LA SVOLTA

Rigopiano, accuse di omicidio per inerzia: dentro anche Del Turco, Chiodi e D’Alfonso

Indagati anche assessori alla protezione civile e dirigenti regionali

Redazione PdN

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Rigopiano, accuse di omicidio per inerzia: dentro anche Del Turco, Chiodi e D’Alfonso

 

ABRUZZO. Legge non attuata e inerzia pluridecennale che è stata una concausa del disastro.

Per queste ragioni la procura di Pescara ha iscritto nel registro degli indagati amministratori di tre giunte regionali, presidenti e assessori con delega alla protezione civile.

C’è l'attuale presidente della Regione Abruzzo, Luciano D'Alfonso, e gli ex presidenti Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi.

Il reato ipotizzato per loro è omicidio, lesioni e disastro colposo per la tragedia dell'hotel Rigopiano dove, nel gennaio 2017, morirono 29 persone.

I carabinieri forestali a loro e ad altri indagati stanno notificando l'identificazione e l'elezione di domicilio.

Questo ulteriore sviluppo delle indagini ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati dei vertici politici regionali e degli assessori con le deleghe alla protezione civile dalla Giunta Del Turco in poi, ossia dal 2007 ad oggi, cioè Tommmaso Ginoble, Daniela Stati, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca.

Insieme a loro, per le vicende che riguardano la mancata realizzazione della Carta Valanghe ci sono anche funzionari regionali:

Silvio Liberatore, dirigente regionale del servizio Emergenza di Protezione civile e responsabile della Sala operativa regionale, e Antonio Iovino, dirigente responsabile del servizio Programmazione Attivita' di Protezione civile della Regione Abruzzo

 

I primi ad essere iscritti nel registro degli indagati, tre mesi dopo la tragedia, sono stati il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, il tecnico comunale Enrico Colangeli, Bruno Di Tommaso, gestore dell'albergo e amministratore e legale responsabile della societa' "Gran Sasso Resort & SPA", Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio, rispettivamente dirigente e responsabile del servizio di viabilita' della Provincia di Pescara.

Il 23 novembre scorso a questi nomi si sono aggiunti quelli di altre 17 persone: Francesco Provolo, ex prefetto di Pescara; Leonardo Bianco e Ida De Cesaris, rispettivamente ex capo di gabinetto e dirigente della Prefettura del capoluogo adriatico; Pierluigi Caputi, direttore dei Lavori pubblici fino al 2014, Carlo Giovani, dirigente della Protezione civile, Sabatino Belmaggio, responsabile del rischio valanghe fino al 2016, Vittorio Di Biase direttore Dipartimento opere pubbliche fino al 2015 e Emidio Rocco Primavera, direttore del Dipartimento opere pubbliche; Giulio Honorati, comandante della Polizia provinciale di Pescara e Tino Chiappino, tecnico reperibile secondo il piano di reperibilita' provinciale. E ancora: gli ex sindaci di Farindola Massimiliano Giancaterino e Antonio De Vico; il tecnico geologo, Luciano Sbaraglia; Marco Paolo Del Rosso, l'imprenditore che chiese l'autorizzazione a costruire l'albergo; Antonio Sorgi, direttore della Direzione parchi territorio ambiente della Regione Abruzzo; Giuseppe Gatto redattore della relazione tecnica allegata alla richiesta della Gran Sasso spa di intervenire su tettoie e verande dell'hotel; Andrea Marrone, consulente incaricato da Di Tommaso per adempiere le prescrizioni in materia di prevenzione infortuni. Successivamente, e' stata iscritta nel registro degli indagati la funzionaria della Prefettura di Pescara, Daniela Acquaviva.

 I reati ipotizzati dal procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, vanno, a vario titolo, dal crollo di costruzioni o altri disastri colposi, all'omicidio e lesioni colpose, all'abuso d'ufficio e al falso ideologico, alla rimozione o omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.



RESPONSABILITA' IN CODA

Da settimane era attesa una svolta del genere alle indagini, cioè dopo che il procuratore capo Massimiliano Serpi ha ricevuto sulla sua scrivania i vari rapporti della Forestale più ulteriori esposti che hanno portato a varie altre verifiche.

Quello della mancata attuazione della Carta valanghe è uno dei punti centrali che riguardano la tragedia di Rigopiano perchè per oltre 25 anni la norma obbligatoria è rimasta inattuata generando una inerzia motivata, tra l’altro, anche ufficialmente, con la mancanza di fondi adeguati (salvo poi -dopo la strage- trovare fondi, dare una accelerata e vietare nuove costruzioni).

L’adozione della Carta Valanghe avrebbe impedito probabilmente la ristrutturazione dell’albergo e di sicuro avrebbe impedito l’apertura ai clienti d’inverno. In sostanza avrebbe evitato la strage.

Da quello che si è appreso in realtà già subito dopo la sua entrata in vigore, nel 1992, la giunta regionale abruzzese si mosse e delegò gli uffici; buona parte degli studi vennero avviati ed il percorso burocratico venne avviato anche se ebbe diversi intoppi.

Gli ultimi adempimenti sarebbero stati fatti intorno al 2006 quando il tutto si arenò proprio durante l’amministrazione Del Turco.

Tra gli iscritti nel registro degli indagati ci sono anche diversi dirigenti degli uffici competenti.

 


SCELTA INVESTIGATIVA COERENTE E PRECISA

Si tratta, però, di una scelta investigativa precisa e sulla linea già applicata dalla procura con la discovery degli atti ancor prima della chiusura delle indagini per dar modo agli indagati di conoscere gli atti e poter rispondere alle accuse e fornire ulteriori prove.

Ora toccherà ad i nuovi indagati essere interrogati e ricostruire le motivazioni che hanno portato alla mancata attuazione della Carta valanghe.   

Le varie responsabilità -frazionate e parziali- in capo ad ognuno di loro dovranno essere vagliate ad una ad una ed è probabile che per alcuni degli indagati sarà la stessa procura a chiedere il proscioglimento.

Ma solo dopo tutti gli approfondimenti del caso.

L’idea è quella di ricostruire la verità anche con l’apporto di chi oggi è accusato.

 

a.b.