TERRA BRUCIATA

Studi, movimenti e associazioni: «Nessuna deroga, nessun rimboschimento»

Assemblee a Sulmona e Pescara. Ecco cosa dice il botanico

Redazione PdN

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Studi, movimenti e associazioni: «Nessuna deroga, nessun rimboschimento»

ABRUZZO. Il fronte del fuoco sembra destinato a spegnersi definitivamente anche se ancora ieri, 8 settembre, i canadair erano impegnati su più focolai nelle zone interne tra Roccacasale e il Morrone.

Sul fronte politico, invece, si profila uno scontro duro tra chi vuole a tutti i costi il rimboschimento e lo voleva quando le fiamme bruciavano da pochissime ore e chi si sta facendo una cultura sulle teorie del rimboschimento e non vuole agevolare nessun dubbio o retropensiero nè tantomeno fare scelte azzardate e dannose.

Tra i comuni colpiti dalle fiamme c’è anche chi si sta muovendo interpellando studiosi per apprendere le conoscenze fondamentali e stabilire se vi siano le condizioni per operare un rimboschimento o se sia una spesa da non fare persino per ragioni precise e ambientali.

Il fronte ambientalista si muove ma pare frastagliato da una serie di iniziative più virtuali che reali dietro le quali si possono nascondere anche giochi politici reconditi e meno chiari.

Ad uscire ufficialmente allo scoperto e nel mondo reale è il Collettivo AltreMenti Valle Peligna che esprime la sua netta contrarietà.


«Ci appare evidente, infatti», spiega il collettivo, «che avviare processi di rimboschimento anticipato crei occasione, per grandi aziende private, di mettere le mani sulla nostra montagna e lucrare sulla nostra tragedia, e costituisca di fatto un  precedente inquietante, un “circolo vizioso” appetibile anche per la criminalità organizzata, in un momento peraltro in cui le indagini sono in corso per individuare, speriamo presto, i responsabili di un simile scempio».

Si dicono invece favorevoli a una gestione partecipata, condivisa e dal basso della fase post emergenziale e della messa in sicurezza delle frazioni pedemontane di Sulmona e del paese di Roccacasale.

Il collettivo si augura maggiore partecipazione e percorsi amministrativi condivisi e ricordano come «i cittadini della Valle Peligna, in questa situazione emergenziale, son riusciti a dar prova di unione e amore per il proprio territorio, sebbene la stessa prova non sia venuta dalle Istituzioni. Per accompagnare la gestione condivisa,  proponiamo una serie di iniziative di formazione sul bosco, affinché tutta la cittadinanza acquisisca le conoscenze necessarie per dare un contributo fattivo alla fase post- incendio.  Siamo stati tutti colpiti dalla tragedia del nostro Morrone in fiamme, ma, forti anche dell'esperienza acquisita sul campo come volontari, siamo convinti che la fase che si va aprendo va gestita con lucidità, razionalità e preparazione, senza cedere alle lusinghe di un rimboschimento anticipato o alle promesse di possibili posti di lavoro».

«La montagna, la nostra montagna, è un bene comune e pertanto va tutelato e salvaguardato da chi vuole speculare con soldi pubblici: lasciamo al Morrone fare il suo corso naturale di ripresa, lasciamo che la natura usi la sua resilienza per ricostruire, e meglio, ciò che l’uomo ha distrutto».

Appuntamenti per discutere in assemblea martedì 12 settembre alle ore 17:30 in Piazza XX Settembre a Sulmona, «autoconvocata dal basso per avviare e definire le modalità di gestione della fase post emergenza incendio».

Il giorno dopo appuntamento a Pescara.




NUOVO SENSO CIVICO: «PROFONDA INQUIETUDINE CHE SI RINNOVA»  


Nuovo senso civico, l’associazione tra le prime a parlare di rischio incendio elevato in Abruzzo già a giugno parla di una «rinnovata inquietudine dell’opinione pubblica circa l’operato dei criminali e delle istituzioni».

L’associazione ricorda che ormai non ci sono più dubbi circa la matrice dolosa degli incendi e che il tutto si è sviluppato all’interno dell’area del Parco Nazionale e che proprio per questo non essendoci possibilità edificatorie bisogna ricondurre ad altro le ragioni dei gesti delittuosi.

«A nostro modo di vedere, potrebbe delinearsi il profilo di un progetto di incendio doloso che avrebbe lo scopo di agguantare la pioggia di euro che lo Stato potrebbe elargire per il rimboschimento», scrive in una nota Nuovo Senso Civico spiegando la loro teoria, «una “collana di perle” infilate nel filo della teoria che andiamo a spiegare si compone di elementi – “perle” - disposti in ordine cronologico».



Ecco gli elementi:  

1)     La siccità e il caldo epocali di questa estate erano stati ampiamente annunciati;

2)     Nonostante le "raccomandazioni" della Presidenza del Consiglio,  il richiamo del capo  della Protezione Civile e  l’aggravante della sciagurata eliminazione del corpo forestale dello Stato, l’Abruzzo si presenta all’inizio dell’estate con un Piano Antincendi Boschivi privo di mezzi aerei, come la legge impone;

3)     i criminali appiccano i roghi sul Morrone;

4)     la macchina dell'emergenza parte con lentezza e inadeguatezza, elementi che peggiorano enormemente i termini del disastro;

5)     la reazione istituzionale della Regione è inadeguata e affidata inizialmente alle dichiarazioni via facebook di un assessore dalla tempestività imbarazzante - appena 6 ore dopo il primo rogo -- quanto inopportuna,  perchè nel suo post si legge già la direzione che  la politica intende assumere : il rimboschimento in deroga alla legge. Direzione confermata tre giorni dopo da D'Alfonso, con la convocazione della giunta e la richiesta dello stato di calamità per ottenere più di 300 milioni proprio per il rimboschimento.  La prima è che realizzando il rimboschimento in deroga alla legge è come dire ai criminali di incendiare tutti i boschi che vogliono; la seconda è che i boschi ricrescono da soli, col tempo che la natura impone. Oggettiva linearità istituzionale è il rispetto delle regole, che il “tempestivo” post di qualcuno, ha infranto, in nome di un amore assai perverso e discutibile  per la propria terra.  Piangeremo ma non saremo complici».


 

COSA DICE IL BOTANICO AURELIO MANZI

 


 

I rimboschimenti a conifere prevedono l’utilizzo di diverse specie: abete rosso, larice, cedri, ecc., ma soprattutto pino nero (Pinus nigra) poiché questa specie è molto frugale e rustica per cui cresce anche sui terreni poveri di suolo, rocciosi e molto acclivi.

 

I rimboschimenti a pino nero furono ideati e messi in atto proprio in Abruzzo alla fine dell’Ottocento e inizi Novecento dall’ispettore forestale Montanari. Questo utilizzò il pino nero di Villetta Barrea per rimboschire i versanti montani denudati ed aridi, a seguito del sovra pascolamento, sistemando il terreno in gradoni e terrazzamenti. Dall’Abruzzo questo metodo di rimboschimento si diffuse in tutta Italia.

 

Durante la prima guerra mondiale furono utilizzati i prigionieri austriaci per effettuare i rimboschimenti a pino nero di alcune aree dell’Appennino centrale. Specialmente nel secondo dopoguerra (anni 50) furono effettuati molti rimboschimenti a pino, specialmente per dare lavoro alle persone disoccupate nei centri montani e nel Sud Italia, o per prevenire frane e valanghe che minacciavano paesi o strade importanti.

 

I rimboschimenti a pino nero però presentano diverse controindicazioni.

 

 

-        Le pinete tendono ad acidificare i suoli con i loro aghi che, caduti sul terreno, non si decompongono facilmente. Dove ci sono le pinete le specie autoctone, in particolare le latifoglie (querce, faggio, carpini, ecc) non riescono a reinsediarsi facilmente, sia per le caratteristiche del suolo che per la carenza di luce.

 

        - Le pinete risultano facilmente infiammabili per la presenza di resina negli aghi e nei rami. Quando prendono fuoco le fiamme sono molto alte e difficili da domare. Peraltro anche il terreno ricco di pigne e aghi di pino facile esca del fuoco. I più grandi e pericolosi  incendi forestali in Abruzzo hanno sempre interessato le pinete di rimboschimento (Pineta di Roio a L’Aquila, pineta a Pino d’Aleppo delle gole di Popoli,  pinete a pino nero del versante settentrionale della Majella, ecc.). Anche gli incendi di quest’anno (Morrone e Gran Sasso a Vado Sole) hanno interessato rimboschimenti a conifere. I boschi di latifoglie, ove è presente un strato di sottobosco più sviluppato e la flora muscinale (muschi), riescono a trattenere più umidità di quanto facciano le pinete che si presentano più aride e più infiammabili.      

 

-        Nelle pinete invecchiate, si cerca di intervenire diradando i pini per permettere alla luce di arrivare al suolo al fine di favorire l’ingresso alle latifoglie, gli alberi che costituivano la primitiva copertura forestale. Per fare questo, la società deve pagare poiché le ditte forestali non vogliono attuare questi interventi di “riconversione forestale” avendo come unica ricompensa i tronchi che tagliano. Infatti il legno dei pini, a differenza di quello delle latifoglie (querce, faggio, carpini, frassini, ecc.), non ha alcun valore economico (nemmeno come legna da ardere) e pochissime richieste commerciali. Le nostre pinete, pertanto, da un punto di vista economico non presentano alcun interesse, nonostante gli esosi costi connessi al loro impianto. In passato i pini venivano sfruttati per ricavarne resina, attività oggi del tutto abbandonata. Potrebbero avere un valore con le centrali a biomassa.

 

-        nelle aree dove ci sono formazioni autoctone (del tutto naturali) di pino nero (che solitamente cresce solo nelle aree rupicole più scoscese e proibitive) come nel caso della Majella o dei monti del Parco d’Abruzzo (Camosciara) i pini introdotti nei rimboschimenti hanno un potenziale effetto negativo. Infatti se i pini reintrodotti provengono da altre varietà e popolazioni italiane o estere (Alpi, Balcani, ecc) possono ibridarsi con i pini locali con problemi di inquinamento genetico. È quello che forse sta succedendo ai pini della Majella (Fara San Martino, Caramanico).           

 

-        Effettuare oggi rimboschimenti a pino nero o con altra conifera è del tutto anacronistico e privo di valenze ambientali (anzi è controindicato).  Il bosco si sta ridiffondendo naturalmente attraverso i processi naturali (successione secondaria) che risultano piuttosto veloci. In pochi anni anche nelle aree bruciate, se non troppo acclivi o erose, il bosco tornerà naturalmente a costo zero e con le specie autoctone (latifoglie) che, peraltro, presentano un valore economico maggiore per le qualità del legno, la possibilità di pascolo per il bestiame, ecc. nonché per le ricadute ecologiche.

 

-        Oggi il rimboschimento naturale, conseguenza dell’abbandono delle tradizionali attività produttive (agricoltura, pastorizia) è un processo di grandi dimensioni spaziali che va assolutamente controllato e gestito per le forti implicazioni economiche ed ambientali che questo produce (pericolo di incendi, perdità della biodiversità, perdita dei pascoli, ecc.)

 

Si potrebbero ipotizzare alcuni rimboschimenti a pino nero (in considerazione della sua frugalità e capacità di adattarsi ai terreni poveri e particolarmente erosi) solo sui versanti rocciosi fortemente acclivi e poveri di suolo, magari sopra strade o abitati per favorire in maniera più veloce il ritorno del bosco allo scopo di stabilizzare i versanti per tutelare gli abitati sottostanti o le vie di comunicazioni da frane, alluvioni, valanghe ecc. In questo caso però le aree dovrebbero essere prima sistemate (gradonatura, raccolta di acqua, ecc) e poi ripiantumate. Comunque,  per fare questo, si potrebbero utilizzare anche alcune latifoglie autoctone molto frugali che si comportano come pioniere (allo stesso modo dei pini), come nel caso dell’orniello o del carpino nero.


Dott. Aurelio Manzi