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Giornalisti, il senatore D’Alfonso prepara la nuova legge bavaglio?

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D’Alfonso, insulti a giornalista Messaggero. Ordine: «situazione preoccupante»

Luciano D'Alfonso

 

ABRUZZO. Il neo senatore Pd, Luciano D’Alfonso, ancora presidente di Regione, ha intenzione di fare qualcosa per bloccare la diffusione di notizie riguardanti indagini della magistratura sui giornali?

 Così potrebbe sembrare da un post che il presidente-parlamentare ha pubblicato ieri pomeriggio, poco prima delle 17, dopo una intensa giornata romana, da governatore e da senatore.

 Il tutto è nato per commentare l’ennesima archiviazione sopraggiunta su indagini che lo riguardano e nello specifico sulla vendita da parte del Comune di Penne di un “fondaco”. Un immobile che quel Comune aveva deciso di vendere per far fronte all’immancabile buco di bilancio (chissà come prodotto e da chi…) ed evitare di sforare il patto di stabilità.


Il sindaco di Penne chiese aiuto al potente D’Alfonso che prese a cuore la causa e con un paio di telefonate ai piani alti di qualche ministero tentò di sbrogliare la matassa burocratica.  

Nell’indagine era indagato il D’Alfonso presidente (e pure l’ex sindaco Rocco D’Alfonso, oggi nel suo staff), accusato di istigazione alla corruzione, corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e abuso d'ufficio.

Tra i fatti contestati una telefonata ad un funzionario dei Beni culturali per sollecitare il parere e sbloccare la situazione.

Quell’immobile di Penne non si poteva vendere perchè mancava il parere.

Quella telefonata è stata letta dagli inquirenti, in un primo momento, come una «pressione indebita» sul funzionario per favorire la decadenza del vincolo e la vendita dell'immobile che era pure il fine dichiarato dal presidente.

Poi dall’indagine sarebbe emerso poco e la stessa Procura ha ritenuto di chiedere l’archiviazione. Il gip Romano Gargarella ha confermato, perchè non ci sarebbero state contropartite incassate da D’Alfonso e l’abuso d’ufficio non si sarebbe configurato.

 D’Alfonso ha sempre spiegato di essersi prodigato per realizzare «una  premura istituzionale. Nel caso di specie come sempre, la condotta assunta e giuridicizzata ha fatto riferimento ad un salvataggio finanziario e contabile del Comune di Penne che coincide con l'interesse pubblico».

Quando parlò per la prima volta di questa inchiesta parlò della ormai famosa ‘rottura delle leggi’ e disse:  «Io credo che a volte la rottura delle leggi sia necessaria per perseguire gli interessi pubblici. Per esempio aprire un tribunale prima che sia collaudato: io l’ho fatto. Sottoporre a verifica una scuola in assenza di fondi idonei: io lo farò. Aiutare un comune a rispettare il patto di stabilità, l’ho fatto e lo farò sempre».

Già a maggio scorso non si era trattenuto ed aveva cominciato a spostare l’attenzione sulla questione giornalistica: «è arrivata l’archiviazione ma nessuno se ne è interessato e addirittura è emersa una mia condotta encomiabile. Nessuno va cercando per capire che cosa è successo mentre una agenzia distillava informazione per produrre disinformazione. Una incultura del diritto che fa male».  

 Due giorni fa la notizia è stata rilanciata dal Messaggero e ieri pomeriggio, a mente fredda, D’Alfonso è tornato sul caso ammettendo di non essere soddisfatto a pieno: «sono contento e deluso», ha scritto su Facebook.

 

 

COSA HA IN MENTE?

Dal momento che adesso è «operatore di legislazione nazionale» (così si definisce per dire che è anche senatore) sa che quello che ha passato sulla propria pelle potrebbe servire a qualcosa.

Che lui covi un certo malessere per  «giornalisti frettolosi, pendoli veri e proprio, che si posavano nelle stanze degli uffici accusatori, punti di vista e mannaie nella storia di vita» (sue affermazioni, maggio 2018) è cosa nota.

Lo dice ovunque e dovunque, pure qualche giorno fa al Consiglio di disciplina del Csm che sta valutando il caso del giudice della sentenza Bussi, Romandini. In quel caso ha parlato di alcuni giornalisti come quelli che «campano di allungamenti pornografici di non fatti… »

Qualche mese fa aveva attaccato anche il Tg5 che aveva semplicemente riportato agenzie di stampa: ha «connesso il mio nome, la mia faccia e la mia reputazione con accuse gravissime».

 Adesso ammette: «Sto mettendo insieme cultura istituzionale e competenza dedicata sul punto, di livello nazionale, per evitare che ogni accertamento di verità continui ad essere uno spettacolo per consumare inchiostro a chili, senza alcuna capacità di entrare nel merito».



Che intenzioni ha?

Poco prima non aveva risparmiato critiche alla «narrazione giornalistica» e alla  «genuflessione rispetto al verosimile edificato come verità che tanto danno stava facendo alla Regione. Quanti sono quelli capaci di resistenza e di non nascondimento davanti al safari delle notizie travestite a festa? », domanda D’Alfonso. «Mi resta difficile non gridare alla luna contro le ignoranze diffuse e gli asini che vanno in giro».

 

Nel tempo in cui il Parlamento è ancora troppo pieno di scarsi rappresentanti del popolo e molto di più di rappresentanti delle lobbies, una maggioranza trasversale per zittire quel poco che rimane dei giornali liberi, si può sempre trovare.