Zona Franca Urbana. Sulmona rischia di rimanere fuori: poca disoccupazione

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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SULMONA. Più in salita per Sulmona la strada per la zona franca urbana. Il progetto sperimentale, avviato dalla Finanziaria 2008, riconosce specifiche aree di una città (18 a livello nazionale e non più di 3 per regione) in cui piccole e micro-imprese potranno godere di benefici fiscali, soprattutto nella fase di avvio. Ma la città peligna rischia di rimanere fuori dai centri candidabili, perché non possiede uno dei requisiti fissati dal Cipe.



SULMONA. Più in salita per Sulmona la strada per la zona franca urbana. Il progetto sperimentale, avviato dalla Finanziaria 2008, riconosce specifiche aree di una città (18 a livello nazionale e non più di 3 per regione) in cui piccole e micro-imprese potranno godere di benefici fiscali, soprattutto nella fase di avvio. Ma la città peligna rischia di rimanere fuori dai centri candidabili, perché non possiede uno dei requisiti fissati dal Cipe. Nonostante rappresenti una delle realtà economico-industriali più in crisi della nostra regione, il progetto delle Zone Franche Urbane, introdotto dalla Finanziaria 2008 nell'ambito delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno, potrebbe lasciare a piedi proprio Sulmona. La motivazione sta tutta nei criteri di selezione delle zone, fissate dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) in una recente delibera. Zone da individuare all'interno dei centri urbani e che per piccole e micro-imprese che ne farebbero parte, vorrebbe dire non pagare le tasse.
Secondo il documento, però, sono due i requisiti che i comuni devono possedere per concorrere alla zona franca: popolazione di almeno 25mila abitanti e tasso di disoccupazione superiore alla media nazionale. Ed è quest'ultimo che taglia Sulmona dalla possibilità di candidarsi, perché inferiore al dato nazionale.
In quest'ultima settimana, la questione (rimasta in sordina negli ultimi tempi) è salita decisamente all'ordine del giorno. Venerdì scorso si è tenuta un'assemblea pubblica promossa dall'associazione ARS (Azione di Ricerca e Sviluppo), comune di Sulmona e sindaci dell'area peligna, per mettere a fuoco i problemi. L'obiettivo era, però, di arrivare ad un documento comune che invitasse Regione e Ministero a rivedere i parametri di selezione per le zone franche.

SUB COMMISSARIO MASCIOCCHI: «SITUAZIONE COMPROMESSA»

Documento che sembra ancora in alto mare e che, dopo l'incontro di venerdì, nessuno ancora ha proposto concretamente.
«Al punto in cui ci troviamo la situazione è abbastanza compromessa» dice il sub commissario Giovanni Masciocchi, «bisogna dimostrare con i dati tecnici che i valori comunicati dall'Istat non siano esatti o cambiare i parametri. In questo senso, occorrerebbe ripartire da capo e cioè che il Cipe si riunisca, risenta la Conferenza Unificata e modifichi quella procedura».
Percorso difficile, fa capire Masciocchi, considerato che «la delibera del Cipe non è da prendere sottogamba e rappresenta un atto importante di sintesi della volontà del Cipe e della Conferenza Unificata». E poi anche i tempi sono stretti.

LA PROCEDURA TECNICA

Dopo la delibera (in attesa di pubblicazione) e il parere espresso dalla Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 14 febbraio, la Regione indicherà, infatti, al Ministero dello Sviluppo economico la carta delle zone franche.
Secondo la procedura, poi, entro sessanta giorni dalla pubblicazione della delibera, il ministero proporrà in via definitiva al Cipe l'elenco delle aree ammesse, per un massimo di 18 sul territorio nazionale e per non più di tre a regione.
Da considerare, poi, che la Conferenza Unificata, con atto del 14-2-2008, ha espresso già un parere che raccoglie la posizione favorevole “con osservazioni” di tutte le Regioni (compreso l'Abruzzo), ad eccezione di Lombardia, Piemonte e Basilicata, e che comprende solo «la raccomandazione di un impegno formale del Governo nella fase di attuazione dei punti 4 e 5 della delibera in esame» (procedure e tempi di individuazione delle risorse e finanziamento delle zone).

IEZZI: «LE PERSONE CHE NON HANNO CONTROLLATO PRIMA, LO FACCIANO ADESSO»

Una corsa contro il tempo, dunque, per la quale comincia a prevalere il pessimismo.
Dopo aver sostenuto la battaglia per la zona franca, Franco Iezzi, presidente dell'associazione ARS (Azione di Ricerca e Sviluppo) di Sulmona, esprime qualche perplessità e confessa di avere qualche imbarazzo a prendere un'iniziativa che spetterebbe al Comune e alle altre istituzioni.
«Non posso essere io, associazione culturale privata, a scrivere alla Regione. Se sono solo, e lo temo, faremo qualcos'altro. Ma mi aspetto che i comuni presenti facciano i primi passi».
E, aggiunge, che «questa è una vicenda di forte rilevanza politica e la politica sa trovare aspetti complessi. Ammetto che è un percorso difficile, ma quelle persone che non hanno agito all'inizio, in sede di definizione dei criteri, si muovano adesso».
La possibilità di tornare indietro è, in ogni modo, bassa e questo-afferma- «per l'incapacità della classe politica di farsi carico delle responsabilità della città».
Dunque, l'ottimismo di qualche giorno fa sembra aver lasciato spazio alla realtà.
Fino a ieri, quella della zona franca rappresentava «un'occasione irripetibile per Sulmona, uno strumento di rilancio con il vantaggio di essere immediatamente operativo», come aveva detto in sede di assemblea Franco Iezzi.

I CRITERI. SULMONA FUORI PER IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Il progetto approvato dall'ultima Finanziaria consente, infatti, a piccole e micro-imprese che avviano una nuova attività economica di avere aiuti fiscali e contributivi per almeno cinque anni. Secondo i criteri definiti dal Cipe, però, sarebbero ammessi nella lista i comuni di Pescara, Vasto, Lanciano, Chieti e Montesilvano.
Oltre ad avere una popolazione superiore ai 25mila abitanti (e inferiore ai 30mila), requisito rispettato anche da Sulmona, le città in questione rientrerebbero anche nel secondo dei parametri: tasso di disoccupazione superiore a quello della media nazionale.
Valore che corrisponde al Sistema Locale del Lavoro (e non della città), il che significa considerare il comune e i centri più vicini, e che fa riferimento ai dati Istat sulla forza lavoro del 2005.
Ed è il dato che condanna Sulmona: il suo tasso di disoccupazione nel 2005 è al 7,1% contro il 7,5% nazionale, quindi 0, 4 punti in meno.
Intanto, tra le possibili carte da tentare (con un occhio rivolto ai tempi), c'è quella dell'incontro con il Ministero dello Sviluppo Economico, per il quale a dare la piena disponibilità è stato il senatore Legnini.
«L'appoggio del Ministero è determinante» ha detto il sub commissario Maschiocchi, «ma prima di fare qualche proposta dovremmo riuscire prima di tutto ad avere i dati tecnici riferiti dall'Istat, e poi sentire Regione e Ministero per concordare la via migliore».

Angela Di Giorgio 11/03/2008 9.16