CORRUZIONE GIUDIZIARIA

Giudici e pm arrestati. L’allarme di Legnini: «la magistratura reagisca alle toghe corrotte»

Per responsabilità di pochi si compromette fiducia dei cittadini

Redazione PdN

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Giudici e pm arrestati. L’allarme di Legnini: «la magistratura reagisca alle toghe corrotte»

 

 

 

 

ROMA. «Cinque magistrati detenuti e due interdetti per fatti di corruzione», preoccupano il vice presidente del Csm, Giovanni Legnini, che ritiene indispensabile «una forte reazione di tutta la magistratura», come dice in un'intervista a Repubblica.

 

Già, perché dopo il caso Bellomo, sul Consiglio di Stato si abbatte l'inchiesta sui giudici corrotti. La reazione è di "stupore" anche perché uno dei protagonisti, Riccardo Virgilio, aveva fama di "duro".

Gli investigatori ne hanno individuate 18, tra sentenze, ordinanze e decreti del Consiglio di Stato: sarebbero state tutte aggiustate in modo da produrre «esiti favorevoli» per le società che, direttamente o indirettamente, erano rappresentate in giudizio da quegli stessi avvocati che figuravano essere dietro alla società maltese nella quale il giudice ha investito 750mila euro, provenienti da un conto Svizzero e mai dichiarati al fisco.

Per l'ex presidente della IV sezione del Consiglio di Stato Riccardo Virgilio, indagato per corruzione in atti giudiziari in concorso con i due avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, non è scattato alcun provvedimento restrittivo poiché è in pensione dal 1 gennaio 2016.

Dunque, dice il giudice, «non sussiste il pericolo che possa reiterare il reato» e «non sono emersi elementi concreti per ritenere che possa continuare ad esercitare la sua influenza su altri Consiglieri di Stato».

Ma la gravità dei fatti che gli viene contestata è sintetizzata dalle parole dei pm, il procuratore aggiunto Paolo Ielo e i sostituti Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini: ci sono sentenze «aggiustate» almeno per 400 milioni.

 

«ANCHE SOLO UN ARRESTO CREA SCONCERTO»

«I magistrati sono circa 9mila e l'ordine giudiziario nel suo complesso è sano», ha ribadito il vice presidente del Csm, legnini, ma «l'arresto anche di uno solo di loro non può che destare preoccupazione e sconcerto perché quella del giudice non è certo una professione qualsiasi. Quindi sì, per la funzione della magistratura, sette misure come queste, di cui ben 4 negli ultimi due mesi, sono tante» e «suscitano due sentimenti tra loro contrastanti: il timore che per responsabilità di pochi si possa compromettere la fiducia dei cittadini nei confronti dell'intero ordine giudiziario», ma anche «la soddisfazione per la capacità della stessa magistratura di accertare reati anche a carico di magistrati».

Legnini chiama in causa la magistratura associata: «le correnti dovrebbero sprigionare tutta la loro forza di orientamento nei confronti dei loro associati».

 Parlando dell'indagine sulle sentenze pilotate, di cui si è avuto notizie ieri, sottolinea che «se i fatti saranno confermati, il sistema emerso desta gravissime preoccupazioni. Sulle anomalie che si manifestavano da tempo alla procura di Siracusa siamo già intervenuti, pur non potendo conoscere gli episodi di corruzione. La prima commissione a maggio 2017 è andata a Siracusa, tant'è che dopo lo stesso Longo, per l'incompatibilità ambientale e funzionale, ha chiesto di essere trasferito e ciò è stato subito disposto. Longo poi a novembre è stato condannato in sede disciplinare».

 


LA 'RETE' NEGLI ATTI DELL'INCHIESTA

L'ordinanza del gip di Roma documenta i rapporti di Virgilio con i due avvocati. Centrale il finanziamento da 752mila euro che nel dicembre 2014 sottoscrive per una società maltese riconducibile ad Amara e Calafiore: la somma parte da un suo conto svizzero.

L'investimento garantisce un interesse netto del 2% annuo e rende «più difficile» essere beccati dal fisco; e proprio nell'arco temporale in cui viene perfezionato, escono le sentenze finite nel mirino dei pm.

Ma i tre come entrano in contatto? Amara dice di aver conosciuto Virgilio nell'ottobre, novembre 2014 quando glielo presentò Antonino Serrao, direttore generale al Consiglio di Stato.

Quest'ultimo, sentito, ha confermato.

Tra le esperienze pregresse di Virgilio c'è anche quella, negli anni '90, di direttore del Secit, gli allora 007 del fisco al Ministero delle Finanze. Dalle carte dell'inchiesta emergono altri consiglieri di Stato, come Nicola Russo. «Anch'egli indagato nel presente procedimento», scrive il gip, nel marzo 2014 stende una delle sentenze chiave a favore di Ciclat, difesa da Amara. Ma proprio Amara difende Russo in due procedimenti che lo hanno visto indagato: uno per rivelazione di segreto d'ufficio e uno per sfruttamento della prostituzione. Fatti per i quali Russo è stato sospeso dal Consiglio di Stato. C'è poi Raffaele De Lipsis: Amara e il suo uomo di fiducia Alessandro Ferraro informano lui e l'ex giudice della Corte dei conti Luigi Caruso che sono intercettati.

 

15 ARRESTI IN TOTALE

Quindici gli arresti, tra carcere e domiciliari: e in cella è finito anche il pm Giancarlo Longo che sarà interrogato dal gip nel carcere di Poggioreale. Secondo l'accusa, che gli contesta il falso, la corruzione e l'associazione a delinquere, in cambio di soldi avrebbe pilotato procedimenti penali in favore dei clienti di riguardo di due legali siracusani: Piero Amara, anche lui arrestato, avvocato dell'Eni, e Giuseppe Calafiore, socio di Amara riuscito a sfuggire alla cattura e latitante a Dubai.

I favori del pm, ora trasferito al tribunale di Napoli, sarebbero stati ricompensati con 88mila euro e vacanze di lusso negli Emirati e in un hotel a 5 stelle di Caserta.



PM SI DIFENDE: «CONTRO DI ME UN COMPLOTTO DEI COLLEGHI»

Sospettando da tempo di essere finito nel mirino degli inquirenti tanto da aver dato la caccia alle microspie, che l'hanno puntualmente ripreso, Longo ha depositato nelle scorse settimane una memoria difensiva in cui accusa gli otto ex colleghi pm di aver ordito un complotto tutto per danneggiarlo.

«Abbiamo dimostrato attraverso una consulenza che però non è stata tenuta in considerazione dalla Procura di Messina - dice il suo legale - che i soldi depositati sul suo conto erano regali dei suoceri. Bastava confrontare i movimenti bancari da loro fatti».

Una difesa a cui il gip non ha creduto e che sarebbe confutata dai prelievi fatti da Calafiore e da un altro personaggio coinvolto, Fabrizio Centofanti. Le somme ritirate corrisponderebbero a quelle versate sui suoi conti dall'ex pm.



IL CASO ENI

Dall'inchiesta, che si intreccia con una indagine della Procura di Roma su alcuni personaggi comuni e che ha accertato una serie di sentenze pilotare al Consiglio di Stato, emerge intanto una lunghissima serie di procedimenti "pilotati" da Longo. Dal caso Eni, in cui l'ex pm avrebbe avrebbe contribuito a creare una sorta di falso complotto per depistare l'indagine milanese su una corruzione internazionale a carico dell'ad De Scalzi, ai fascicoli sugli imprenditori Frontino, clienti e vicini all'avvocato Calafiore.

Per "proteggerli" Longo avrebbe estromesso la polizia giudiziaria e incaricato consulenti compiacenti, come l'ingegnere Mauro Verace, anche lui indagato, in modo da avere relazioni tecniche favorevoli ai Frontino coinvolti in diversi procedimenti. E ancora avrebbe cercato di costruire un castello accusatorio contro dirigenti comunali che, in una causa degli imprenditori contro il Comune di Siracusa per un risarcimento del danno da ritardata concessione edilizia, avevano dato torto alla loro società. In alcuni casi poi avrebbe aperto fascicoli ad hoc per farvi confluire false consulenze che avrebbero poi scagionato i Frontino: come nel caso di un fascicolo avviato contestualmente a un accertamento fiscale aperto sugli imprenditori dall'Agenzia delle Entrate. Una gestione a dir poco personalistica della giustizia che, dicono gli inquirenti, veniva riservata, tra gli altri, anche all'impresa Cisma coinvolta in una inchiesta su reati ambientali.

 

AMARA E’ IL REGISTA OCCULTO?

Piero Amara, 48 anni, arrestato per corruzione, falso e associazione a delinquere, è un avvocato siracusano che ha svolto attività legale anche per l'Eni. Ritenuto molto vicino all'ex procuratore Ugo Rossi e all'ex pm Maurizio Musco, entrambi condannati per abuso d'ufficio, nel 2009 è stato condannato (pena sospesa) per accesso illecito al sistema informativo della Procura di Catania. Due anni fa finì sotto inchiesta a Cassino in una indagine su presunti aggiustamenti in cambio di soldi di una perizia ambientale sulla raffineria di Gela. L'indagine è stata archiviata. Fu indagato a Siracusa, insieme al suo collaboratore Alessandro Ferraro, oggi arrestato, in uno stralcio dell'inchiesta su Musco e Rossi. E nell'aprile 2017 dalla Procura di Roma per l'ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a false fatture. Dagli accertamenti venne fuori che Amara era socio di un ex magistrato del Consiglio di Stato in una società maltese che si occupava di start-up. Dall'inchiesta che oggi ha portato al suo arresto è emerso che Amara, insieme al socio Giuseppe Calafiore e al pm Giancarlo Longo, e grazie alla complicità di una serie di consulenti tecnici, avrebbe condizionato l'esito dei procedimenti penali aperti dalla Procura di Siracusa su alcuni suoi clienti.