«La Giustizia italiana: programmata dai politici per non funzionare»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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ISOLA DEL GRAN SASSO (TE). «La giustizia italiana è programmata per non funzionare perchè la nostra classe politica non intende sottoporsi al controllo di legalità. Per farlo ha creato delle leggi che la favoriscono. Il problema è che poi queste leggi si applicano a tutti e non solo a loro».
La pesante critica arriva dal procuratore aggiunto di Torino, Bruno Tinti che ha raccontato il mondo della Giustizia nel libro Toghe Rotte.
Le sue dichiarazioni compaiono in una lunga intervista che sarà pubblicata nel prossimo numero di marzo de "L'Eco di San Gabriele", il mensile edito dai padri passionisti dell'omonimo santuario che sorge ai piedi del Gran Sasso, in provincia di Teramo. L'intervista, realizzata da Gino Consorti, si intitola "La legge non è uguale per tutti".
«Se si tratta di un obiettivo studiato cinicamente a tavolino questo non lo so - osserva Tinti - il risultato però è che l'impunità che la classe politica ha guadagnato per se stessa adesso si estende a tutti i cittadini».
Il procuratore aggiunto parla anche del carcere che «oggi è come un fastfood. I penitenziari sono affollati da gente di passaggio, sono pieni di poveri cristi, extracomunitari che soggiornano illegalmente, piccoli spacciatori, gente che picchia il vigile urbano con cui ha iniziato a litigare per il divieto di sosta….Questi sono reati che si commettono tutti i giorni in grandissima quantità e chi sta dentro non è solo perchè è stato condannato, ma perchè è stato arrestato. Restano in carcere una settimana, due, e poi escono. E intanto entrano altri… La percentuale dei condannati definitivi è bassissima ed è composta dagli imputati di quei pochi processi che poi si fanno: omicidio, rapina, grosso traffico di droga».
E sui potenti di turno Tinti non utilizza mezzi termini.
«Oggi il potente, sia perchè è potente, sia perchè è ricco, è in grado di non subire alcuna conseguenza dei reati che commette. Prendiamo un esempio recente - dice - le vicende giudiziarie di Mastella, e ancora prima di Berlusconi e a metà quelle che hanno visto coinvolti i leader del centrosinistra D'Alema e Fassino. L'importante e' citarli tutti perchè si capisce che è un atteggiamento assolutamente trasversale, che non e' proprio di quella o di questa classe politica; il che, fra l'altro, è drammatico perchè non c'e' via d'uscita... Di chi ti fidi a questo punto? Questa gente esce dall'ambito di applicazione della legge perchè è potente, perchè sfrutta la forza del suo gruppo organizzato. L'ex ministro Mastella, ad esempio, si è messo a urlare dal primo giorno e ancora prima il giudice che si occupava di lui, vedi De Magistris, è stato allontanato. Come si fa allora a pensare invece che quello che ruba il pezzo di formaggio al supermercato possa fare altrettanto? E' evidente che c'e' una micidiale disparità di trattamento. Sia chiaro, però - rileva il procuratore aggiunto di Torino - che l'iniquità sta nella disparità di trattamento, sta nel privilegio che questa gente si e' attribuita, nella prepotenza con cui vive ogni aspetto della vita quotidiana, nella falsificazione sistematica dell'informazione. Come se ne esce? Bisognerebbe avere un ricambio totale della classe dirigente attuale che dovrebbe far fuori il 90 per cento delle leggi esistenti e andare avanti col il 10 per cento. E soprattutto dovrebbe essere messa in grado di rispettarle e di farle rispettare».
Bruno Tinto nell'intervista all'Eco parla anche del Papa.
«La contestazione al Papa da parte dell'università la Sapienza - afferma - è stata una cosa vergognosa. Oltretutto contraria a una cultura laica. Il Papa deve poter dire tutto quello che crede in qualsiasi sede, è una persona autorevole, sia sotto il profilo della sua posizione politica, sia sotto quello della sua preparazione scientifica. Poi, eventualmente, si dirà che ha pronunciato tutte sciocchezze. Ciò che è accaduto - conclude il procuratore aggiunto di Torino - è fascismo»..
« Se fossi ministro della Giustizia acquisterei in Svizzera un nuovo codice di procedura penale e lo sostituirei senza modifiche a quello esistente», ha continuato il procuratore. Perchè in Svizzera?
«Perchè - risponde – noi non siamo in grado di realizzarne uno efficiente. Siamo preda di troppe opposte spinte, gli avvocati, i magistrati, gli uomini politici.
Il codice è uno strumento scientifico, non può essere invece il prodotto di interessi corporativi, non può essere il prodotto di un compromesso. Inoltre - conclude Tinti - opererei una massiccia depenalizzazione e abolirei un'enorme quantità di piccoli tribunali».

19/02/2008 11.55