Cementificio, «noi prigionieri della "feccia del petrolio"»

Alessandro Biancardi

Reporter:

Redazione PdN

Letture:

4976

Cementificio, «noi prigionieri della "feccia del petrolio"»
PESCARA. Si riaccende, dopo la risposta della Lafarge all’articolo di PrimaDaNoi, l’attenzione sul cementificio. Se dunque l’azienda voleva provare a tranquillizzare i cittadini, questi, organizzati in comitato, si dimostrano tutt’altro che calmi. TUTTO SUL CEMENTIFICIO 
Il consiglio comunale di Pescara si è impegnato, lo scorso maggio a pensare alla delocalizzazione del cementificio ma in concreto niente si starebbe muovendo. Così, i residenti della zona, riunitisi nel comitato “'Maiora Premunt” cercano di sbloccare la situazione, a suon di denunce e documenti.
«La Lafarge», spiega Danilo Paolucci, presidente dell'associazione, «ha ottenuto dalla Regione una autorizzazione denominata AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) che le permette di affiancare alla attività di produzione di cemento (leganti idraulici) una attività di coincenerimento di rifiuti'. Non si dice mai, però», sottolinea Paolucci, «che uno dei materiali che vengono utilizzati per la combustione è il pet-coke. In sostanza il pet-coke e' l'ultimo prodotto delle attività di trasformazione del petrolio e viene considerato lo scarto dello scarto dell'oro nero tanto da guadagnarsi il nome di "feccia del petrolio"».
Per la sua composizione, comprendente oltre ad IPA (in particolare benzopirene), ossidi di zolfo e metalli pesanti come nichel, cromo e vanadio, va movimentato con cura per evitare di sollevare polveri respirabili. Il vanadio in polvere è infiammabile e tutti i suoi composti sono considerati altamente tossici, causa di cancro alle vie respiratorie quando vengono inalati. Il più pericoloso è il pentossido di vanadio.
«L'Osha (l'ente statunitense per la sicurezza sul lavoro)», continua Paolucci, «ha fissato un limite di esposizione che non va mai superato in quanto è alta la probabilità che causi danni permanenti o la morte. Per questi motivi per esempio l'utilizzo del pet-coke è stato vietato in Giordania e l'Eni, che brucia il pet-coke nella raffineria di Gela ha riconosciuto che malformazioni e tumori numerosissimi nella popolazione locale sono causate dal pet-coke».
Così sembra che proprio l'Eni abbia preferito pagare, «attraverso una sua società, come risarcimento preventivo, per evitare che si costituissero parte civile nei processi, a un centinaio di famiglie qualcosa come 11 milioni di euro; una media di 100 mila euro a pratica».
In Italia fino a qualche anno fa era vietato utilizzare il pet-coke come combustibile alternativo, «ma ci ha pensato il decreto Ronchi», aggiunge Paolucci, «che semplicemente ha stabilito che esso non è un rifiuto e che quindi come combustibile tradizionale può essere utilizzato. Qualcuno poi in Parlamento ha cercato di limitarne l'utilizzo nella sola raffineria di Gela, ma invano».
«E le nostre istituzioni che fanno?», tuona l'associazione. «Accolgono le richieste di deroga di Lafarge, prendono per buoni i dati che essi stessi forniscono, firmano protocolli di intesa, ricevono dall'azienda denaro che spendono in opere di dubbia rilevanza sociale e che vincolano l'amministrazione, almeno moralmente, a giustificarne la presenza sul territorio».
Da mesi ormai l' associazione chiede che vengano installate una o più centraline in zone più rappresentative, «ma finora nessuno ha avuto il coraggio di prendere l'iniziativa e di provare a vedere se tutto è nella norma e nel rispetto della legge, come noi speriamo che sia».
E i cittadini si domandano perché parte di quei 600mila euro incassati dal Comune, quale anticipo di 5 annualità, in virtù del protocollo con la Lafarge non vengono spesi «per rassicurare la popolazione circa l'aria che respira ed in parte per perseguire finalità a carattere sociale».


05/10/2007 10.28