Minacce a Bagnasco, la Lioce non c'entra

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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L'AQUILA. La possibile soluzione del giallo è arrivata ieri sera, dopo che un volontario dell'"Associazione Don Vasco Nencioni per la ricerca religiosa" ha visto in tv il servizio sulla brigatista e le minacce al presidente della Cei e si è ricordato di una busta che aveva portato lui personalmente due anni fa nel carcere di Sollicciano, dove era detenuta la br.

Come ha fatto la busta ad arrivare dal carcere toscano alla cella dell'Aquila dove è stata trovata dagli agenti? Probabilmente è stata la stessa Lioce
nel bagaglio personale durante il trasferimento. Ma al momento sembra evidente che quello che era stato definito dalla procura dell'Aquila un messaggio cifrato era solo il risultato di un gioco di cancellature sul nome di un'associazione fiorentina fondata da un teologo.
Cancellando le prime dieci lettere della parola Associazione è comparso "...ne.."; Don è diventato "Do", Vasco si è trasformato sulla busta sequestrata in "...asco"; Nencioni si è ridotto a "Ne" e religiosa in "religios".
Incredulità mista a gioia per i legali della detenuta: «E' incredibile che l'intestazione dell'associazione Don Vasco, con parole cancellate, sia diventata un indizio contro la nostra assistita. In realtà sarebbe stato sufficiente confrontare la busta e chiedere spiegazioni alla Lioce la quale ha chiarito subito che le Brigate Rosse, con le minacce a monsignor Bagnasco e più in generale con Bagnasco stesso, non hanno nulla a che fare».

La prossima settimana, il giudice confronterà le buste simili intestate all'associazione religiosa con quella sequestrata l'11 aprile nella cella della Lioce anche se, a detta dei difensori della brigatista, «siamo certi che l'associazione eversiva con finalità di terrorismo imputata alla nostra cliente cadrà definitivamente». Non è stato ancora confermato l'annullamento dell'incidente probatorio, in programma il prossimo 18 giugno.


14/06/2007 8.25