Il neo premio Nobel Mario Capecchi si racconta a PrimaDaNoi.it

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Il neo premio Nobel Mario Capecchi si racconta a PrimaDaNoi.it
L’INTERVISTA. SALT LAKE CITY. Il premio Nobel per la Medicina è andato all'italiano Mario Capecchi. Nato in Italia, Capecchi vive dall'età di 7 anni negli Stati Uniti d'America, dove ha studiato e lavorato. La sua non è stata una infanzia facile, il ricercatore rimase presto orfano di padre, pilota d'aviazione morto durante la Seconda guerra mondiale.


Sua madre, Lucy Ramberg, figlia di una nota pittrice americana e di un archeologo tedesco, venne arrestata nel 1941 dalle SS mentre viveva in Alto Adige e venne deportata a Dachau come prigioniera politica.
Ma le soddisfazioni arrivano tutte da grande: per la sua tesi di Laurea, Capecchi ha avuto come tutor uno degli scopritori della struttura del DNA, James Watson.
Nel 1969 diventa professore assistente presso il dipartimento di biochimica della Harvard School of Medicine.
Nel 1971 è nominato professore associato.
Nel 1973 si sposta all'Università dello Utah.
Dal 1988 Capecchi collabora anche con la Howard Hughes Medical Institute.
Oggi è anche membro della National Academy of Sciences.
Capecchi aveva già conseguito molti riconoscimenti: nel 2002 era stato premiato dal presidente George W. Bush. Nel febbraio 2004 l'Università di Firenze lo aveva insignito della laurea honoris causa in "Medicina e chirurgia" mentre il 12 maggio del 2007 sarà la Facoltà di Medicina dell'Università di Bologna ad insignirlo dottore honoris causa in "Biotecnologie mediche".
L'assegnazione del Nobel non ha dunque colto di sorpresa la comunità scientifica, che già da tempo utilizzava la sua tecnica di gene targeting per "costruire" topi portatori di mutazioni genetiche.

In questa intervista confessa a PrimaDaNoi.it: «non ho mai studiato biologia all'università…è una materia che ho imparato giorno dopo giorno nei laboratori. La mia vita si svolge tutta lì e forse per questo mia moglie dice che lì morirò…»

Buon giorno professor Capecchi. Parliamo italiano o inglese?
«Preferirei inglese; che vuole
sono nato in Italia nel 1937 a Verona e “parlicchio” la lingua madre soltanto quando vengo in Italia una volta l'anno, per una breve vacanza e per impartire lezioni all'Università di Bologna, tuttavia quel po' di italiano che ancora alberga nella mia mente lo insegno a mia figlia Misha, che è un'ottima calciatrice».

Tradizione paterna, allora, il professor Capecchi da giovane giocò al calcio, football, baseball e lotta libera?
«Si da giovane ho fatto di tutto»

Proprio oggi però ha raggiunto la punta dell'iceberg, ricevendo il Premio Nobel 2007 per la Medicina e Fisiologia. Il Nobel è stato assegnato per i suoi studi e le sue scoperte, insieme ai professori Oliver Smithies e Martin J.Evans, americano il primo, inglese l'altro.
Professore, ci spiega in che consiste la “scoperta”?
«Sono studi e scoperte sulle modificazione genetiche delle cellule staminali, in particolare per lo sviluppo del “gene targeting” nelle cellule staminali di embrioni di topi. Una ricerca alquanto complessa a spiegarsi…»

Quanto tempo ha impiegato per il raggiungimento del “successo”?
«Circa 20 anni, insieme a 20 colleghi dei laboratori universitari dello Utah».

Possiamo chiedere: “Cosa bolle nelle provine sperimentali” e cosa dobbiamo aspettarci?
«E' difficile predire il tempo ed i risultati. E se esiste qualcosa, va tenuta segreta sino a quando…»

Questa magnifica scoperta potrà essere applicata anche all'Uomo?
«Senz'altro. Siamo fortunati ad aver potuto usare i topolini ma un giorno potremo dire che proprio quelle piccole cavie hanno contribuito a salvare molte vite…»

Professore, è vero che le grandi scoperte sono spesso impreviste?
«Senza dubbio, ed è il mistero, la perseveranza che stimolano. La perseveranza è un fattore comune nella storia dei successi. Le avversità possono essere un incentivo ed un bisogno individuale per continuare nell'impresa»

Qual è il fattore principale, come scienziato, che la sorregge?
«Concentrazione, l'essere esposto a grandi diversità e disciplina, ti stimolano e dirigono le ricerche»

Come reagisce agli eventuali biliosi e gelosi avversari?
«La tecnologia genetica solleva questioni etiche, complesse come quelle che circondano la pace nel mondo, ma per me queste domande sono troppo specifiche».

Poi lo scenziato si lancia in una riflessione chiara sapendo che con la sua scienza rischia di sconfinare nell'etica fino a guardare molto da vicino l'origine della vita…
«Quando si parla di vita umana non possiamo avere un completo controllo…»

Lo stato d'animo del professore si agita quando gli chiediamo della sua infanzia e ripensando al momento in cui mamma Lucia venne deportata dai nazisti nel campo di concentramento del sud, e ritrovò il figlio- in un ospedale- alla fine della guerra…
Poetessa provetta, con amore e dedizione scrisse poesie, pubblicate in Germania.
Lucia incontrò un gruppo di artisti antifascisti e si arruolò con un gruppo dell'Italia del Nord, dove incontrò un ufficiale dell'aeronautica, Luciano Capecchi che però non sposò.
Per quattro anni Capecchi visse con la madre in uno chalet nelle Alpi italiane.

Che vita conducevate?
«Fu una vita interessante, una vera vita rustica, coltivando grano che vendevamo al mulino. Facevamo anche il vino, ed i ragazzi gioivano a pestare l'uva. Ma erano comunque anni difficili e cruenti che credo mi abbiano segnato. Ma nel 1946 compimmo un magnifico salto, dalle strade italiane ad una zona vicina a Pittsburg, dove mio zio Edward creò un vero e proprio “Comune” di 65 famiglie.
Sono stato fortunato a frequentare una scuola “Quaker” (quacchera). Nelle elementari venivamo trattati come studenti delle medie, e a tavola le conversazioni erano “politiche”».

Dopo aver frequentato un College di scienze politiche, cambiò per le scienze e matematica, e nel 1961 si laureò in fisica e chimica “cum laude”.
Ma confessa: «Non ho mai frequentato una classe di biologia. Ho imparato questa “materia” nei laboratori, e continuerò ad “imparare” e “scoprire” ancora per molto tempo».

Ed intanto vive con la famiglia in una rustica casa a tre piani, incurante che durante l'inverno la neve spesso supera anche i 2 metri, lì a Salt Lake City, in compagnia di due pappagalli, quattro gatti, un cane, due topolini (che cura amabilmente) ed il cavallo Fraser.
«Mia moglie ama i cavalli e crede che io morirò nel Laboratorio»...dice con un sorriso canzonatorio.

Lino Manocchia 09/10/2007 7.41