AZIONI E REAZIONI

Analisi di una sconfitta: i soliti errori del solito D’Alfonso

Certificata la prima sconfitta elettorale del politico abruzzese più “carismatico” dopo 30 anni

Redazione PdN

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Analisi di una sconfitta: i soliti errori del solito D’Alfonso


ABRUZZO. E’ arrivata la prima sconfitta elettorale per Luciano D’Alfonso, sonora e netta, ma la sua bocciatura si è trasformata comunque in un seggio in Senato.


Gli elettori hanno preferito il M5s, poi il centrodestra ed infine il Pd che ha subito un tracollo drammatico con percentuali da guinness come nel caso di Vasto con lo 0,46%, caso eclatante se si considera che l’amministrazione è quella del Pd di Francesco Menna sponsorizzato e lanciato dall’assessore Silvio Paolucci…

Colpa forse di un Pd che ha dimostrato di essere poco “partito” e ancor meno “democratico”, se è vero che in moltissimi -dal di dentro- hanno contestato il partito-persona sul modello di Forza Italia.

Un risultato elettorale che deve però essere, per forza, la diretta conseguenza dell’azione di governo regionale dalfonsiano: un governo, libero, pieno, senza intralci (nemmeno giudiziari…) dunque senza scuse o alibi.

Il risultato abruzzese si discosta sensibilmente da quello nazionale (-5%) e del resto se gli abruzzesi avessero premiato l’amministrazione D’Alfonso, il Pd ed i suoi candidati avrebbe ottenuto un risultato opposto a quello generale (citofonare Zingaretti...).  

Ecco allora che in Abruzzo D’Alfonso, più che il Pd, ha compiuto errori, probabilmente di impostazione e/o culturali, i quali raccontano bene l’idea di politica dalla quale si parte e anche l’idea che si ha dei cittadini da amministrare.


LA PIOGGIA DI MILIARDI NON PAGA

Ma perchè questa totale debacle dopo 4 anni di governo fatta di pioggia di miliardi di finanziamenti, promesse a centinaia e appalti in fieri in ogni dove?

Le ragioni sono tante e profonde: io posso dire di aver registrato in questi anni di ‘osservazione forzata’ e costante del ‘fenomeno’ un progressivo scollamento con quei  cittadini che, con entusiasmo travolgente, avevano rieletto il D’Alfonso strappato alla politica da una magistratura “cattiva” e “visionaria”. La stessa magistratura che, in tempi record e saltando schemi e consuetudini, gli ha riconsegnato dignità e passato intatti, anzi, nuovi di zecca, per ricominciare una nuova fase politica (che però non ha saputo intraprendere ed interpretare).

Progressivamente e per ragioni che non saprei spiegare è salito il malcontento verso l’uomo ed il politico: la solidarietà e la fiducia ha lasciato il posto alla contestazione, anche spietata, e a tratti all’odio virato social. Una contestazione che è cresciuta e le cui profonde ragioni andrebbero scandagliate e conosciute.

Di sicuro la prima cosa che un uomo ed un politico dovrebbe imparare è: “non si fanno promesse che non si possono mantenere” e non serve tentare di raccontarne un’altra e un’altra ancora per far dimenticare le precedenti...


DALL’ARRESTO UN NUOVO IMPULSO

Solo oggi possiamo confermare che l’arresto del 15 dicembre 2008 (il giorno delle elezioni regionali che fecero vincere il centrodestra in seguito ai cataclismi giudiziari di quell’anno) strappò D’Alfonso, alla fine del suo secondo mandato da sindaco, da una possibile bocciatura elettorale. Questo perchè -ripeto- il suo modo di amministrare è sempre stato uguale e nel 2008 il malcontento già prevaleva sul consenso ottenuto per il secondo mandato da sindaco. Già allora c’erano stati strappi e forzature e sospetti e dubbi iniziavano a prevalere. Solo poi scoppiò il bubbone giudiziario.

La sensazione che aveva anche allora la gente è che D’Alfonso governasse più per sè che per la gente nel senso della continua ricerca di sè e dell’autoglorificazione nel tentativo di convincere anche gli altri e nel frattempo aumentare il proprio potere non il suo gradimento popolare.

Alla fine dei suoi governi D’Alfonso ha sempre perso voti, non dall’elite, dagli imprenditori o da certe lobbies, ma quelli della gente comune che si sente puntualmente delusa.


LA CORSA SENZA PARI VERSO LA REGIONE

Dico questo perchè ricordo bene un anno prima delle regionali 2014 come si avvertiva la netta vittoria di D’Alfonso, perchè la gente lo voleva, perchè era una “vittima” pronta a riscattarsi, perchè era capace, era un incantatore  e perchè doveva concludere quello che aveva lasciato in sospeso.

E così è stato, interpretando alla lettera un filo immaginario che ha portato D’Alfonso fin dal primo giorno di governo regionale a proseguire le cose lasciate (solo per fare un esempio ponte Flaiano, porto di Pescara, nuova sede della Regione a Pescara, area di risulta…).

Tutto  nello stesso modo e con lo stesso passo e impronta.


Erano passati anni ma non si è avvertito alcun upgrade del sistema operativo nel D’Alfonso- pensiero, se si toglie l’apparenza dello smodato utilizzo della pagina Facebook,  fumo negli occhi per i semplici che credono che quella sia trasparenza e verità.



LE COCCOLE AI PRIVATI

Alla luce di quattro anni di amministrazione senza inciampi possiamo, allora, asserire che non serve lavorare 16 ore al giorno se si continuano a fare solo coccole ai privati della sanità, non serve incontrare migliaia di persone se non le si ascolta veramente e ci si schiera con il popolo sceso in piazza per l’acqua del Gran Sasso o se non si spendono parole per chi chiede verità per Rigopiano.

Non serve dirsi democratico a parole se poi si sfugge alle domande e non si fa chiarezza sui mille rivoli occulti di Bussi.

Non si può credere di raccontare di voler salvaguardare il «mare blu da ombrina di ferro»  e poi schierarsi contro il referendum.

Non si può continuare a raccontare di voler migliorare la sanità e costruire 7 ospedali nuovi (a tutti i costi e pronti magari tra 10 anni) e aver già tagliato reparti, servizi e nosocomi per risparmiare.

Non serve far scendere una pioggia di milioni e di appalti per opere che la gente contrasta o non reputa utili, non serve promettere se non si può mantenere,  non serve spendersi per l’Abruzzo se non si mettono in lista le priorità vere.

La propaganda, abbiamo visto, non paga dentro l’urna.


 

LA REGIONE VELOCE?

Abbiamo capito che l’ostinazione alla velocità e al perseguire obiettivi preordinati, sempre e comunque senza mai cambiare idea o mostrare sensibilità per farlo,  diverge dalla democrazia e dalla amministrazione nell’interesse di tutti.


Oggi sappiamo che nemmeno «l’immunità giudiziaria»  che D’Alfonso si è creato (che ha confermato più volte) serve a creare consenso, così come certe teorie del diritto sulla necessità della «rottura delle leggi»  che oggi stonano di più se messe in bocca ad un senatore della Repubblica chiamato a farle quelle leggi.



IL BIVIO MANCATO

Eppure c’è stato un momento in cui ho creduto che il futuro della regione Abruzzo e di D’Alfonso potessero davvero essere diversi.

Era maggio 2014 e fantasticando sulle strategie che lo scaltro politico poteva mettere in campo per consolidare un potere di lunga durata, ho pensato che l’unica strada fosse quella di continuare nel solco della “vittima della giustizia”, di chi onesto fino al midollo aveva pagato ingiustamente.

C’era un unico modo per farlo: abbandonare le vecchie logiche e strategie, abbandonare promesse e rapporti privilegiati, emanciparsi da amici facoltosi e interessati per diventare davvero trasparente ed incarnare i bisogni della gente tutta e non solo dei suoi elettori. Schierarsi dalla parte della verità per risolvere i guasti che avrebbe inevitabilmente trovato in Regione: denunciandoli e risolvendoli. Rompere con il passato e inaugurare nuove strategie amministrative.

Gli abruzzesi avrebbero capito all’istante la crescita dell’uomo e del politico dopo la devastante esperienza giudiziaria e sarebbero stati loro stessi la guida e la bussola del suo governo.  Lui si sarebbe dovuto limitare semplicemente ad interpretare i bisogni della sua gente e così la sua amministrazione sarebbe stata la migliore di sempre.

Avrebbe potuto.

Altro che grillini…

Non ce ne sarebbe stato per nessuno: il suo sapere, la sua perizia giuridica e amministrativa, le sue relazioni istituzionali, la sua instancabile voglia di lavorare avrebbero blindato l’amministratore del popolo e gli avrebbero regalato la sicura rielezione da record alla Regione.

Non è andata così perchè si è scelto diversamente.

 


In un Paese così sbagliato e sottosopra che sembra fatto apposta per mettere alla prova il suo popolo, la politica illuminata e saggia ha varato una legge elettorale che è un vero e proprio atto eversivo contro la nazione che permette a chi vince di non governare e chi perde di essere eletto.

Una legge che naturalmente ha garantito seggi ai suoi autori ed ai responsabili morali e politici.

Nocivi da sempre e da oggi anche bocciati dal popolo (anche se non è bastato).



Alessandro Biancardi