REGALI AGLI AMICI

Bancarotta. Crac Dimafin da 450 mln euro, a giudizio 33 imputati

Il fallimento passò per la Tercas di Di Matteo

Redazione PdN

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Bancarotta da 450mila euro: chiesto processo per l’imprenditore amico della Tercas

Raffaele Di Mario

ROMA. Ci sara' un maxiprocesso a Roma, con 33 imputati, per il fallimento (pari a circa 450 milioni di euro) di una dozzina di societa', che facevano parte della holding Dimafin riconducibile al costruttore molisano Raffaele Di Mario, finito in manette nel 2011.

Lo ha deciso il gup, Bernadette Nicotra, che ha rinviato a giudizio lo stesso Di Mario, alcuni suoi stretti collaboratori, tra amministratori di singole societa' e prestanome, e dirigenti di istituti di credito (Unicredit Corporate Banking, Italease e Tercas) per reati che a vario titolo vanno dalla bancarotta fraudolenta per distrazione e preferenziale a una serie di reati fiscali.

La vicenda riguarda, in particolare, il crac, certificato dal tribunale di Roma tra il 2011 e il 2012, di Dimafin spa, Dima Costruzioni spa, Diemme Costruzioni spa, Belchi '86 srl, Dima Rent srl, Cos.Edi srl, Cogest srl, Stone Project srl, Pontente srl, Dima Tour, Superdim srl e Hotel Selene spa.

Il gup, che ha fissato al 30 maggio prossimo l'inizio dei dibattimento davanti alla nona sezione penale del tribunale, ha prosciolto due ex funzionari di Unicredit e disposto lo stralcio della posizione di Lino Nisii, ex presidente del cda di Banca Tercas.

Tra i rinviati a giudizio figura, invece, l'ex direttore generale della Banca Tercas, Antonio Di Matteo, gia' sotto processo per associazione per delinquere aggravata dalla transnazionalita', ostacolo all'esercizio delle funzioni di vigilanza della Banca d'Italia, appropriazione indebita e riciclaggio.

Secondo la Procura di Roma, dal 2005 al 2011, approfittando della sua posizione di vertice nell'istituto di credito teramano, Di Matteo avrebbe utilizzato il patrimonio e le potenzialita' finanziarie della Tercas ad esclusivo vantaggio proprio e di alcuni imprenditori amici. E Di Mario, per aver fatto parte di quest'ultimo gruppo, avrebbe ottenuto «ingenti finanziamenti con modalita' non rispettose dei protocolli istruttori adottati dalla Banca nei confronti di tutti gli altri clienti e che, all'esito del commissariamento, sono stati qualificati tutti come crediti di difficile recupero (ovvero 'ad incaglio e/o sofferenza') per un importo complessivo di 200 milioni di euro».

Insomma qualcosa molto più simile a regali che a prestiti. Del resto la pratica si è scoperto poi essere troppo di moda in moltissimi altri istituti bancari grandi e piccoli...