De Magistris: «la mia sentenza un atto intimidatorio postfascista»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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De Magistris: «la mia sentenza un atto intimidatorio postfascista»
GIULIANOVA. «La sentenza che mi ha colpito non è pericolosa per me ma temo il messaggio intimidatorio, autoritario, post fascista nei confronti di tanti altri magistrati che fanno solo il proprio lavoro». Così ieri a Giulianova De Magistris ha commentato la sua vicenda personale.
Una vicenda che probabilmente di personale non ha niente o molto poco.
L'intento di punire il singolo, secondo il diretto interessato, è funzionale alla volontà di “educarne” chissà quanti.
Il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris ieri sera all'incontro al teatro Ariston, a cui ha partecipato insieme a Marco Travaglio per la presentazione del libro “Mani Sporche”, ha mostrato ai cittadini, che ne sono all'oscuro, i tratti più inquietanti di una magistratura deviata dalla politica.
De Magistris è stato accolto da una platea scalpitante che lo ha applaudito, che lo ha fotografato, che gli si è avvicinato solo per stringergli la mano o per chiedergli di non arrendersi. Ormai è un modello positivo di una magistratura che lascia perplessi. Lui è sempre sorridente, ha la battuta pronta ma pesa ogni singola parola che dice. Il suo intervento è arrivato solo alle 23 (e scherzando ha detto: «io ho subito già un processo pesante, ma anche questa condanna è pesante…»), dopo oltre due ore di dibattito ma nessuno ha abbandonato la poltrona.
Mercoledì la sezione disciplinare del Csm ha spiegato perchè un mese fa ha trasferito il magistrato da Catanzaro e dalle sue funzioni e lo ha condannato alla sanzione della censura, (e non a quella più grave della perdita di anzianità, come aveva chiesto l'accusa).
Lui non è entrato nel merito (lo ha fatto però Travaglio) ed ha assicurato di andare «fiero di quella condanna»: «sono stato capace», ha detto con un sorriso ironico, «di mettere d'accordo tutti: ho unito la sinistra e la destra politica, così come la sinistra e la destra giudiziaria. Sono orgoglioso e per questo ho incorniciato la mia condanna dietro la scrivania. Chi vuole venire nel mio ufficio la vedrà…»
Nonostante stia passando un «periodo nero», come ha ammesso lui stesso, De Magistris è apparso determinato, per niente intimorito da quella che lui ha ribattezzato una vera e propria «minaccia postfascista».
«Non è rivolta a me quella», ha sostenuto. Lui è solo il bersaglio per mettere all'erta tutti i suoi colleghi: «quanti lavorano tutti i giorni onestamente. Con me gli hanno fatto capire che se si toccano certi tasti si salta in aria».



«HO ANCORA FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA»

«Chi pensa che questa vicenda si chiuda con la mia condanna disciplinare si sbaglia di grosso», ha detto ancora il sostituto procuratore che ha adesso trenta giorni di tempo per impugnare la sentenza. «Io sono convinto che prima o poi tutto sarà più chiaro. Io ho ancora fiducia nella magistratura».
De Magistris non ha negato poi di non essere rimasto sorpreso dalla condanna disciplinare: «lo sapevo da un anno che sarebbe arrivata».
L'unico cruccio che forse si porta dietro, e lo si percepisce dalla voce che si increspa e diventa leggermente rabbiosa, è quello di avere la consapevolezza di essere stato giudicato da giudici che già prima di ascoltare la sua versione dei fatti credevano nella sua colpevolezza.
«Ero in treno, il 29 ottobre, in seconda classe», ha raccontato fornendo dettagli e ripercorrendo esattamente movimenti e sensazioni.
«Stavo andando da Roma a Lamezia per essere sentito in prima commissione. Di fronte a me c'era un signore che leggeva La Repubblica. In prima pagina c'era una intervista di Mancino (Nicola, vicepresidente del Csm, ndr) che diceva, riferendosi a me e alla Forleo, “questi magistrati hanno violato il dovere del riserbo”. E ho subito pensato: io ora vado al Csm e quelli che sono i miei giudici sanno già che ho sbagliato».
Ma nonostante questo la sua fiducia nella magistratura non vacilla (o almeno così vuole far credere): «lì dentro c'è il virus ma per fortuna anche l'antivirus», ha continuato, «ovvero tantissimi magistrati che portano la toga in silenzio e con dignità».
E De Magistris ha commentato anche la decisione di alcuni partiti di non candidare persone condannate o con processi in corso: «sono solo segnali apparenti perché i politici hanno paura. Hanno capito che si sta formando una coscienza forte tra i cittadini e tentano di lanciare segnali tranquillizzanti».

L'INFORMAZIONE SECONDO TRAVAGLIO



TRAVAGLIO: «LA MAGISTRATURA E' UN TEATRO DELL'ASSURDO»

Vero e proprio protagonista della serata è stato il giornalista Marco Travaglio che ha preso la parola per quasi novanta minuti.
Ironico, pungente, arguto, anti berlusconiano: se non fosse per i temi pesanti ormai sarebbe pronto per il cabaret.
Perché sa come coinvolgere gli spettatori, mantenere l'attenzione e sganciare la battuta giusta al momento giusto per far scoppiare l'applauso.
E molte sue frasi sono ormai pezzi di repertorio che ripete nelle diverse occasioni.
Tantissimi i punti toccati, dall'emergenza rifiuti a Napoli, l'emergenza immigrazione, quella sanitaria o quella delle pensioni: «siamo il paese delle emergenze», ha sottolineato, «ma solo perché c'è una mancanza di rispetto delle leggi da parte di chi fa le leggi».
E non solo: «oggi invece di attaccare il virus e tentare di debellarlo si attacca il medico o il termometro che rileva la malattia. Nel '92, con Tangentopoli, nessuno pensava che il problema fosse Di Pietro ma la corruzione. Adesso quella stessa corruzione si sta mangiando anche la Seconda Repubblica».
Colpevole di questo stato di cose, secondo Travaglio, anche il presidente Napolitano «che chiede a magistratura e politica di fare pace. Ma quale pace devono fare? L'unica pace, secondo loro, è possibile solo non indagando sui colletti bianchi. In realtà per arrivare alla pace i politici devono smettere di rubare».

Le contraddizioni . La magistratura secondo lui è un vero e proprio «teatro dell'assurdo, da scompisciarsi dal ridere se la situazione non fosse così grave».
«Chi scippa una vecchietta sta in galera», ha proseguito Travaglio, «Callisto Tanzi che ha truffato 140 mila persone non si farà più un giorno di carcere. Quante vite deve vivere uno scippatore per rubare a 140mila persone?».
Questo l'esempio eclatante di una macchina che non funziona.
Per il giornalista la magistratura per non subire interferenze politiche dovrebbe tornare agli anni 50: «dimenticare mezzo codice penale e reati come frodi fiscali, corruzione, turbativa d'asta, finanziamenti illeciti, abuso d'ufficio».
Gli inquirenti dovrebbero quindi tornare ad occuparsi solo di «mafia e traffico di droga…sempre che anche in questi due reati non siano coinvolti politici….»



Incandidabilità dei condannati. Anche Travaglio è tornato sulla questione di questi giorni della incandidabilità dei condannati e riconosce a Beppe Grillo il merito di aver affrontato il problema per primo.
«Grazie a lui adesso se ne stanno occupando tutti».
Scettico, però, sulla “selezione” adottata dal Pdl (da lui ribattezzata Casa circondariale delle libertà) che ha deciso di non candidare chi ha processi in corso, «a meno che non si tratti di perseguitati politici. Ma in Forza Italia», ha detto, «si sentono tutti perseguitati politici».
E in tutto il Parlamento la situazione non è certo buona: «lì sono seduti più di 100 imputati. Nemmeno a Scampia c'è un tasso di delinquenza così alto. Il Parlamento è ormai una comunità di recupero».

Il caso Contrada: «paura che parli». Il giornalista ha poi affrontato il tema della grazia all'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, «un meccanismo messo in moto senza che il condannato ne facesse richiesta. E' stata una grazia preventiva», ha ironizzato.
«E' stata applicata una procedura d'urgenza per motivi di salute. Ma non esiste la grazia per motivi di salute. Forse qualcuno voleva che fosse fuori per paura che parlasse».

La vicenda De Magistris. Se De Magistris non ha commentato la sua vicenda ci ha pensato però Travaglio spiegando dettagliatamente i vari punti contestati. «Lui non può parlare di questa storia», ha ricordato il giornalista, «o lo crocifiggono in sala mensa come nel film di Fantozzi».
Travaglio ha così spiegato che se il sostituto procuratore non ha avvertito il suo superiore dell'iscrizione nel registro degli indagati del senatore di Forza Italia Pittelli, «è stato solo perché il figlio del capo di De Magistris è collega di studio di Pittelli».
Un evidente conflitto di interessi che lo ha fatto andare da solo per la sua strada.
Inoltre, secondo il «tribunale delle toghe» il magistrato ha leso «dignità, onore e decoro» di due magistrati lucani, riferendo di una loro relazione extraconiugale nel decreto di perquisizione a carico del Pg di Potenza, Vincenzo Tufano.
«Questi due magistrati amanti», ha detto Travaglio, «non sono altro che un giudice e un pm. Quale speranza ho io, imputato, nell'essere assolto se il gip e l'accusa sono amanti? L'incompatibilità era chiara, bisognava trasferire uno dei due, invece hanno trasferito De Magistris».

Mastella «Fino a qualche settimana fa era il padrone d'Italia, adesso fa riunione al bar, ordinando Campari e aspettando la chiamata che non arriva».
Tragicomico anche il quadro che Travaglio ha disegnato dell'ex ministro della Giustizia Mastella, che ha definito un «caso da baraccone».
E' stato tirato in ballo anche l'ultimo intervento in Parlamento («in cui è passato il messaggio “così fan tutti” e quindi va bene») facendo un confronto anche con quanto avvenne quando Craxi fece il suo ultimo discorso.
«In quel caso», ha ricordato, «scese il gelo. Adesso tutti ad applaudire e a dare solidarietà. Sembrava una riunione tecnica della banda bassotti. Sarebbero dovuti entrare direttamente in scena quelli dei Ris e analizzare tutto con il luminol».
Travaglio si è interrogato anche sul futuro politico di Mastella «adesso che tutto il suo partito è in galera e non sa chi candidare».

Enzo Biagi. Il giornalista ha parlato poi dell'intervista di Berlusconi di qualche giorno fa allo speciale del Tg1, quando il leader di centrodestra ha affermato l'inesistenza di un editto bulgaro e ha spiegato di aver tentato di convincere Biagi a tornare in Rai. Secondo Berlusconi il giornalista avrebbe rifiutato per prendersi la liquidazione.
«Con quell'editto bulgaro hanno ucciso Biagi», ha ricordato con rabbia Travaglio che ha riscontrato un comportamento grave non tanto in Berlusconi («ormai un bugiardo matricolato»), ma nel direttore Gianni Riotta «che non ha ribattuto. Ha dimostrato di essere solo un maggiordomo».
Secondo Travaglio contro Biagi continua lo stillicidio per screditarlo, «oggi dicono che era taccagno e voleva la liquidazione, poi magari si inventeranno che era pure omosessuale».

L'INTERVISTA DA GIANNI RIOTTA



L'EDITTO BULGARO



CIRILLO: «LA MAGISTRATURA VERSO LA PERDITA DI AUTONOMIA»

Al dibattito di ieri è intervenuto anche Giovanni Cirillo, Gip del Tribunale di Teramo. Lui ha stilato un quadro della situazione della magistratura italiana. Ha ribadito più volte la sua stima a De Magistris definendolo «un collega che ha fatto solo il suo dovere e che adesso sta pagando per aver avuto il coraggio di denunciare pubblicamente».
Per Cirillo, «la sovraesposizione mediatica non è stata voluta dal sostituto procuratore» ma da chi, intorno a lui, «ha tentato di fornire una immagine distorta delle cose».
«Denunciare pubblicamente quello che stava accadendo», ha detto ancora Cirillo, «è stato un passo importante perché ha permesso di accendere i riflettori su qualcosa che sarebbe potuto accadere nel più completo silenzio».
Quello che più deve preoccupare ha detto ancora il gip «è la situazione interna della Magistratura» e «l'appiattimento dei vertici togati nei confronti della politica», quei vertici colpevoli, oggi, secondo Cirillo, «di non aver mai speso una parola di stima nei confronti di Forleo e De Magistris».
Il gip si augura che per i due colleghi la situazioni migliori «anche se ho forti dubbi che possa accadere».
E sul caso specifico del sostituto procuratore di Catanzaro si è detto preoccupato «non della sentenza ma di un evidente deficit democratico».
Il rischio è «un ritorno agli anni 60 con una magistratura che non sfrutta più quell'autonomia sancita dalla Costituzione».

Alessandra Lotti 23/02/2008 10.32