ARRAFFA E FUGGI

Prendi i soldi e scappa (all’estero): l’insulto delle imprese e la delocalizzazione

Il governo all’attacco e promette lo stop al malcostume

Redazione PdN

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Prendi i soldi e scappa (all’estero): l’insulto delle imprese e la delocalizzazione

 

 

 

ROMA. Che bello fare impresa con gli aiuti dello Stato e dell’Europa. Che bello avere una marcia in più in nome dell’occupazione, del lavoro e dell’economia locale.

Che brutto, però, se senza quegli aiuti l’idillio finisce e si innesca un braccio di ferro con le istituzioni e che vede sull’orlo del burrone l’economia nazionale, i lavoratori-merce-di-scambio-e-di-ricatto. Che brutto se dopo aver preso i soldi si decide di andar via all’estero perchè fare impresa è più conveniente.

C’è qualcosa che non va in tutto il meccanismo degli aiuti alle imprese che l’Italia ha distribuito a miliardi da sempre, per varie ragioni, e che hanno comunque un impatto enorme sull’economia e sulla concorrenza.

Ai tempi della globalizzazione (da oltre 20 anni) i problemi irrisolti sono quelli dell’arraffa e fuggi di molte aziende che crescono grazie agli aiuti nazionali e poi mollano per andare all’estero, lasciando un vuoto nell’economia ed un buco nelle finanze pubbliche che si devono accollare anche la cassa integrazione dei lavoratori licenziati.

 

Sono sempre di più le crisi aziendali sul territorio.

L’ultimo affronto arriva, per esempio, dalla Honeywell che anche in Abruzzo rischia di lasciare il segno negativo portandosi via però milioni di euro di aiuti pubblici serviti per garantire l’occupazione.

Ora quegli aiuti non ci sono più e l’azienda decide di delocalizzare all’est dove diritti e costi sono inferiori.

Come dire: si fa azienda ma solo con contributi pubblici perchè altrimenti non conviene più… (ci sarà pure da fare una profonda riflessione)

Il Vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, lancia l'offensiva contro le delocalizzazioni aziendali ottenendo diversi consensi, anche sul fronte delle opposizioni.

Di Maio riprende il tema e conferma di voler «fermare» le aziende che delocalizzano.

«La delocalizzazione soprattutto se l'azienda ha preso soldi dallo Stato non va permessa» dice in un video.

 

 

Arturo Scotto, esponente di LeU, condivide l'allarme di Di Maio e rilancia: «E' inaccettabile che le imprese che fruiscono di soldi pubblici poi prendano e vadano all'estero per risparmiare sul costo del lavoro. 3 anni fa il gruppo parlamentare di Sel, prima firmataria Lara Ricciatti, presentò una legge che diceva una cosa semplicissima: le imprese che hanno avuto accesso ai soldi dallo Stato e delocalizzano devono restituire i quattrini. Quelle risorse andranno a un fondo per il reimpiego di quei lavoratori che sono stati licenziati».

«Basta con gli slogan, adesso siete al governo, la campagna elettorale è finita», aggiunge l'esponente della Sinistra a cui fa da contraltare Lucio Malan di Foraza Italia secondo il quale l'unica ricetta sarebbe quella di ridurre la pressione fiscale e burocratica sulle imprese a spingere le aziende a rimanere in Italia.

 

«Al ministro Di Maio indichiamo questa via per fermare la delocalizzazione nel nostro Paese, come dimostra l'esempio dei 56 dipendenti del Padovano lasciati a casa da una multinazionale», prosegue Malan mentre dalla Lega arriva una proposta concreta , un ddl in materia: «Se un'azienda riceve soldi pubblici non può il giorno dopo scappare in altri paesi dove la fiscalità è più vantaggiosa. Altrimenti si continua a favorire il licenziamento o la messa in mobilità dei nostri lavoratori. La Lega, intanto, annuncia di aver presentato un disegno di legge che da una parte non contrasta l'internazionalizzazione delle imprese e dall'altra evita la deriva della delocalizzazione attraverso misure concrete».

 

 

ARRAFFA E DELOCALIZZA

All'inizio si chiamava “sfida della globalizzazione” e internazionalizzazione. Poi è arrivata la crisi e negli ultimi due anni, l'atteggiamento della politica verso le delocalizzazioni e le aziende che delocalizzano è totalmente cambiata.

"American first": appena eletto Donald Trump promise che avrebbe imposto un dazio del 35% sui prodotti importati in Usa dalle aziende americane che delocalizzavano, anche se la sua norma non è ancora entrata nella sua riforma fiscale.

 

In Europa, il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione di sanzionare le imprese che, «entro sette anni dall'aver beneficiato di aiuti pubblici, delocalizzano le loro attività».

 

In Italia, in seguito alla vicenda Embraco (controllata da Whirlpool), nei mesi scorsi, il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda si è rivolto alla Commissaria della concorrenza Margarethe Vestager per verificare se la Slovacchia usi aiuti di Stato per scippare unità produttive all'Italia. In quei giorni la Lega chiedeva con una risoluzione all'Ue di sanzionare le aziende che delocalizzano «dopo aver usufruito di fondi nazionali o comunitari» obbligandole alla restituzione e di «avviare un'indagine sull'utilizzo dei fondi Ue».

 

Delocalizzazione è una parola che negli ultimi dieci anni ha fatto tremare decine di migliaia di lavoratori, e svuotato le casse pubbliche intervenute per sostenere le riconversioni e salvare l'occupazione. La prima azienda che riuscì a diventare un "caso" anche grazie a una lotta colorita delle lavoratrici (nè nacque uno spettacolo teatrale) è stata l'ex Omsa, controllata dalla Golden Lady. Era il 2012, la Fiat ha appena avviato in Serbia, dove un operaio costa 1/5 del'operaio di Torino, la produzione della 500 large, e anche la Omsa chiude la produzione dello stabilimento di Faenza per andare nell'ex Jugoslavia. Chi conosce la storia racconta che gli operai italiani andavano in Serbia a insegnare il lavoro a quelli che presto il lavoro glielo avrebbero rubato. C'e' anche questo aspetto diabolico nelle delocalizzazioni. Poi, grazie a interventi pubblici, lo stabilimento è stato riconvertito e le operaie dell'Omsa invece di calze si sono messe a fare salotti. Dopo l'Omsa è stata lunghissima: Electrolux, Honeywell, K-Flex, Ideal Standard per non parlare della fuga delle società di call center da Almaviva a Fastweb. L'ultimo caso famoso è stato Embraco per non dimenticare l'Alcoa di Portovesme.