Vince il concorso ma è costretta a rinunciare all'assunzione per due volte

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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INCHIESTA CICLONE. MONTESILVANO. Chi pensa che il malaffare -che le indagini della polizia stanno scoprendo a Montesilvano- sia un fatto esclusivamente legato alla politica e agli affari si sbaglia. Quello che emerge in questi giorni è la diretta influenza nella sfera privata di un numero sempre maggiore di persone.
Da un lato c'era chi riceveva "l'aiutino" dal gruppo che dovrà difendersi dall'accusa di associazione a delinquere, dall'altra parte c'era chi era costretto a fare largo ai “raccomandati” e a rinunciare ai propri diritti, conquistati democraticamente seguendo le procedure imposte dalla legge.
Così si arriva al paradosso che una persona sarebbe stata costretta per ben due volte a rinunciare al posto di lavoro dopo aver vinto regolarmente una procedura concorsuale.
Storia di una Montesilvano che non esiste più, forse.
Ma è certo che la vicenda che narriamo ha di sicuro influito in maniera pesante sulla conferma degli arresti domiciliari all'avvocato Gianluca Di Blasio, ex direttore generale dell'azienda speciale Deborah Ferrigno.
Il gip nei giorni scorsi ha respinto l'istanza presentata dai legali di Di Blasio e confermato quanto aveva già scritto nella precedente ordinanza:«non è cessato il pericolo di condizionamento delle fonti di prove né il pericolo di reiterazione dei reati della stessa specie».
Come dire può ancora condizionare fortemente i testimoni che entro quattro mesi dovranno confermare quanto già ammesso durante le indagini.

La protagonista di questa vicenda ricostruita dagli inquirenti è una delle tante dipendenti assunte con contratto a progetto, più volte prorogato dal Comune di Montesilvano.
Ha poi partecipato ad un concorso indetto dall'azienda speciale Ferrigno e si è classificata ai primi posti utili per l'assunzione a tempo indeterminato.
Così avviene che la nostra protagonista prima viene chiamata per la firma del contratto di assunzione (che firma entusiasta), poi, cinque giorni dopo, presenta in maniera del tutto inspiegabile una rinuncia nella quale dichiarava di non poter accettare poiché «già impegnata in un contratto a termine».
E' chiaro che nessuna persona rinuncerebbe al classico posto fisso per non perdere quello a termine.
Così gli inquirenti -che tra la vasta mole di documenti sequestrati si sono ritrovati tra le mani questa lettera inspiegabile di rinuncia- decidono di approfondire il caso e di sentire la persona che aveva firmato la lettera.
Durante l'audizione basta poco alla polizia per capire come stanno le cose anche perché viene detto chiaramente: la dipendente a progetto spiega di «essere stata costretta a rinunciare da Gianluca Di Blasio».
La donna ha raccontato che «senza troppi giri di parole, l'ex direttore dell'azienda speciale aveva già in mente di assegnare il posto che spettava a lei ad un'altra persona».
La vincitrice del concorso ha però obiettato, com'è ovvio, che quel posto le spettava perché aveva vinto un concorso in maniera regolare e che, dunque, evidentemente era più preparata.
A queste obiezioni, però, secondo il racconto della donna sono seguite minacce che si sarebbero potute concretizzate nel licenziamento al termine del periodo di prova.
Alla seguente indagine investigativa sono stati reperiti dalla squadra mobile di Pescara altri testimoni che avrebbero confermato in sostanza l'accaduto, le minacce e la successiva rinuncia all'assunzione.
E, come se non bastasse, la stessa persona favorita dalla preziosa intercessione politica ha ammesso di aver appreso dallo stesso Di Blasio che «la persona che lo precedeva in graduatoria era stata "invogliata" a rinunciare all'incarico».
Ma le disavventure della donna non finiscono qui.
In seguito allo scorrimento della graduatoria del concorso che aveva vinto fu chiamata una seconda volta per l'assunzione e, visto il successo del precedente, l'addetta alla segreteria, nel portarle la seconda convocazione, le consegnò anche una lettera di rinunzia che riporta, infatti, la stessa data.
Così, la malcapitata, memore delle minacce ricevute qualche mese prima, si limitò semplicemente a sottoscriverla e a riconsegnarla.
Questa volta si trattava di favorire la figlia dell'assessore di Febo.

Ma in tutto questo l'ex sindaco (che doveva dare il placet per ogni nuova assunzione) non sarebbe rimasto estraneo, secondo la procura. Infatti, in una conversazione ascoltata anche dagli inquirenti Cantagallo si vanta apertamente di aver favorito l'assunzione della figlia di Di Febo.

«...ma tu ti rendi conto... l'assessore Di Febo dovrebbe venire ogni mattina nella mia stanza e dovrebbe dire: "buongiorno sindaco, che ti serve oggi?"... questo ha fatto l'assessore prima del previsto. Ma tu lo sai che gli ho sistemato due situazioni che lo facevano andare al manicomio? Un figlio ed una figlia.
Lo sai che la figlia è dipendente per tutta la vita della Deborah Ferrigno ed il figlio invece dipendente per tutta la vita della...»
l'intercettazione in questo punto è incomprensibile e si interrompe.

Gli inquirenti contestano allora a Di Blasio il reato di concussione poichè ricorre la minaccia dell'abuso della qualità e della funzione di pubblico ufficiale detenuta all'epoca dall'ex direttore.
Secondo la procura, infatti, sarebbe chiaro anche il contenuto patrimoniale ottenuto dallo stesso ex direttore trattandosi di rinunce finalizzate a far ottenere il posto di lavoro alle persone preferite dagli indagati e, dunque, ottenendo in cambio consenso e pacchetti di voti.
Ma le indagini hanno anche svelato numerosi altri episodi di minacce nei confronti di altre persone.
In un caso Di Blasio avrebbe minacciato anche querele ed azioni giudiziarie nei confronti di chi, per conto della squadra mobile, stava svolgendo colloqui con i dipendenti dell'azienda speciale comunicando loro di aver installato microfoni digitali nelle stanze usate dagli ispettori; registrazioni che poi ha chiesto al suo vice Francesco Brescia di salvare su Pen drive per poterle riascoltare con calma.
Di queste registrazioni tuttavia non se ne trovata traccia.
Questi e altri episodi hanno impedito al giudice di revocare gli arresti domiciliari a Di Blasio per tutelare al massimo le persone che con coraggio hanno collaborato con gli inquirenti e permesso di scoprire il meccanismo delle assunzioni pilotate nell'era Cantagallo.

a.b. 15/01/2008 9.34