Centro Alta formazione Valle Peligna: una storia, mille problemi, zero risultati

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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APPROFONDIMENTO SULMONA. Qualche giorno fa la nomina del nuovo Cda e il sì (con qualche riserva) dell’assemblea dei soci alla Regione di proseguire con il progetto del Centro di Alta Formazione Valle Peligna. Una fiducia che sarà rimessa alla valutazione degli stessi soci, fra quattro mesi, quando il piano industriale a firma del neo-eletto consiglio d’amministrazione, dovrà chiarire obiettivi di programma e risorse finanziarie per partire sul serio.
In tutto, un anno di tempo per vedere se il Centro si metterà in moto e comincerà davvero a funzionare. Intanto, in attesa del piano industriale su cui si deciderà il futuro della società,
cerchiamo di capire cosa sarà chiamata a fare, se davvero servirà e come.

CHE COS'E', QUANDO E' NATO E PERCHE'.

É la L.R. del 10.05.2002, n° 7 ad approvare il progetto di un Centro di Alta Formazione nella Valle Peligna e Alto Sangro.
Con la Finanziaria Regionale del 2002, la Direzione Affari dell'allora presidente Giovanni Pace finanziava «uno studio di fattibilità per la creazione di un centro di formazione di nuove professionalità e per la realizzazione di nuovi prodotti informatici» (art.24, Capo VII “Interventi in favore dell'area Valle Peligna-Alto Sangro”).
Obiettivo, quello di «svolgere le attività e i servizi utili a sostenere la ripresa delle attività economiche e produttive» dell'area, ed in particolare, a «realizzare uno spazio per l'individuazione, la progettazione e la sperimentazione di nuove professionalità per combattere la disoccupazione» (art. 4, commi 2-3, dello Statuto).
A tal fine, si predisponeva una «società a partecipazione regionale e di soggetti terzi», individuati mediante bando pubblico.
Struttura che nascerà ufficialmente tre anni dopo, nel febbraio 2005, nella forma giuridica di società consortile a responsabilità limitata, con un capitale sociale di partenza di 265mila euro, 150 mila dei quali (pari a 30 quote) sono stati versati dalla Regione Abruzzo.
Quindi, un consorzio pubblico-privato, di cui la Regione era (ed è) socio di maggioranza.
Entrano nell'assemblea dei soci, il Consorzio Universitario (2 quote), l'Enfap (1 quota), il Consorzio Nucleo Industriale di Sulmona (10 quote), Info 92 (1 quota), Unione Provinciali Industriali (1 quota), Comune di Sulmona (3 quote), Provincia dell'Aquila (una quota), New Eufoses (una quota), Hiteco (una quota), Gesteco (1 quota) e Comunità Montana Peligna (una quota).
In termini percentuali, la Regione rappresenta un 57-58% dell'assetto societario; la parte restante è suddivisa fra soggetti terzi, pubblici e privati, dove i privati rappresentano meno del 7%.
La società in questione «non ha fini di lucro e non può distribuire utili sotto qualsiasi forma» (art.4, comma 1, dello Statuto).

COSA E' CHIAMATA A FARE

Che cosa doveva fare questa struttura?
All'interno dello scopo costitutivo, dettato dalla Finanziaria Regionale 2002, di rispondere alla crisi occupazionale ed industriale dell'area, la società era chiamata a fare formazione nell'area informatica.
Nello specifico: a) organizzare master in tecnologia dell'informazione e corsi per progettista di reti, sistemistica Windows o Unix/Linux; b) creare figure professionali come web designer, editor, sviluppatori di linguaggi; c) predisporre infrastrutture tecnologiche e strumenti software attraverso l'erogazione di servizi dell'ICT, come banda larga, hosting, e-commerce, ecc... I percorsi formativi e di specializzazione erano diretti al mercato e alla pubblica amministrazione, anche se il target di riferimento era piuttosto largo.
Con la vittoria del centrosinistra alle Regionali 2005, si rimescolano le carte.
In funzione della legge regionale 12 agosto 2005, n° 27 (quella dello Spoil System), che dettava in concreto la decadenza automatica di incarichi dirigenziali attribuiti dalla vecchia maggioranza nell'ambito degli organi di vertice degli enti regionali e delle società controllate e partecipate, si ridisegna anche l'organigramma della società.
Siamo al settembre-ottobre del 2006 quando Del Turco nomina Pasquale De Santis come nuovo presidente, in sostituzione di Rose Giammarco.
Si ricomincia daccapo, con un nuovo statuto e un CdA tutto da rifare.

OBIETTI:«GARANTIRE IL REALE FUNZIONAMENTO»

Primo atto del presidente è di redigere un documento più snello che garantisca il reale funzionamento della società. Portata in Consiglio Regionale ad aprile 2007, la bozza dello statuto viene rimessa alla valutazione e all'approvazione dei soci nel corso di un'assemblea straordinaria nel mese successivo.
Cosa cambia con il nuovo statuto?
Anzitutto, l'oggetto sociale.
Depennato il programma del vecchio testo, il consorzio dovrà fare formazione attraverso «consulenza direzionale, management, formazione specialistica, ingegneria organizzativa, servizi e ricerca applicata nelle materie inerente l'oggetto sociale».
Il che significa, tradotto in parole semplici, progettare a misura, e non a definizione, gli interventi formativi da attuare.
Annullato anche il comitato scientifico, che non rientra più tra gli organi societari, ma che potrà essere nominato ad hoc.
Il consiglio di amministrazione passa da un massimo di sette ad un massimo di cinque consiglieri, compreso il presidente, (ora tre, per adeguamento alle leggi regionali di riduzione dei CdA delle società partecipate), per una durata pari a quello della legislatura regionale.
Altra novità, la maggioranza dei consiglieri è designata dal Presidente della Regione, così che al socio maggioritario sia garantita uguale maggioranza nel CdA.

DAVVERO SERVIRA'? E COME?

Serve davvero al territorio della Valle Peligna-Alto Sangro un Centro di Alta Formazione?
A detta dei soci sì, anche se è il come che sembra fare la differenza.
Per Fabio Spinosa Pingue, intervistato Da PrimaDaNoi.it nel corso dell'assemblea societaria che ha nominato il nuovo CdA, «la strada è obbligata ed è quella che chiede il territorio di riferimento. La programmazione va fatta su quello che chiede il territorio e le indagini diranno qual è la strada da seguire, sfruttando anche la concertazione con le forze sociali e sindacali, i privati pronti ad investire ed altri soggetti, come banche e centri di eccellenza».
Sulla stessa lunghezza d'onda anche Antonio Caprara, presidente della Comunità Montana Peligna: «Abbiamo bisogno di un ente che sia presente nel nostro territorio e non di mera rappresentanza. In caso contrario, sarebbe meglio non averlo».
Ancora più chiaro il presidente del Cda, Pasquale De Santis: «Sicuramente servirà, perché in una società moderna dove esiste l'ipercompetizione e la corsa all'innovazione, la formazione continua è importantissima».
E spiega: «La linea di questa società è la consulenza direzionale: individuare i problemi di aziende e pubblica amministrazione, aiutarli a risolverli, e non fare quello che più ci piace. Il che significa fare uno studio di sviluppo economico del territorio. Dobbiamo riprogettare il territorio, com'è accaduto in alcune zone di crisi di Valle d'Aosta, Romagna, Umbria. In Valle d'Aosta, ad esempio, la Bocconi di Milano è stata incaricata a fare uno studio di sviluppo, che ha portato, nel giro di 5-6 anni, a capire cosa produrre, chi lo può fare e come e, poi, ad investire con aziende ad hoc ed entrare nel mercato».
«In tal senso, -aggiunge- per arrivare a degli obiettivi, occorre anche coinvolgere chi sa fare alta formazione. Università sicuramente, ma anche strutture di ricerca scientifica e professionalità del mondo del lavoro. Non dimentichiamoci, poi, che siamo un'azienda pubblica e se si fanno dei corsi, si crea un'attesa. E a che serve fare corsi, se poi quest'attesa non può essere soddisfatta? Ecco perché la consulenza direzionale può creare un ponte tra professionalità e territorio e, allo stesso tempo, costruire un interesse perché chi voglia investire nel nostro territorio possa farlo e nel breve periodo, con benefici reali per loro e per noi. Poi chiaramente bisogna anche recepirlo, perché se il territorio non recepisce tutto questo, il discorso è diverso».

I NODI DA SCIOGLIERE

Privati e risorse finanziarie sono gli scogli all'orizzonte su cui potrebbe incagliarsi il Centro.
Dal tavolo di confronto fra i soci, è emerso chiaramente e il grosso dei malumori si è indirizzato proprio lì.
I soci minoritari (a partire da Confindustria, Comune di Sulmona, Comunità Montana Peligna, Consorzio Nucleo Industriale e privati) hanno ribadito con forza partecipazione e ruolo dei privati, entrati nella società con un bando pubblico e con l'obbligo da statuto di non poter fare utili.
Una presenza che, però, nell'organigramma societario ha una valutazione di peso, e di funzione, differente, nonostante i numeri attestino i privati sotto il 7%.
Altra questione, le risorse, collegata in qualche modo alla prima. Secondo la normativa, con i privati all'interno di una società non si possono avere finanziamenti diretti, perché la trattativa privata di finanziamento entra in contraddizione con la natura privatistica dell'interesse dei suddetti soggetti. Come operare?
Una risposta viene dal presidente De Santis: «Le risorse sono importanti e bisogna trovarle. Ma non è detto che debbano venire solo dalla Regione. Si potrebbero, ad esempio, presentare progetti finanziabili con programmi della pubblica amministrazione (comunitari, nazionali, regionali, locali); o ancora, remunerare alcuni corsi attraverso fondi e, altra ipotesi, le sponsorizzazioni e gli accordi strategici con aziende di alto profilo. In definitiva, bisogna trovare sistemi moderni di finanziamento per sviluppare un territorio. Non bisogna pensare sempre che la politica debba risolvere tutti i problemi».
Metodi che occorrerà, in ogni caso, chiarire ai soci nella verifica di programma che il nuovo CdA dovrà presentare ad aprile, visto che l'assemblea dei giorni scorsi ha già dichiarato una fiducia con semaforo giallo.
Alle buone intenzioni sarà comunque necessario far seguire risultati che siano di qualità e rispondenti agli scopi prefissati. E moltissimo dipenderà dalle professionalità vere coinvolte.

Angela Di Giorgio 18/12/2007 10.23