Confesercenti, «la grande impresa fa patti con Mafia Spa»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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ABRUZZO. Non più tangentopoli ma mafiopoli, un sistema in cui il pizzo subentra alla tangente e la collusione alla corruzione: è così che le grandi imprese italiane scendono a patti con la criminalità organizzata. L'analisi è contenuta nel rapporto 'Sos impresa' della Confesercenti e si tratta di una "novità" che vede coinvolte anche alcune delle maggiori imprese italiane.

ABRUZZO. Non più tangentopoli ma mafiopoli, un sistema in cui il pizzo subentra alla tangente e la collusione alla corruzione: è così che le grandi imprese italiane scendono a patti con la criminalità organizzata. L'analisi è contenuta nel rapporto 'Sos impresa' della Confesercenti e si tratta di una "novità" che vede coinvolte anche alcune delle maggiori imprese italiane.



Dalla filiera agroalimentare al turismo, dai servizi alle imprese a quelli alla persona, agli appalti, alle forniture pubbliche, al settore immobiliare e finanziario la presenza si consolida in ogni attività economica tanto che il fatturato del ramo commerciale dell'Azienda Mafia si appresta a toccare i 90 miliardi di euro, una cifra intorno al 6% del Pil nazionale, pari a cinque manovre finanziarie, otto volte il mitico "tesoretto".
Si conferma la prima azienda italiana, il cui fatturato è alimentato da estorsioni, usura, furti e rapine, contraffazione e contrabbando, imposizione di merce e controllo degli appalti.
I commercianti, gli imprenditori subiscono 1300 reati al giorno, praticamente 50 l'ora, quasi uno al minuto.
«Uno degli elementi che colpisce di più - sottolinea non a caso il documento - è l'estendersi di quell'area che potremmo chiamare della 'collusione partecipata', che investe il gotha della grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici, che preferisce venire a patti con la mafia piuttosto che denunciare i ricatti».
Il perché è chiaro: «conviene così».
Succede dunque che le grandi imprese «scendono a patti per quieto vivere, quasi a sottoscrivere una polizza preventiva» e «corrono dal mafioso perché si vogliono "mettere in regola". La connivenza - dice il rapporto - rende più forti rispetto alla concorrenza».

LA SITUAZIONE ABRUZZESE

Nel rapporto ci sono anche precisi riferimenti all'Abruzzo e si ricorda come nell'aprile di quest'anno per la prima volta viene contestato un reato di associazione a delinquere finalizzata all'estorsione.
L'operazione dei carabinieri di Vasto denominata Histonium, dal nome latino della città adriatica ha portato all'arresto di 8 persone, tra cui alcuni imprenditori.
L'inchiesta era partita nel febbraio del 2006 dopo l'attentato dinamitardo contro la sede della Sapi, azienda vastese impegnata nel campo delle pulizie e dello smaltimento dei rifiuti. Le indagini hanno coinvolto una ventina di persone.
«L'accusa per gli otto arrestati», riporta il dossier, «è di estorsione, minacce, rapina, porto di esplosivi. La prima figura di spicco a venire fuori è stata quella di un calabrese, Michele Pasqualone da anni residente in Abruzzo».
«Man mano che si andava avanti ci si rendeva conto che lo scenario investigativo non era ristretto al solo episodio di cui era rimasto vittima l'imprenditore vastese - hanno spiegato gli inquirenti - ma era chiaro che si trattasse di una vera e propria associazione a delinquere, un gruppo di soggetti tutti profondi conoscitori delle aule dei tribunali, disposti a tutto pur di fare denaro».

LA MAPPA DEL PIZZO

Secondo il rapporto presentato ieri sarebbero 2.000 i commercianti a cui viene richiesto di pagare il pizzo, equivalente al 10% di tutta la categoria. Non ci sono zone rosse di alto rischio, ma tra le zone a media pericolosità è stata inserita l'aerea metropolitana di Pescara- Chieti e Vasto.
Rispetto al 2005, nel 2006 ci sono stati meno casi di estersione scoperti (120 contro i 156), ma è aumentato il numero delle persone denunciate. Se nel 2005 erano state 186, nel 2006 sono state 209.

USURA

In Abruzzo, secondo le stime del Ministero per l'Interno sarebbero 4.800 i commercianti coinvolti nel giro dell'usura (22% dell'intera
categoria): piccoli e grandi imprenditori che si trovano a chiedere un prestito e che sono poi costretti a restituire i soldi con tassi di interesse altissimi.
Un giro d'affari che si aggira sui 370 mila euro annui.
67 sono state le persone denunciate nel 2005 per usura, 56 appena nel 2006.
Una delle situazioni più delicate e preoccupanti d'Italia, secondo il rapporto, è proprio l'Abruzzo.
«Non a caso», si legge, «tra le città con gli indici statistico-penali più alti compaiono Pescara, l'Aquila e Chieti».
Somme fino a 100mila euro, da restituire a scadenza mensile, con un tasso di interesse che poteva arrivare anche al 20/25 per cento: è questa l'accusa con la quale sono state arrestate otto persone di Lanciano nel corso dell'operazione Aghi, nel marzo 2007. Nel giro sarebbero finiti soprattutto commercianti e piccoli imprenditori, che in genere non avevano la possibilità accedere ad altre forme di credito. Il raggio di azione dell'attività illecita copriva in particolare il comprensorio frentano, ma in alcuni casi si estendeva anche lungo la costa, fino a San Salvo.
Le cifre prestate andavano dai 20mila ai 100mila euro.
E nell'indagine si evidenzia come sia imponente la presenza sul litorale marchigiano-abruzzese di alcune famiglie rom dedite all'usura che in queste realtà sostituiscono il ruolo espletato dalle mafie del sud.

23/10/2007 8.57

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