L'ACQUA PASSATA

Acqua e Laboratori del Gran Sasso, la Regione non sa ancora cosa ha fatto il commissario Balducci nel 2004

Infn sanzionata e sottoposta a prescrizioni perentorie oggi scadute. Il bluff della Regione sulle sostanze pericolose

Redazione PdN

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Giovanni Lolli

TERAMO. Sono passati 16 anni dal primo incidente, 15 anni dalla prima emergenza, 14 dall’inizio dei lavori del commissario Balducci, 2 anni dall’incidente di agosto 2016, 16 mesi dall’inizio della presa di coscienza dello scandalo più grande d’Abruzzo.

Eppure non è bastato per registrare un colpo di reni degli enti pubblici ed una accelerazione che sarebbe stata doverosa.

Politica e magistratura tergiversano e affondano in un mare di carte, tecnicismi e sofismi e non si curano del pericolo concreto di distribuire acqua contaminata al quale hanno sottoposto circa 700mila persone ed ancora oggi solo in minima parte mitigato.  

 Il tavolo tecnico -riesumato dal vice presidente Giovanni Lolli dopo il 2016 (varato nel 2011 da Chiodi riunitosi un paio di volte)- nell’ultima riunione di giugno è stato aperto con questa constatazione: «ci siamo riuniti in ritardo rispetto al previsto perchè lo studio richiesto a Laboratori e Strada dei Parchi non è arrivato in tempo» ha constatato Lolli.

Lo studio di quattro pagine del nuovamente incaricato Roberto Guercio non è sembrato così elaborato da implicare risorse, anche temporali, così ingenti per cui potrebbe sorgere spontaneo il sospetto che nessuno abbia voglia nè di fare nè di fare in fretta.

Come si spiegherebbe altrimenti la richiesta avanzata da Lolli solo ad inizio 2018 per avere tutte le carte dei lavori straordinari del commissario altrettanto straordinario Angelo Balducci, effettuati solo in parte tra il 2004 ed il 2008 costati oltre 86 mln di euro.

In pratica la Regione Abruzzo (e tutti gli altri) nel 2018 non sanno ancora che cosa hanno combinato nelle viscere del Gran Sasso Balducci&co (dove “Co” sta anche per “co-imputati” in molti processi dalla “Cricca” in poi).

Ed è incredibile che la documentazione sia stata chiesta ai Laboratori solo a febbraio e a giugno 2018  il direttore Stefano Ragazzi li abbia fatti recapitare in 50 faldoni.

In pratica gli enti pubblici non sapevano che a Balducci, dopo gli arresti, è subentrato l’Infn nella gestione finale dell’emergenza più strana del mondo e non si sa quando e come questa sia finita ufficialmente. Così come non sanno quali opere sono state realizzate nel segreto di Stato imposto contro ogni buon senso dal governo Berlusconi in poi.

Documenti sepolti sotto una montagna (anzi dentro), tenuti lontani da occhi indiscreti, graziati dalla magistratura, ma emersi con due anni di anticipo sulle istituzioni pubbliche solo grazie a PrimaDaNoi.it che ha studiato quelle carte dandone conto in una serie di inchieste, per oltre due anni.

 

Di solerzia pubblica nemmeno l’ombra, tant’è che nessuno dei tanti controllori ha fatto domande o si è attivato per mettere in luce l’enorme stranezza e opacità di tutta la vicenda.

Assenti i sindaci, consiglieri provinciali o regionali che avrebbe dovuto pur chiedersi in 10 anni  “ma come è andata a finire l’emergenza dopo i lavori di Balducci?”.

Invece nulla. Nessuno ha mai pensato di chiedere o controllare Infn e Laboratori dove pare operare la casta intoccabile degli scienziati nonsoggetti nemmeno alla legge.

 

CHE SI FA?

Nebbia sul passato, dunque, e nebbia sul futuro prossimo.

Al tavolo sono state recapitate le bozze generiche dell’idea Guercio che descrive vagamente il da farsi per risolvere l’interferenza tra autostrada, esperimenti scientifici e acquedotto.

Tra gli interventi ipotizzati c’è ancora l’isolamento pavimentale, cioè quello che doveva fare Balducci ma che ha fatto solo in parte senza, però, che la notizia trapelasse.

Un “isolamento parziale” non è un “isolamento” per cui la vulnerabilità che si doveva eliminare con gli 86 milioni persiste ma gli enti pubblici hanno fatto finta di non saperlo.  

Poi vengono preannunciati una serie di accorgimenti per depurare l’acqua raccolta nei Laboratori che poi finisce nel torrente Mavone.

Ci sono altri lavori ipotizzati ma da valutare nella fattibilità e nei costi come «l’isolamento delle pareti e delle volte».

Bisognerà pensarci molto bene.

Eppure furono proprio i Laboratori nella loro versione dell’incidente del 2016 a spiegare che il veleno poi trovato nell’acqua distribuita con l’acquedotto era evaporato e assorbito dalle pareti e, poi, convogliato nei canali che poi finiscono nella rete idrica.

Sarà un intervento necessario?

 


DURA LEX MA CHISSENE…

C’è poi un passaggio nel verbale che appare centrale.

«I Laboratori», si legge, «devono presentare un piano di dismissione degli esperimenti che comportano l’utilizzo di sostanze pericolose oltre le soglie del D.Lgs 105/2015, uscendo così dal campo di applicazione della Direttiva Seveso. Per il futuro si chiede l’impegno ad evitare l’uso di sostanze pericolose e all’applicazione, nei casi previsti, del Protocollo d’Intesa. Ogni nuovo esperimento, prima dell’installazione dovrà comunque essere sottoposto a Valutazione d’Incidenza Ambientale».

In pratica si dice che secondo la direttiva Seveso i Laboratori conservano al loro interno una quantità superiore di sostanze pericolose. Per rispettare quella norma bisogna portare via tonnellate di veleni e materiali molto delicati.

Il pericolo è enorme in caso di incidente in un luogo angusto e chiuso come i Laboratori (con una sola via di uscita) e anche per le possibili contaminazioni delle fonti.

Questo è l’impegno e l’obiettivo, una direttiva chiesta dalla Regione ai Laboratori.

Peccato che, colti ancora una volta da una amnesia collettiva, tutti si dimentichino che ci sono altre norme inderogabili che vietando la presenza di qualunque sostanza (nemmeno un chilo) a meno di 200 metri dall’acquifero con il piccolo particolare che i Laboratori sono immersi dentro l’acquifero che ha dimensioni molto vaste e nessuna sostanza può essere stoccata... in un acquifero.

La Regione, dunque, non ha chiesto di rimuovere le sostanze pericolose ma solo di stare sotto le 500 tonnellate per gli esperimenti esistenti dimenticando il divieto di cui all'art. 95 del D.Lgs 152.

Una richiesta ufficiale e istituzionale con basi giuridiche fragilissime oltre che cozzare contro le promesse e le norme.  

 

Dal canto suo l’Infn continua a dimostrarsi una zavorra, tanto che il direttore Ragazzi ha mostrato preoccupazione  «per la sottoposizione a VINCA di nuovi esperimenti».

Del resto i Laboratori sono sempre stati di fatto svincolati da obblighi e controlli di vario genere.

E quando i controllori hanno voluto essere un pò più attenti sono arrivate le prescrizioni e le sanzioni.

A gennaio 2018 il Comitato tecnico regionale imponeva all’Infn «entro sei mesi»  di sanare le non conformità rilevate nell'ultima ispezione. E poi «entro due mesi»  i Laboratori avrebbero dovuto ripresentare il nuovo rapporto di sicurezza, dopo che lo stesso Comitato Tecnico lo aveva bocciato con 110 indicazioni.

I termini sono scaduti: i Laboratori hanno ottemperato agli obblighi imposti?

 E nel frattempo -mentre la magistratura non si affretta- invece di impedire e vietare lo stoccaggio delle sostanze pericolose che violano le leggi si mette a scarico l’acqua emunta dai laboratori e si attiva il potabilizzatore.

Eppure per giustificare la spesa di milioni di euro ci hanno sempre detto che la risorsa idrica era scarsa.

Oggi però ci permettiamo di buttarla via per colpa della più incredibile e scandalosa inerzia istituzionale.

 

a.b.