Tangenti Montesilvano: «è una porcheria, ma dobbiamo farlo»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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MONTESILVANO. Lo sapevano anche gli indagati nell'inchiesta Ciclone che stavano per compiere «una porcheria», una proposta «bizzarra». Ma si doveva fare per «tenere tranquillo il gruppo» e perchè la causa era di quelle speciali, «fare un favore agli amici dei Ds». Sotto la lente della Procura di Pescara decine di accordi di programma che non avevano alcuna finalità di interesse pubblico, ma solo interessi privati, dei singoli attori. Il caso più eclatante scoperto dagli inquirenti la richiesta avanzata da Simona Giansante, cognata dell'ex consigliere comunale Fabrizio D'Addazio. I NOSTRI ARTICOLI SULL'INCHIESTA CICLONE
Un «favore personale», quello di far passare una richiesta di una cittadina privata, che però viene considerata una vera e propria «questione politica».
Non ci potrebbe essere, spiega il gip, «prova più diretta del completo asservimento della funzione pubblica al mutuo scambio di favori, volti a favorire gruppi privati».

L'idea è veramente bizzarra: con una istanza depositata a maggio del
2006 la donna formula una «proposta di accordo di programma per incrementare la volumetria edificabile del terreno di proprietà». Una richiesta azzardata che dovrebbe far passare l'edificabilità da 850 mq a 2.250.
La pratica viene rimbalzata da un ufficio all'altro per un paio di mesi, lasso di tempo in cui i vari rappresentanti dell'amministrazione comunale, imprenditori e tecnici cercano di trovare una via di uscita che sia praticabile e sufficientemente mimetizzata.
Ma non sarà facile.
Tutti ne sono coscienti in Comune.
L'ex sindaco Cantagallo (Margherita) in un primo momento voleva anche rifiutarsi ma le pressioni politiche si facevano sentire.
«Non è una richiesta qualsiasi», sottolineeranno nelle intercettazioni telefoniche i diversi interlocutori, «è la cognata del consigliere Fabrizio D'Addazio (Ds)».
Anche l'architetto Canale prova a resistere, la richiesta sembra «inaccettabile persino a lui che aveva già dimostrato ampia assuefazione con l'illecito» ma è il vicesindaco Savini a spingerlo a continuare.
«Devi aggiustarla, poi la mando», dirà in una conversazione telefonica intercettata.
«Un segnale mò lo dobbiamo dare di...a livello politico l'ho già discusso».
Cantagallo, invece, era frenato dal fatto che l'estate scorsa (2006) c'era un accavallamento di esposti anonimi e voci di indagini in corso. Qualcuno aveva parlato e tutti stavano sul chi vive.
Insomma, l'ex sindaco voleva stare tranquillo ma poi la "questione politica" ha prevalso.

«ENZO ABBIAMO VOTATO BEN ALTRO, QUESTO SI PUÒ FARE»

Ed è proprio questo l'aspetto più inquietante per il gip: pur non volendo l'ex sindaco «si trova nelle condizioni di doverlo imporre», infatti, quando ha fatto comodo a lui, altri consiglieri hanno votato accordi di programma «impresentabili» e viene fatto l'esempio del Palaroma.
Adesso era giunto il suo turno «di votare in contropartita».
«Sono il vicesindaco Savini e il consigliere Andrea Diodoro (capo-gruppo dei Ds) ad insistere con veemenza», scrive il gip, per l'approvazione dell'accordo di programma.
E Diodoro ricorda a Cantagallo di quando «abbiamo votato a F.T.... che non ci ho dormito la notte».
Ma Cantagallo fa ancora opposizione e Diodoro gli ricorda ancora: «Enzo in quattro e quattr'otto abbiamo votato ben altro».
Si tratta di un vero e proprio patto scellerato, così lo definisce la Procura, del quale Savini e Diodoro invocano l'attuazione: nel senso che quando un accordo di programma interessa una parte politica va votata senza che gli altri facciano troppe domande sulle reali finalità pubbliche da perseguire.
«Nel caso in esame», scrive il gip, «è palese che si debba fare esplicitamente uno sfacciato favore ad un parente di un consigliere».
Gli incontri sono sempre più frequenti, Savini ribadisce ancora che l'operazione va portata a termine «per tenere tranquillo il gruppo (dei Ds ndc)».
A luglio anche l'ex presidente del consiglio Massimiliano Pavone entra nella questione ed esprime i suoi dubbi.
«Si può fare un accordo di programma per una casa?», domanda stupito. «Come cazzo si fa...», esclama.
E Cantagallo: «i Ds sono venuti in delegazione..questa è la cognata di Fabrizio....».
Insomma non ci si può tirare indietro.
«Non ho capito... », continua Pavone, «mò si fa questo a gratis?....facciamolo a gratis! Che cazzo...».
E Cantagallo rassicura: «a' coso...a buon rendere!».
«Ma non è a buon rendere», lo incalza Pavone, «perchè questi poi se ne dimenticano».

CANTAGALLO: «E' UNA ESIGENZA POLITICA DI UN PARTITO IMPORTANTE DELLA COALIZIONE»

Passano le settimane, l'accordo viene sempre più limato nei particolari.
Ma resta il problema della forma.
Come fare in modo di renderlo presentabile?
I rischi di essere scoperti sono forti, lo sanno tutti amministratori e tecnici e ne parlano apertamente al telefono e nelle stanze del Comune tanto che il gip afferma che «è difficile in materia di investigazioni su reati associativi, trovare conversazioni che esprimano con maggiore evidenza l'esistenza di un patto scellerato».
Allora come giustificarla?
Cantagallo cerca di mettere in piedi una strategia il 17 luglio (esattamente un anno fa) nel suo ufficio.
Ne parla con Menè, presidente della commissione urbanistica fortemente turbato dalla questione e con Pino di Pietro.
«Io sono contrario alla delibera», dice Menè, «dobbiamo regalare un miliardo a questi qua (il valore a cui sarebbe arrivato l'immobile, ndr).
«E' troppo palese madonna... ».
«Stiamoci attenti», dice Di Pietro.
Ma Cantagallo ormai era convinto: «là lo devi imposte sul lato amministrativo perchè sul piano politico glielo devi fare. Se lo porti sulla questione politica come fai a non farglielo.... »

Alessandra Lotti

18/07/2007 15.19