INERZIA ASSASSINA

Inchiesta Rigopiano, Carta Valanghe? L’ultimo dei problemi per la Regione

Ricostruita in parte la storia dell’inerzia amministrativa oggi connessa alla strage

Redazione PdN

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Rigopiano, quando la funzionaria della prefettura citofonò a casa di Parete

 

 

ABRUZZO. La Carta del pericolo valanghe? Non è mai stata una priorità per la Regione e questo è un fatto incontestabile provato da fatti precisi.

Stanno tutti emergendo nell’inchiesta, sempre più voluminosa, della procura di Pescara che indaga per omicidio colposo plurimo per la morte di 29 persone intrappolate nell’hotel Rigopiano, abbattuto dalla valanga del 18 gennaio 2017.

 

Una inerzia provata da fatti, si diceva.

Il primo: 25 anni non sono bastati per attuare la Carta, nonostante un obbligo di legge inderogabile.

Il secondo: la Regione giustifica la violazione dell’obbligo con la mancanza di dotazione finanziaria e lo scrive persino sul sito internet alla pagina dedicata, auto assolvendosi. Un fatto che la dice lunga sulla “(in)cultura amministrativa” che ha imperato ed impera, che racconta di come vengono rispettate le leggi e tenuti da conto rischi non così secondari.

 

Ma di che cifra stiamo parlando? Secondo il presidente-senatore Luciano D’Alfonso di circa 2 mln di euro. Con tutto quello che si è combinato in 25 anni in Regione, le spese miliardarie e i bagordi vari, non riuscire a trovare ‘appena’ 2 mln di euro appare arduo da giustificare. Ma è quello che investigatori ed inquirenti attendono di conoscere dagli indagati.

 

Il terzo aspetto che prova che la Carta non fosse una priorità è il ping pong amministrativo negli uffici regionali, con zone d’ombra e  stop per anni, senza ancora una ragione chiara.

Secondo quanto è emerso dalle indagini dei carabinieri forestali e da quanto è stato possibile ricostruire dalla documentazione pubblica, si sa che l’iter è partito subito nel 1993 ed il Coreneva (Comitato Regionale Neve e Valanghe) ha dettato le linee guida alla Regione.

In un verbale del 29 gennaio 1993 il comitato regionale Neve e valanghe, presieduto dall’allora dirigente del servizio Prevenzione rischi della Regione, Domenico Di Cocco, ha calendarizzato tempi  strettissimi, «30 giorni al massimo», entro cui la Regione avrebbe dovuto realizzare lo strumento chiave per la prevenzione dei rischi da valanghe.

I soldi venivano stanziati dalla legge regionale di pochi mesi prima, la 47 del 18 giugno 1992 che  destinava 300 milioni di vecchie lire.

Naturalmente non impiegarono nè 30, nè 300 nè 3000 giorni per redigere la carta ma nel 1997 sono state individuate alcune zone come prioritarie: zone che sarebbero state più a rischio e, dunque, da studiare e censire per prime.

Sono passati, però, 9 anni chissà perchè, e nel 2006 (giunta Del Turco) viene affidato  a Collabora Engineering (la vecchia Abruzzo Engineering) l’incarico per redigere la carta storica delle valanghe (il documento che censisce nel tempo le valanghe cadute e che è la base per la Carta dei pericoli valanghe).

Collabora, poi Abruzzo Engineering, era la società mista già al centro di inchieste e di polemiche. E’ quella che salvò lavoratori Lsu lasciati a piedi dall’imprenditore barese Enrico Intini, ma riconsegnò dopo appena un anno (2007) il lavoro eseguito.

Poi ancora uno stop apparentemente senza motivo.

 


IL CORENEVA RIORDINA

Dunque nel 2007 la carta storica delle valaghe c’è e viene approvata dal Coreneva e decide di inviarla subito alla Regione per l’approvazione di giunta e la successiva necessaria divulgazione a tutti i comuni interessati.

Una sorta di allerta sulle zone individuate come pericolose ma quel documento non arrivò mai.

 

Solo per curiosità: in quel documento compare per la prima volta Rigopiano anche se la carta indica il vallone adiacente e non quello dove cadde la valanga.

 

A capo del Coreneva dal 2001 al 2013 c’è stato Vincenzo Antenucci che è stato anche per un periodo il dirigente del servizio previsione e prevenzione di protezione civile della Regione, cioè lo stesso servizio che ricevette il documento del Coreneva da lui presieduto.

Sta di fatto che il documento è rimasto parcheggiato tra il Coreneva e la segreteria di Giunta (Del Turco inizialmente) ma non è stato mai nè approvato nè divulgato.

Nel frattempo un altro dirigente, Sabatino Belmaggio, nel 2007 ha iniziato ad aggiornare i dati (fermi a molti anni prima) della carta del pericolo valanghe “parcheggiata”, per poi preparare la bozza di delibera di giunta regionale, bozza che è arrivata ad Antenucci nel 2011.

Ancora anni di stop.

Antenucci nel 2013 è stato sostituito dal dirigente  Carlo Giovani (lo stesso che poi dopo la tragedia scriverà a D’Alfonso di avere necessità di risorse finanziarie).

Nel 2014 Belmaggio e Giovani hanno fatto aggiornare la carta storica e in quell’anno la giunta regionale presieduta da Gianni Chiodi l’ha pure approvata.

Fatta la carta storica, serviva la Carta di Localizzazione pericolo valanghe (Clpv) che è poi il documento finale e ufficiale che indica le zone rosse nei periodi invernali, quella che se fosse esistita avrebbe impedito la ristrutturazione dell’hotel Rigopiano o almeno l’apertura nel periodo invernale.

 

Sembra tra l’altro che quando dal 2013 arrivò Giovani si ricominciò a censire dalle zone indicate come prioritarie nel 1997 (e la zona di Rigopiano non c’era).

La ricostruzione dei vari passaggi è stata difficile per i forestali e ancora di più per noi, potendoci basare solo sulle notizie e documenti pubblici (pochissimi in merito) ma ora con l’iscrizione nel registro degli indagati di dirigenti, ex presidente di giunta (Del Turco, Chiodi e D’Alfonso), assesori al ramo la procura di Pescara punta a conoscere le vere motivazioni che hanno generato una inaccettabile lentezza amministrativa (purtroppo la normalità e non l’eccezione) questa volta, forse,  legata alla morte di 29 persone.

 

D’ALFONSO SI SALVA   

Intanto ieri D’Alfonso in conferenza stampa ha parlato diffusamente di Rigopiano, come non aveva mai fatto prima, lanciando messaggi anche ai familiari delle vittime che lo contestano da sempre.

Per quanto riguarda l’aspetto amministrativo per il senatore-presidente tutto ruoterebbe su una errata interpretazione della Procura riguardo la scelta fatta dall’ente: il fatto che la politica abbia deciso di procedere per lotti e non per l’intero non è una scelta che può generare responsabilità penali, dice il governatore.

Per quanto riguarda, invece, l’accelerazione della procedura appena dopo la tragedia del 18 gennaio 2017, D’Alfonso chiarisce che è stata solo casualità perchè  «abbiamo incassato con l’utilizzo di una norma, grazie alla giunta D’Alfonso sulla rottamazione del personale pensionando 300 dipendenti di basse qualifiche e abbiamo ottenuto delle economie rinvenienti pari a circa 12 mln che hanno permesso un supplemento di capienza» .

Una spesa che è stata quantificata a 2 mln di euro per censire 700mila ettari di territorio poi scesa a 1,5mln in seguito al ribasso d’asta.

Nell’utilizzare i risparmi del personale per il capitolo valanghe, forzando il vincolo fatto presente da un dirigente, D’Alfonso si è paragonato a Bertolaso che diceva: «quando devo salvare vite umane non posso preoccuparmi del semaforo rosso».   

 


P.S.
Per inciso Collabora Engineering è la stessa società alla quale la Regione commissionò uno studio sugli edifici pubblici vulnerabili ad un possibile terremoto.

Uno studio costato milioni, redatto nel 2005 e dimenticato.

Uno studio di 4 anni precedente il terremoto devastante de L’Aquila che indicava tutti gli edifici che poi sono crollati, tra cui la Casa dello Studente.

Una storia simile a quella di Rigopiano se vista nell’ottica dell’inerzia che ha provocato strage che, però, non ha interessato minimamente la procura de L’Aquila non ritenendo questo studio un documento fondamentale per indagare responsabili amministrative come sta facendo la procura di Pescara per Rigopiano.

Ad aggravare la vicenda giudiziaria aquilana il fatto che la procura già in quegli anni indagava sulla società ma nessun pm si accorse degli affidamenti diretti irregolari commissionati dalla Regione e poi dimenticati come la Carta valanghe e lo studio di vulnerabilità sismica. Erano i tempi di Del Turco e Quarta quelli nei quali si registrò un flusso di denaro ingente che serviva più a finanziare il socio privato di Collabora Engineering Selex di Finmeccanica a capo della quale c’era l’abruzzese Sabatino Stornelli, che a produrre risultati utili.