SCANDALO INFINITO

Fira, altri 105 mila euro di danni per la Regione. Giudici esortano l’ente: «recuperateli»

Nuova condanna contabile per Marco Picciotti 12 anni dopo lo scandalo

Redazione PdN

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Il grande bluff del danno erariale: 34 mln da incassare ma la Regione Abruzzo non vede un euro

 

 

ABRUZZO. Ancora danni certificati per la Regione Abruzzo dopo lo scandalo Fira, scoppiato 12 anni fa.

 

Nei giorni scorsi la Corte dei Conti ha nuovamente condannato Marco Picciotti, ex braccio destro del presidente della Fira, Giancarlo Masciarelli, per una truffa con i fondi Docup. Come le altre volte, anche questa volta, Picciotti non si è nemmeno costituito in udienza.

A questo girò dovrà restituire alla Regione 105 mila euro, ottenuti per un progetto di sviluppo in realtà mai partito.

E se le sentenze di Picciotti, e non solo lui, continuano ad essere scritte, sempre uguali, e certificano una delle truffe più grandi che l’Abruzzo ricordi,  la cosa più interessante questa volta sembra un’altra.

I giudici della Corte dei Conti, infatti, ricordano nella sentenza che è la Regione Abruzzo a dover chiedere il dovuto.

Si legge infatti nel dispositivo: «quanto alle modalità di riscossione della predetta somma, la Sezione rammenta che la stessa va recuperata dall’amministrazione creditrice, e cioè, dalla Regione Abruzzo».

Insomma è l’ente pubblico a doversi muovere per riavere i soldi (che bella scoperta) e non bisogna di certo aspettare il debitore che di sua spontanea volontà risarcisca.

E sarebbe la stessa Corte dei Conti che potrebbe rilevare un danno erariale per la mancata richiesta ed incasso del dovuto anche se dopo 12 anni dall’inizio dei processi recuperare i soldi  diventa molto difficile e già ai tempi dei processi penali è stata accertata l’insolvenza e molti degli imputati eccellenti già erano nullatenenti…

Picciotti cosa avrà a disposizione dopo tutto questo tempo?

E che farà la Regione?

Si attiverà realmente per recuperare le cifre?

Come avevamo scritto nei mesi scorsi c’è poco da stare tranquilli.

 

 

40 MILIONI IN FUMO

Da una ricerca di PrimaDaNoi.it, stando all’ultima ricognizione effettuata dalla avvocatura regionale al 30 giugno 2017 negli ultimi 10 anni sono state emesse 54 sentenze della Corte dei Conti che indicano la Regione Abruzzo come ente danneggiato e soggetto atto a riscuotere il relativo risarcimento che ammonta a complessivi 34.184.554,47.

A questa somma però vanno aggiunte eventuali spese ed interessi legali da calcolarsi caso per caso che potrebbero far lievitare la somma anche di ulteriori 5-6 milioni, forse di più.

«Da un primo esame», aveva spiegato a PrimaDaNoi.it proprio la Regione, «sia pure campionario sui patrimoni dei condannati  emerge l’incapienza di risorse economiche realmente aggredibili dal che si deduce che le somme accertate non rilevano circa la certezza del recupero dei crediti così come quantificati».

Risultato: circa 40 mln di euro che la Regione deve incassare non li vedrà mai.

 


IL CASO PICCIOTTI

Arriveranno mai a destinazione i 105 mila euro di Picciotti?

 

L’imprenditore all’epoca dei fatti era l’amministratore della società Sangroindustria 2000 s.c.a.r.l. , con sede legale a Bomba, in Contrada Scosse. Oggi l’azienda risulta estinta ed è stata cancellata dal registro delle imprese.

Secondo l’ipotesi accusatoria avallata dai giudici, Picciotti, insieme ad un perito (condannato a risarcire 10 mila euro) «con artifizi e raggiri», avrebbe «deliberatamente percepito finanziamenti pubblici inequivocabilmente gravati da specifico vincolo di scopo, con condotte dolosamente truffaldine preordinate all’illecita captazione e conseguente distrazione di finanziamenti pubblici».

La società, infatti, era stata ammessa al conseguimento di un contributo pubblico di 100 mila euro  per realizzare un’attività per la promozione dello sviluppo di aree geografiche economicamente depresse del territorio, «attraverso la realizzazione di interventi infrastrutturali di natura consortile capaci di incrementare la competitività delle PMI».

Erano state ipotizzate pure «ricadute positive sulla collettività nel suo complesso».

 

 

In realtà la società, hanno accertato i giudici, sulla scorta delle indagini della Guardia di Finanza, era sprovvista dei requisiti necessari per poter accedere al finanziamento pubblico. Poi i soldi «non sono stati destinati alla realizzazione delle specifiche finalità per le quali era stato erogato».

In particolare, alcune delle fatture prodotte dalla Sangroindustria 2000 s.c.a.r.l. non hanno trovato riscontro nella contabilità delle imprese da cui erano state emesse.

La Finanza ha scoperto fatture false emesse in assenza di qualsiasi rapporto economico tra le imprese «ed al solo fine di creare un artifizio contabile, volto a far artatamente figurare una spesa in realtà mai sostenuta e ad eludere i controlli».

 

Insomma, secondo i giudici Picciotti «in qualità di amministratore di fatto si è artatamente servito dello schermo societario quale strumento fittiziamente creato al solo ed esclusivo scopo di captare e malversare il finanziamento pubblico regionale».

 

 

Alessandra Lotti