PAROLE E MORTE

Rigopiano, a Feniello ufficio di D’Alfonso interdetto. Il presidente: «no inciviltà»

Sulla carta valanghe: «si è proceduto per lotti»

Redazione PdN

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Rigopiano, la protesta di Feniello alla festa per il ponte: urla, incursioni e parapiglia

 

 

 

 

 

PESCARA. «Mi deve rispondere sull'avviso di garanzia che ha ricevuto. Che cosa ha fatto il presidente D'Alfonso per salvare queste 29 persone?. La domanda che cerco di fargli da oltre un anno e' sempre la stessa: cosa hai fatto per salvare mio figlio e altre 28 persone?».

 

Sono le parole di Alessio Feniello, papa' di Stefano, una delle 29 vittime della tragedia dell'Hotel Rigopiano, rivolte al presidente della Regione Abruzzo, Luciano D'Alfonso, tra gli indagati nell'inchiesta della Procura di Pescara.

Feniello ha manifestato il suo dolore davanti alla sede pescarese della Regione, dove il governatore abruzzese ha tenuto una conferenza stampa su Rigopiano e sull'assoluzione in appello per la vicenda Mare-Monti.

Feniello non è riuscito a salire nell’ufficio dove si trovava il presidente, fermato dalla vigilanza del palazzo della Regione. Dunque ancora una volta incontro saltato tra i due, come nei mesi scorsi a Montesilvano in occasione di una cena elettorale, o a Pescara, davanti al teatro Massimo dove D’Alfonso stava tenendo la convention finale prima del voto del 4 marzo.

Il quel caso feniello ha denunciato tutti quelli che gli hanno sbarrato l’accesso.

«Il 18 gennaio del 2017 ti sei preoccupato di fare qualcosa con i tuoi sottoposti?», avrebbe voluto chiedere Feniello al governatore. «Hanno solo preso in giro chi telefonava e preso a parolacce chi chiedeva aiuto. Voglio chiedere al presidente della Regione se quel giorno a Rigopiano ci fosse stato suo figlio, cosa avrebbe fatto? Mandava un elicottero, muoveva mezzo Abruzzo, andava lui di persona a recuperare il figlio? Da campano che si e' sposato in questa regione, mi sento meravigliato e deluso dagli abruzzesi».

 

«RICONOSCO GRANDE DOLORE MA NO INCIVILTA’»

Intanto in conferenza stampa D’Alfonso, dopo aver affrontato il caso della sua assoluzione nell’ambito del processo Mare Monti ha parlato anche di Rigopiano.  

«La Regione è stata diligente e io conosco e rispondo della mia legislatura. Sono pronto a ricostruire passo dopo passo, ruolo dopo ruolo. Farò l'impossibile perché emerga tutta la documentazione in possesso della Regione», ha aggiunto D'Alfonso, indagato dalla Procura di Pescara insieme ai due suoi predecessori, Chiodi e Del Turco.

«Poi - ha proseguito D'Alfonso - c'è il lavoro tutto da ricostruire delle singole condotte di ogni livello istituzionale. Ho un grande patrimonio che voglio versare in atti e che spero mi venga chiesto al più presto distintamente dallo spettacolo che a volte si genera in questo tipo di attività».

 

 

NESSUN INCONTRO

E sulla richiesta di incontro da parte dei familiari delle vittime: «Fino ad oggi mi sono tenuto distinto e distante perché conosco e comprendo le reazioni a volte incivili».

Una vicenda rispetto alla quale «il dolore gigantesco dei familiari delle vittime è pienamente compreso da me e non voglio che ci sia strumentalizzazione come rilettura delle parole che dico. Siccome io conosco anche la mia reazione, che puo' diventare incivile, ho voluto evitare l'incontro di due incivilta'. Ma a questo punto io sono pronto. Se si incontrano due dolori danno luogo ad una grande irrazionalita' e io so che sugli spalti ci sono quelli che vogliono assistere allo spettacolo. So anche come si nutre la condotta incivile, ci sono anche articoli che spintonano. Negli anni nei quali ho provato dolore ho studiato molto e - ha proseguito - ho ritrovato i miei appunti in una bellissima giornata di seminario con Gianfranco Miglio. Miglio disse che in un ordinamento democratico la giustizia deve assomigliare ad un cocomero: nessuno deve strattonare, spintonare il cocomero. Si rovina, esce malato il cocomero. La lezione era l'asino di Buridano. Nessuno - ha sottolineato - deve pensare che spintonando si facilita la velocizzazione, noi dobbiamo concorrere con tutti gli elementi. Io voglio che i responsabili paghino, voglio che il vuoto normativo si riempia».

 

LE DUE CONDOTTE

Secondo D’Alfonso rispetto a quel dolore ci vogliono due condotte: «un processo che accerti le responsabilità facendo emergere la verità e poi delle norme capaci di riempire un vuoto rispetto a quello che stiamo patendo rispetto ai familiari delle vittime e rispetto anche a coloro i quali lavorando lì non vengono riconosciuti portatori di diritto, per esempio dall'Inail e dall'ordinamento che vige per l'Inail. Noi dobbiamo fare in modo che le norme diano una risposta chiara ai familiari delle vittime in generale e anche a coloro che stavano lì per ragioni di lavoro».

 

«ESPRIMO PIU’ DELLA SOLIDARIETA’»   

«Non esprimo soltanto solidarieta', di piu', rispetto a chi non doveva perdere la vita li'. Esprimo di piu' della solidarieta'. E non ci deve essere nessun incattivimento nonostante il grande dolore, perche' dobbiamo trovare la maniera di restituire loro tutto quanto e' possibile restituire, a partire da una serenita' familiare che probabilmente e' irritrovabile poiche' il dolore ha tolto la vita a quelle persone. Servono due norme nuove che non c'entrano in questa conferenza e non hanno nessun ruolo rispetto alla mia responsabilita' accertanda, pero', io mi daro' da fare e non diro' mai che mi daro' da fare. Non tollero piu', pero', condotte da incivilta'. La mia pazienza per quanto riguarda la tolleranza si e' esaurita perche' anche io ho vissuto dolore. Mi faro' in quattro - ha affermato D'Alfonso - affinche' questo processo sollecitamente arrivi alla fine, cominciando a contribuire con il mio patrimonio conoscitivo».

 

 

SI POTEVA FARE MEGLIO?

E alla domanda se l'emergenza si poteva gestire meglio: «di questo mi occuperò. Non è un'esatta competenza né del livello politico né del livello regionale. Quando la condizione di difficoltà diventa eccezionalità e diventa pericolo e diventa crisi scattano i ruoli di altri livelli istituzionali per norma nazionale. Però voglio concorrere anche su questo a precisare se quei 20 milioni di tonnellate di neve potevano essere gestiti diversamente. Io adesso rivelo la confidenza del generale Sergio Santamaria che mi disse che si trattava di una vera e propria guerra per la quantità e qualità e per la pervasività della neve e per la pervasività delle situazioni di pericolo. Parliamo di questo se vogliamo fare approfondimento tecnico e all'insegna della verità». E sulla carta valanghe: «È stata fatta la scelta di procedere per lotti e questo mai può incontrare il diritto penale», ha sottolineato D'Alfonso.