VERITA' LENTE

Maxi risarcimento da 265 mln alla Itavia, la compagnia aerea che nacque in Abruzzo

Ennesima sentenza della Cassazione sul disastro ed i depistaggi di Ustica

Redazione PdN

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Maxi risarcimento da 265 mln alla Itavia, la compagnia aerea che nacque in Abruzzo

 

 

 

ROMA. Sono rimasti con le mani in mano, il Ministero della Difesa e quello dei Trasporti, mentre la sera del 27 giugno 1980 nello spazio aereo italiano assegnato a Itavia entravano «aeromobili da guerra non autorizzati e non identificati».

Tutto ciò «senza che fossero adottate misure per evitare» quello che da 38 anni chiamiamo il disastro di Ustica.

Lo sostiene la Cassazione nell'ennesimo verdetto sulla strage del volo I-Tigi Itavia, con 81 persone a bordo, partito da Bologna e mai arrivato a Palermo.

Non e' ancora finita l'estenuante odissea giudiziaria del Dc9 precipitato poco dopo le 8 di sera al largo di Ustica, ma la Cassazione - accreditando la «tesi del missile» - ha oggi individuato definitivamente i responsabili civili di quel disastro, i due ministeri che non hanno garantito la sicurezza.

Con un verdetto delle Sezioni Civili Unite, infatti, viene affermato il diritto di Itavia, la compagnia aerea fallita dopo la strage, ad essere risarcita e tra qualche mese si saprà se 265milioni di euro sono adeguati. Per «omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica», i due ministeri - spiega la Cassazione - devono risarcire Itavia per il Dc9 caduto in mare a causa «dell'esplosione esterna dovuta a missile lanciato da altro aereo».

«Inammissibile» il ricorso di Difesa e Infrastrutture che hanno sostenuto di non avere 'colpe'.

Il fatto "illecito" che pesa su di loro e' appunto l'omesso controllo dei cieli, come stabilito dalla Corte di Appello di Roma con due verdetti del 2012 e del 2013 che avevano detto si' alla richiesta risarcitoria di Itavia, in amministrazione straordinaria.

«Nel corso del processo penale - interviene l'ex senatore Carlo Giovanardi sponsor della tesi della bomba a bordo - è stata depositata una perizia, firmata dai più autorevoli esperti in cui si certifica che il Dc9 è esploso per una bomba collocata nella toilette, mai smentita da perizie successive. L'associazione 'Per la verità su Ustica' continuerà a battersi perché l'Italia non continui ad essere dileggiata per queste incredibili contraddizioni».

Un punto di vista che contrasta con la 'verità' della Cassazione su questo grande mistero d'Italia, pieno di depistaggi e omissis.

«Se i ministeri avessero adottato le condotte loro imposte dagli obblighi di legge, - scrive la Suprema Corte - l'evento non si sarebbe verificato, posto che attraverso un'adeguata sorveglianza della situazione dei cieli sarebbe stato possibile percepire la presenza di altri aerei lungo la rotta del Dc9 e, quindi, adottare misure idonee a prevenire l'incidente. Ad esempio - proseguono gli 'ermellini' - non autorizzando il decollo, assegnando altra rotta, avvertendo il pilota della necessità di cambiare rotta o di atterrare onde sottrarsi ai pericoli connessi alla presenza di aerei militari, infine, intercettando l'aereo ostile con aerei militari italiani».

 

ITAVIA COSTRETTA A FALLIRE

Itavia, costretta a chiudere i battenti da una campagna denigratoria, era stata fondata dall'imprenditore Aldo Davanzali, morto nel 2005. A prendere il testimone nella battaglia contro lo Stato italiano, sono state le figlie Luisa e Tiziana.

Nonostante il governo Letta avesse deciso di non ostacolare il diritto dei familiari delle vittime di Ustica ad essere risarciti, dalla 'pax' era stata esclusa Itavia e infatti la contesa continua.

Sarà la Terza sezione civile della Cassazione a stabilire se i 265 milioni di euro liquidati dalla Corte di Appello sono congrui.

Dalla cifra, devono essere sottratti circa 3 miliardi e 800 milioni di vecchie lire che Itavia nel 1980 ottenne da Assitalia per la perdita del Dc9.

Ora Luisa Davanzali pensa ad usare il risarcimento per fondare una nuova compagnia, «e il primo velivolo si chiamerà 'Aldo Davanzali'», afferma la donna manifestando «una grande gioia» anche se «arriva tardi, ora mio padre non c'è più».

 

 

ITAVIA, LA COMPAGNIA CHE FECE VOLARE  L’AEROPORTO D’ABRUZZO

La compagnia Itavia, fu costituita nell'ottobre del 1958, aveva come obiettivo lo sviluppo di scali minori non serviti dalla diretta concorrente, la costituenda Alitalia, con una strategia “ante litteram” rispetto alle low cost di oggi (vedi Ryanair).

 

Aprì la sua prima rotta proprio dallo scalo abruzzese: la Pescara-Roma Urbe, iniziata il 15 luglio 1959 con il piccolo bimotore da otto posti De Havilland Dove (I-AKET). Con lo sviluppo della Itavia crebbero anche i collegamenti con l'aeroporto d'Abruzzo ed infatti tra la fine degli anni ‘60 ed i primi anni ‘70 l'Abruzzo era collegato con le città italiane di Roma, Milano, Ancona, Crotone, Forlì, Lecce, Bergamo, Bologna, Treviso-Venezia, Catania e Palermo.

 

Dal 1º febbraio 1979, Itavia fu costretta a sospendere i propri voli su Pescara a causa della revisione delle “minime” su alcuni aeroporti italiani attuate da parte dell'ANPAC, l'Associazione nazionale piloti aviazione civile; l'innalzamento delle minime in questione (la distanza dalla pista e la relativa quota - alla quale il pilota deve decidere se continuare o meno l'atterraggio) dipese dalla mancanza degli aiuti radioelettrici (come l'ILS, Instrument landing system) e visivi indispensabili per permettere l'atterraggio degli aeromobili in condizione di scarsa visibilità, ed assenti all'epoca sullo scalo.

Itavia, compagnia aerea originatasi in Abruzzo, non tornò più sulla pista del Liberi.

I fatti di Ustica (27 giugno 1980) portano alla cessazione dei voli della compagnia.