Attacco della Cgil:«stabilizzazioni fuori dalle regole alla 3G di Sulmona»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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SULMONA. «L’accordo fatto sulle stabilizzazioni dei lavoratori della 3G di Sulmona è al di fuori delle decisioni nazionali». Non ha dubbi la Cgil Abruzzo sulla situazione di anomalia che, insieme a Sulmona, sta vivendo l’intero settore dei call center della nostra regione e ieri, in una conferenza stampa, ha messo tutto nero su bianco.
L'attacco è chiaro: sotto accusa c'è l'accordo firmato il 23 gennaio tra l'azienda 3G di Sulmona e i sindacati di categoria (Cisl, Uil-Uilcom e Ugl- Telecomunicazioni), non sottoscritto dalla Cgil.
In conformità alle direttive della circolare ministeriale del giugno 2006 sulla regolarizzazione dei lavoratori a progetto, l'accordo prevedeva l'assunzione stabile in quattro tranche (da febbraio ad aprile) di 177 unità: di questi 36 assunti full time, altri 36 part time e la maggior parte con contratti da 20 ore a settimana.
«La stabilizzazione esclude, però, i lavoratori out bound e, anche per quelli in bound (i primi rispondono ai clienti, i secondi li chiamano per televendite, sondaggi, ecc., ndr), significa contratto a 24 mesi e basta», ha subito precisato Marinella Scimia, Responsabile Regionale dei Call Center. Dunque, niente contratto a tempo indeterminato, condizione fondamentale per l'azienda per essere in regola e poter ricevere commesse.
Cosa che non sta succedendo a Sulmona e in Abruzzo.

Tutto da rivedere, allora, il percorso di regolarizzazione avviato nei call center abruzzesi, dove c'è il rischio che si arrivi solo ad una stabilizzazione fittizia.
«Noi ci troviamo di fronte a lavoratori che sono dentro un percorso di stabilizzazione, ma con condizioni contrattuali senza garanzie», ha detto Luigi Fiammata, Responsabile del Dipartimento del Mercato del Lavoro Cgil Abruzzo.

«LA STABILITA' CHE NON C'E'»

E il punto sembra essere proprio questo: i contratti firmati restano, nella sostanza, contratti a progetto prolungati per 24 mesi e zero tutela per i lavoratori, non garantiti neppure dagli ammortizzatori sociali.
Eppure, per la Cgil le regole ci sono: «In base alla nuova circolare ministeriale del settembre 2007, gli accordi fatti non sono più validi: lì si faceva, infatti, esplicito riferimento a sanare e a modificare le stabilizzazioni».
Anche perché - ha insistito Marilena Scimia- «nell'intesa raggiunta a livello nazionale tra Cgil, Cisl, Uil, Assocontact e Confindustria, si è stabilito che le commesse devono essere consegnate alle aziende con lavoratori stabili, e anche a Sulmona deve essere così».
Il che significa, come ha spiegato ancora Luigi Fiammata, che «in questo momento siamo in una situazione in cui ci sono aziende che ricevono le commesse senza essere in regola», cioè senza avere lavoratori stabilizzati a tempo indeterminato.
La questione rimbalza, allora, ai sindacati dell'altro fronte che hanno detto sì all'accordo.
La rottura c'è, come hanno ammesso Luigi Fiammata e Marilena Scimia, che puntano ora il dito su un'altra questione.
«Organizzazioni sindacali e azienda possono ancora prolungare il contratto da 24 a 36 mesi. Dopo questo termine, ci sono due possibilità: o i lavoratori vengono assunti, o l'azienda può prorogare ancora con l'accordo dei sindacati».
Una strada che Cisl e Uil potrebbero intraprendere, teme la Cgil, come dimostrano le conciliazioni sindacali che in questo momento i lavoratori della 3G stanno firmando.
«Nel contratto è riportata una clausola in cui si dice che noi accettiamo di non voler trasformare il contratto in tempo indeterminato», ci ha spiegato un lavoratore dell'azienda, «e siamo costretti a firmarlo, altrimenti perdiamo il lavoro».
Un vicolo cieco, insomma, che fa sospettare la Cgil della buona fede delle parti sindacali in trattativa aperta con l'azienda, anche se –ha detto Fiammata- «la contrattazione resta sempre lo strumento su cui puntiamo».
D'altronde, quella delle conciliazioni sindacali sembra essere una via pericolosa, come dimostrato dal caso della Mediaservice dell'Aquila: «In quest'occasione», ha spiegato Fiammata, «pochi giorni prima che fosse rescisso il contratto, i lavoratori (con contratto a progetto) hanno firmato una conciliazione sindacale e poi sono stati cacciati dall'azienda, con la motivazione di non avere più commesse. In seguito, però, l'azienda ha riaperto i bandi per nuove assunzioni».
Una situazione che dimostrerebbe che stabilizzazione e costo del lavoro hanno poco a che vedere: «Chi crede che per mantenere imprese sul territorio, occorre abbassare il costo del lavoro, e quindi tutele e diritti, sbaglia di grosso. Il punto non è questo, ma quanto è qualificato questo lavoro per poter rimanere sul territorio. Chi non lo comprende è fuori dal mondo».

Angela Di Giorgio 19/03/2008 8.00