IL COLPACCIO

Appalti spericolati, ditta chiede 9mln di euro ad Arit e Regione ma si accontenta di 150mila euro

Il progetto Cadra è finito nel buco nero dell’Arit e dopo 13 anni anche la Regione scopre le magagne

Redazione PdN

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Appalti spericolati, ditta chiede 9mln di euro ad Arit e Regione ma si accontenta di 150mila euro

Luciano D'Alfonso

 

ABRUZZO. E alla fine persino la Regione è stata costretta ad ammettere che pure su quell’appalto dell’Arit (gestione centrosinistra e poi centrodestra) sono troppe le cose che non vanno, tanto che adesso partiranno pure le denunce alla Corte dei conti.

L’appalto (“Centro servizi per l’archiviazione documentale” per gli amici “Cadra”), è stato aggiudicato ad un raggruppamento capeggiato da Alea Network, già Tecnoconsud srl di Giuseppe Luciani, insieme alla teramana Euroinformatica srl o Cyborg srl  e poi Corvallis spa, Inform S.r.l., EDS Informatica e Cultura s.r.l. e doveva servire, nella mente dei promotori, tra il 2004 ed il 2005, per digitalizzare i documenti amministrativi in un momento storico in cui si era già un in ritardo sul punto e gli ulteriori pasticci non hanno aiutato.

L’appalto non è mai partito e per un motivo che fin da subito è apparso ben strano: violazione, da parte dell’Arit (stazione appaltante), di diversi punti del contratto, in maniera anche plateale, come se la stessa Arit  avesse remato dopo l’aggiudicazione.

Un comportamento che sarebbe in teoria assurdo per una società pubblica ma si potrebbe spiegare benissimo se si ammettessero verità occulte mai emerse e delicate le quali potrebbero aver dato vita ad una guerra intestina e sotterranea che si può spiegare solo con le dinamiche della contrapposizione politica e dei conflitti di interessi delle cordate in campo.

Di sicuro dal 2009 anche l’Arit ha cambiato “padroni”: via gli uomini legati alla vecchia giunta Del Turco, dentro quelli più simpatici al centrodestra di Chiodi...   

Sta di fatto che la ditta capofila il 4 giugno 2015 diventa Alea Network (che sembra quella più interessata del raggruppamento)  e poco dopo chiede ad Arit e Regione poco più di 8,7 mln di euro di risarcimento per inadempimento contrattuale posta aggiudicazione appalto.

Dopo tre anni, e a due mesi dalla udienza definitiva davanti al giudice chiamato a dare un valore alle irregolarità della pubblica amministrazione, si è arrivati ad un accordo: meglio scongiurare la sentenza.

Un accordo da Guinness e non portato avanti nemmeno da ignoti mediatori pubblici, abilissimi e degni di medaglie al merito per aver fatto risparmiare quasi 9 mln di euro di soldi pubblici.

In realtà non c’è stata alcuna attività della Pa perchè pare abbia fatto tutto il privato...

Alea Network  e Regione (con Arit) si sono così accordati per una cifra minuscola, solo 150mila euro, che l’ente pubblico Regione pagherà a stretto giro all’Arit che li girerà alla ditta per chiudere ogni pendenza, ogni contenzioso e metterci sopra una pietra tombale definitiva.

Una vittoria su tutta la linea per chi da dentro le stanze della pubblica amministrazione si è limitato a ricevere ed avallare la proposta privata che non si poteva rifiutare.

Un accordo che, se non fosse riportato nero su bianco all’interno di una delibera di giunta, sarebbe una storia difficile da credere.

Dunque ricapitolando: la gara è del 2005, nel 2008 nulla si muove e ci sono anche ricorsi, nel 2010 la nuova governance Arit inchioda l’appalto nonostante la firma del contratto e i privati non riescono a far partire i lavori.   

Nel 2017 l’Arit certifica la mancanza di interesse pubblico alla realizzazione del progetto che è  come dire: “dopo 12 anni che lo facciamo a fare più?” Nello stesso tempo Arit si tira fuori ma chiede alla Regione comunque di rimodulare il progetto. Due affermazioni che sembrano in antitesi tra loro ma che la Regione accorda e promette di verificare nel prossimo futuro, valutando cosa è possibile fare con le risorse rimaste.

Mentre le ditte si accingono a vincere il ricorso, la capogruppo decide di avanzare una proposta transattiva inattesa.

Sembrerebbe che l’iniziativa sia partita proprio dai privati e non dalla pubblica amministrazione, persino la cifra -dalla documentazione eccezionalmente pubblicata insieme alla delibera-, sembra avallare questa ipotesi. Non ci sarebbe stata nemmeno una trattativa a ribasso sulla cifra: buona la prima.

All’Arit e alla Regione non credono ai loro occhi: scampato il pericolo di pagare quasi 9 mln si chiude la storia dopo 13 anni con 150mila euro più 20mila di spese legali.

E dopo tutto questo tempo risulta persino risibile l’idea originaria del progetto, da una parte di “dematerializzare” i documenti, cioè liberare spazio dagli archivi perchè i documenti cartacei si trasformavano in bit ma, dall’altra, si voleva costruire un nuovo archivio in cemento e travi che doveva nascere in località Salvaiezzi di Chieti, idea sponsorizzata dal Pd di allora (si ricorda una presentazione ufficiale alla presenza dell’ex sindaco Francesco Ricci e del senatore Giovanni Legnini nel 2010).

Inutile ricordare che anche questo appalto, insieme a tutti gli altri, venne spacciato per «avanguardia» e «miracolo tecnologico»  e che, invece, più che truffa è stata solo fuffa ed un grande beffa tecnologica.

L’ultima è arrivata pochi giorni fa quando, tra le altre cose, la giunta D’Alfonso ha certificato che si ritiene opportuno segnalare gli avvenimenti relativi alla gestione dell’appalto Cadra alla competente procura della Corte dei Conti per l’accertamento delle eventuali responsabilità erariali conseguenti alla cattiva gestione del contratto di appalto.

All’Arit era consuetudine cambiare i progetti dopo l’appalto

LA GRANDE BEFFA TECNOLOGICA ABRUZZO. Una lettera di una società che in qualche modo si riteneva danneggiata chiedeva spiegazioni all’Arit perchè aveva cambiato i componenti di un progetto andato a gara ed aggiudicato.

Una buona notizia si potrebbe pensare, peccato che dopo 13 anni più che una medaglia in capo agli amministratori pubblici di oggi è una ammissione di gravissima colpa per la pubblica amministrazione di non essersi accorti mai di quanto accadeva in quel buco nero dell’Arit che tutto risucchiava.

Amministratori che non hanno mai voluto vedere cose che erano lampanti ma hanno preferito smentire e negare sempre.

Notizie di presunte irregolarità scritte in decine e decine di articoli tra il 2009 ed il 2011 da PrimaDaNoi.it, ormai morte, sepolte e prescritte, dove però l’oblio non può ancora scendere, che non hanno smosso nessuna coscienza, nè allora nè oggi. E nemmeno nessun genere di procura, ecco spiegato perchè siamo arrivati fino ad oggi a questo punto.

 

a.b.