Vedova Fortugno ai prelati di San Gabriele: «intrecci mafia e politica»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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TERAMO. Il processo, per lei, è solo un primo passo. Sulla morte del marito «c'è tanto altro da sapere». Nel numero doppio luglio-agosto de L'Eco di San Gabriele, il mensile edito dai Padri Passionisti dell'omonimo santuario situato in provincia di Teramo, compare un'ampia intervista all'onorevole Maria Grazia Laganà, vedova di Francesco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria ucciso il 16 ottobre 2005.
La parlamentare ricorda la scomparsa del marito, è sicura che chi ha voluto la sua morte non sia finito in carcere e che forse tutti dovrebbero esigere la soluzione dell'omicidio politico, unico nel suo genere. Assicura che la vita della sua famiglia era tranquilla e che non immaginavano ci fossero nemici pronti a sparare.
«Continuo a chiedere giustizia fino in fondo», dice, «perchè ritengo che l'omicidio non sia stato consumato soltanto da quelli che attualmente sono in carcere come presunti mandanti e come presunto esecutore. Credo che in Calabria l'uccisione di un vice presidente del Consiglio regionale non possa essere etichettata come un omicidio localistico».
«Non si era mai avuto un omicidio politico a livelli cosi alti in Calabria, esso - prosegue la vedeva Fortugno – dunque rappresenta un segnale veramente inquietante che deve far riflettere tutti. Anche perchè noi non immaginavamo di avere nemici e mio marito non aveva interessi privati. Quindi diventa difficile collocarlo in un ambito così ristretto. Non è un delitto maturato soltanto nella sanità» dice con convinzione.
«Ritengo che non sia questa la chiave. Occorre fare piena luce sui legami tra 'ndrangheta, politica e affari. Le tante denunce di Francesco sugli sprechi nella Asl di Locri, mai prese in considerazione, mi fanno pensare - aggiunge- che comunque ci sia una lobby affaristico-mafiosa all'interno dell'ospedale, all'interno delle Asl e come ritengo ci sia anche all'interno di molte amministrazioni della nostra regione. Tutto ciò mio marito lo ha denunciato più volte, sia nelle sedi amministrative competenti, legislative e alla Corte dei conti. Non sono però mai state prese in seria considerazione, sono venute alla luce solo dopo la sua morte ».
E poi la vedova Fortugno passa a parlare della politica amministrativa, non solo calabrese che stringe forti legami con la mafia. «Non basta trasferire o cambiare il vertice. E' come nei Consigli comunali, quando vengono commissariati e sciolti dal prefetto per infiltrazione mafiosa.
Non basta cambiare il sindaco, occorre cambiare l'intero apparato burocratico. Questo è il nodo da sciogliere».
«Credo, però», aggiunge, «che non ci sia una grande volontà, non si è fatto molto. E anche all'interno dello stesso centrosinistra si agita una corrente di pensiero che vede con fastidio chi si richiama all'impegno antimafia. Basta guardare il caso Calvi come è andato a finire. Sono sicura che a certi livelli ci sia collusione e quindi protezione. Ma anche a livello di massoneria deviata, servizi deviati.
Anche perchè spero che i servizi segreti normali facciano il loro dovere»

20/06/2007 9.26