Cassazione: è estorsione sfruttare lavoratori in nero

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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ROMA. Rientra nel reato di estorsione sfruttare lavoratori in nero, minacciandoli di licenziamento se non acconsentono alle condizioni imposte dal datore di lavoro, favorito dalla situazione del mercato dell'occupazione.
Lo sottolinea la Cassazione confermando la condanna a tre anni, sei mesi e ottocento euro di multa per estorsione aggravata e continuata inflitta dalla Corte di Appello di Cagliari (sezione distaccata di Sassari) a tre persone titolari di una azienda a gestione familiare.
I giudici di Secondo grado avevano ribaltato il verdetto di assoluzione emesso dal Tribunale di Nuoro, rilevando che gli imputati «avevano posto in essere una serie di comportamenti estorsivi nei confronti di proprie lavoratrici dipendenti, costringendole ad accettare trattamenti retributivi deteriori e non corrispondenti alle prestazioni effettuate e, in genere, condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi, approfittando della situazione di mercato in cui la domanda di lavoro era di gran lunga superiore all'offerta e, quindi, ponendo le dipendenti in una situazione di condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni vessatorie equivaleva a perdere il posto di lavoro».
In particolare, le lavoratrici dipendenti erano state assunte senza libretto di lavoro, non avevano ricevuto copertura assicurativa (tranne una e per un breve periodo), non avevano goduto ferie ne' percepito corrispettivi per lavoro straordinario e firmavano prospetti-paga indicanti importi superiori a quelli percepiti.
Una dipendente, inoltre, era stata indotta a sottoscrivere un contratto di associazione in partecipazione, senza che la sua qualita' fosse mutata, nonche' costretta a mentire sulla propria posizione agli ispettori del lavoro, oltre che a firmare una dichiarazione in cui si assumeva la responsabilita', con il fidanzato, di un furto di capi di abbigliamento subiti dall'azienda.

Se il Tribunale aveva ritenuto non ravvisabile una «coartazione della volonta' in senso penalmente rilevante, in quanto il licenziamento aveva costituito una condizione preesistente alla assunzione per le dipendenti che non avessero voluto accettare le chiare, anche se i legali, condizioni proposte dagli imputati, che erano dunque stati assolti in Primo grado, la Corte di Appello aveva rilevato che «quand'anche si ritenesse intervenuto tra i titolari della azienda e le lavoratrici un accordo contrattuale, non per questo andava esclusa la sussistenza dell'estorsione», poiche' la condotta degli imputati «risultava posta in essere nella sola prospettiva di conseguire un ingiusto profitto con altrui
Danno».
La Suprema Corte (Seconda sezione penale, sentenza n. 36642) ha dunque rigettato il ricorso degli imputati e ritenuto corretta la decisione dei giudici di Secondo grado: «il soggetto passivo dell'estorsione - rilevano gli ermellini - e' posto nell'alternativa di far conseguire alla gente il vantaggio economico voluto ovvero di subire un pregiudizio diretto e immediato e in questa prospettiva anche lo strumentale uso di mezzi leciti e di azioni astrattamente consentite puo' assumere un significato ricattatorio e genericamente estorsivo. La prospettazione di un male ingiusto puo' integrare il delitto di estorsione, pur quando si segua un
giusto profitto e il negozio concluso a seguito di essa si riveli addirittura vantaggioso per il soggetto destinatario della minaccia».
Questa, si legge ancora nella sentenza, puo' «presentarsi in molteplici forme ed essere esplicita o larvata, scritta od orale, determinata o indeterminata e fin anche assumere la forma di esortazioni e di consigli. Cio' che rileva e' il proposito perseguito dal soggetto agente».
Nelle vicende in esame, dunque, i giudici di merito, osserva la Cassazione, «hanno elencato tali e tanti comportamenti prevaricatori dei datori di lavoro in costante spregio dei diritti delle lavoratrici da rendere evidente, con la stessa eloquenza dei fatti, da un lato, che gli imputati, al di la' del ricorso ad esplicite minacce, si sono costantemente avvalsi della situazione del mercato del lavoro ad esse particolarmente favorevole e, dall'altro, che il potere di autodeterminazione delle lavoratrici e' stato compromesso dalla minaccia larvata, ma non per questo meno grave e immanente, di avvalersi di siffatta situazione».
In questo contesto, dunque, concludono i giudici di Palazzaccio si rivelano infondate le deduzioni dei ricorrenti sulla esistenza di un accordo contrattuale: questo, infatti, «non fu raggiunto liberamente, ma estorto».

(AGI) 05/10/2007 15.54