps della capitale, infatti, impugna il provvedimento e sostiene che la crisi dell'azienda, in attesa dei finanziamenti pubblici, non è dimostrata come dovuta ad una situazione improvvisa ed imprevedibile ma si pone, nei fatti, come «crisi strutturale "ab initio"» (carenza di capitali).
Proprio questo fattore avrebbe impedito «ogni necessario approvvigionamento per mantenere la produzione piena», aveva spiegato l'istituto di previdenza sociale.
Il Tar nei giorni scorsi ha confermato la bocciatura, dunque niente integrazione salariale.
Alla società Merker spetterà anche il pagamento delle spese legali (3mila euro).
Sulla società di Tocco di Casauria e sulla vecchia gestione pende anche una inchiesta della Procura di Pescara che conta 44 indagati tra ex amministratori, politici e professionisti. L'accusa è quella di aver cercato di mettere in piedi un progetto «senza tirar fuori un euro», attribuendo all'opificio di Tocco da Casauria che valeva 140 miliardi di lire, un valore di 290 miliardi.
Per raggiungere lo scopo sarebbe stato messo in piedi un vorticoso giro di società fantasma, holding, false fatturazioni, tirando in ballo anche 9 banche nazionali e locali.
La verità processuale è ancora lontana.
01/04/2008 11.56

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