LE CONSEGUENZE

Mare-monti, assoluzione in appello per D’Alfonso e Toto senza processo di primo grado

La Corte d’Appello cancella la prescrizione e la sostituisce con l’assoluzione piena

Redazione PdN

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Mare-monti, assoluzione in appello per D’Alfonso e Toto senza processo di primo grado

ABRUZZO. Si può giudicare un imputato senza processo?

Sarebbe facile rispondere di no.

Si può assolvere in appello un imputato prescritto se il processo di primo grado è ancora in corso?

La risposta è sì.

E’ quello che è accaduto ieri al senatore-presidente Luciano D’Alfonso (imputato di falso e truffa) e all’amico di sempre, Carlo Toto,  che hanno incassato l’ennesima assoluzione “per non aver commesso il fatto” (cioè totale estraneità dei fatti contestati) da parte della Corte d’Appello de L’Aquila.

 

Di sicuro leggi e procedure sono state rispettate tutte ma il risultato che si ottiene lascia può lasciare perplessi.

D’Alfonso, giustamente, esulta e per oggi annuncia una conferenza stampa-show: «Dopo quattromila giorni ottengo ragione poiché ho potuto misurare e assistere all'emersione della verità, che si scrive in un solo modo: la totale estraneità da sempre a ogni responsabilità».

Qui le parole chiave sono “emersione” e “verità”.

Nel caso della pluridecennale inchiesta (e qualcuno già dovrebbe spiegare come sia possibile) Mare-Monti non c’è stata alcuna “emersione”, anzi, a voler essere precisi c’è stata una parzialissima “emersione”.

Per quanto riguarda la “verità” anche quella è assolutamente parzialissima e non per preconcetti soggettivi o una antipatia atavica, magari legata agli astri: qui siamo di fronte solo a fatti oggettivi e incontestati.



PROCESSO DI PRIMO GRADO APPENA INIZIATO E IN CORSO

Il primo fatto incontestato è che il processo Mare-Monti di primo grado di Pescara è appena all’inizio ed è ancora in corso, eppure abbiamo già una sentenza d’Appello a L’Aquila.  

A Pescara si sono svolte tre udienze, il che corrisponde a spanne ad un 20% di tutto il processo.

Sono stati ascoltati pochissimi testimoni e nessuno (nè contro, nè a favore) sui capi di imputazione del presidente-senatore perchè nel frattempo è intervenuta la prescrizione che il collegio giudicante ha sentenziato

Dunque, non luogo a procedere per intervenuta prescrizione ad aprile 2017.

Il fatto è che tra gli  imputati ci sono anche società che, per una legge precisa, dovranno comunque essere giudicate non essendo prevista per loro alcuna prescrizione (tra le società c’è la Toto spa).

La vicenda contestata è quella della strada non costruita che parte da Penne e che sarebbe stata appaltata alla Toto spa con l’interferenza di tangenti e corruzioni e orchestrazioni della politica.

Per le società il processo continua regolarmente, tanto che saranno ascoltati tutti i testi originariamente iscritti, tra cui anche l’unico accusatore di sempre di D’Alfonso, Giuseppe Cantagallo, tecnico che disse nel 2008 di aver partecipato ad una riunione nel 2001 nella quale si parlava di appalto già vinto da Toto prima della gara. 

Cantagallo nel dibattimento arriverà solo a settembre 2018 (un anno dopo la sua prima convocazione) e nel frattempo la procura lo ha accusato pure di aver tentato una estorsione ai danni proprio di D’Alfonso... ma questa è solo una delle tante incredibili storie connesse. 

Dunque il testimone chiave per D’Alfonso non ha fatto in tempo a deporre.

Come se nel processo Sanitopoli non fosse stato sentito Vincenzo Angelini...  

 

LA PROCURA CHIEDE L’ASSOLUZIONE, IL GIUDICE LA CONCEDE

Con la sentenza di primo grado di non luogo a procedere per prescrizione, arrivata dopo tre udienze (e 12 anni dalle indagini), D’Alfonso, assistito dall'impareggiabile Giuliano Milia, va alla Corte d’Appello e impugna la prescrizione.

«Voglio l’assoluzione piena», chiede.

E ieri, in una udienza veloce, il procuratore Paolella (l’accusa) chiede l’assoluzione ed il giudice l’accoglie e sentenzia: assoluzione sia.

Del resto dentro il faldone processuale c’era molto poco, il poco “emerso “ in tre udienze, praticamente un prologo, e non trovando nessun cenno di prove, nè testimonianze contro il neosenatore-presidente il giudice di appello ha avuto gioco facile nel correggere i colleghi di Pescara.    



D’ALFONSO-PENATI: GEMELLI DIVERSI

Un caso simile accadde nel 2014 quando il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, accusato di corruzione e concussione, nonostante avesse dichiarato alla stampa in tutti i tempi di voler rinunciare alla prescrizione, non lo fece mai nel processo. Come per D’Alfonso si beccò la sentenza di prescrizione e la impugnò ricorrendo però in Cassazione ma gli andò male e dovette accettare la prescrizione.



RINUNCIA A SATANA?

E D’Alfonso oggi ribadisce il concetto più volte espresso: «un’assoluzione decisa dietro mia richiesta di rinuncia alla prescrizione».

E qui la parola chiave è «rinuncia alla prescrizione».

Una decisione annunciata varie volte e sempre con la stessa formula, come Penati.

Il punto è che non c’è stata alcuna «rinuncia alla prescrizione» come prescrive il codice, per cui  potrebbe sembrare solo un uso improprio di terminologia del politico ma a quanto pare la cosa è sfuggita anche a tutti i magistrati chiamati a decidere.

Secondo la legge la «rinuncia alla prescrizione» deve essere espressa nel dibattimento a tal punto che  l’avvocato ha bisogno di una procura speciale per farla al posto del cliente.

Di norma quando la prescrizioni interviene durante il dibattimento il giudice lo fa presente e chiede agli imputati: «rinunciate alla prescrizione?»  

Un pò come accade per gli esorcismi dove non si dà nulla per scontato e si chiede all’indemoniato “rinunci a satana?”.

Cosa successa di recente, per esempio, per l’altro ex presidente di Regione, Gianni Chiodi, sotto processo per i tetti di spesa alle cliniche: il giudice annuncia che ad agosto interverrà la prescrizione e gli avvocati hanno chiarito che nessuno vi rinuncerà.

Ma durante il processo Mare-Monti il giudice Rossana Villani non ha mai chiesto agli imputati (assenti e presenti) se avessero volontà di rinunciare alla prescrizione. Nessuno ha detto nulla.

La domanda non è secondaria perchè normalmente decreta la morte del processo o la sua prosecuzione.

Perchè va da sè che chi si alza in aula e rinuncia alla prescrizione poi deve sorbirsi il processo fino alla fine per poi essere giudicato.      

Nel processo Mare-Monti nè D’Alfonso (assente) nè il suo avvocato hanno espresso volontà al riguardo.




PARADOSSI LOGICO-GIURIDICI

Dunque prescrizione in primo grado per il trascorrere del tempo e la mancata rinuncia espressa  in aula.

E’ anche chiaro che dopo tre udienze e con oltre 10 testimoni ancora da ascoltare il giudice tecnicamente non poteva emettere sentenza nel merito: grazie a dio non poteva condannare ma nemmeno assolvere (per quello è bastato fare appello).

Ora se leggi e procedure sono state tutte rispettate allora c’è qualcosa di aberrante nel sistema e gli esempi sono fin troppo facili.

C'è una verità giudiziaria ma non c'è un processo celebrato dall'inizio alla fine eppure abbiamo lo stesso una sentenza nel merito.

Stranuccio.

Ma facciamo un esempio per capire meglio.

Ipotizziamo che D’Alfonso e tutti gli altri odierni indagati per la strage dell’hotel Rigopiano vengano rinviati a giudizio ma che (per ipotesi) la prescrizione scatti alla prima udienza del processo senza ascoltare un solo testimone nè produrre una sola carta: tutti prescritti.

Facendo appello arriva l’assoluzione nel merito per tutti: nè D’Alfonso, nè tutti gli altri c’entrano qualcosa con la strage.

Assolutamente estranei ad ogni accusa e senza la celebrazione del processo.

Possibilissimo: è successo proprio ieri.   



UNA FAMIGLIA SPACCATA

Ma questi  esempi non bastano allora eccone un altro. A fare appello sono stati anche Paolo e Alfonso Toto in qualità di amministratori della società. Per loro i giudici hanno detto no alla assoluzione e confermato la prescrizione.

Significa che i testimoni ascoltati sulle loro imputazioni sono risultati credibili e che sono stati solo sfortunati: se quei testimoni avessero deposto per ultimi anche loro sarebbero stati assolti.

Che sfortuna.

Tra l’altro la mancata assoluzione per i due amministratori dovrebbe equivalere ad una indicazione di condanna per le loro società nel giudizio di primo grado, condanna che può renderle inabili a contrarre con la pubblica amministrazione.

Insomma il presidente-senatore nel momento in cui forza le norme sulla sua incompatibilità viene assolto pienamente in appello senza aver subito il processo di primo grado.

Una vicenda che fa persino rimpiangere quelle passate che hanno coinvolto il D’Alfonso-sempre-assolto (e qualche volta prescritto): una su tutte la storica sentenza Housework che vide sconfessare tutti quanti gli oltre 40 capi di imputazione contestati dalla procura di Pescara che riperse clamorosamente pure in appello.

Una cosa così (senza peraltro conseguenze per nessun magistrato) non si era mai vista.

Ma almeno quella volta il processo si fece tutto fino in fondo….

E ci fu pure un appello che in questo caso non ci sarà dal momento che l’accusa ha chiesto l’assoluzione…

Meglio di così non poteva andare.


a.b.