LA SENTENZA

Risarcimenti milionari, Terna perde in tribunale. Vittoria per Di Pasquale

La prima sentenza è sconfitta piena per il colosso dell’energia

Redazione PdN

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Risarcimenti milionari, Terna perde in tribunale. Vittoria per Di Pasquale

Antonio Di Pasquale

 

CHIETI. Lo scorso 21 dicembre sono arrivate a tempo di record, dal Tribunale di Chieti, in meno di un anno le prime sentenze che tutti aspettavano e che vedono coinvolte l’unico convenuto rimasto, il perito Antonio Di Pasquale, tecnico di parte, chiamato a rispondere dalla multinazionale un risarcimento danni di 50 milioni di euro (con 52 citazioni diverse).

Di Pasquale, secondo la società, avrebbe ostacolato la costruzione dell’elettrodotto Villanova – Gissi con le opposizioni alle immissioni in possesso dei terreni soggetti ad asservimento coattivo.

Si tratta di una serie di denunce dal sapore ritorsivo e volutamente eclatanti nell’importo forse per ingenerare timore e frenare ulteriori (e oggi legittime) proteste, come poi effettivamente accaduto.   

In sede civile la società ha intentato 46 cause,  41 al Tribunale di Lanciano e 5 al Tribunale di Chieti con richieste milionarie. La società alla prima udienza di ciascuna causa ha però abbandonato il contenzioso nei confronti dei proprietari terrieri con i quali ha raggiunto nel frattempo un accordo bonario per garantirsi la presa in possesso dei terreni necessari per la costruzione dell’impianto.

Le uniche cause ancora in piedi sono quelle contro Di Pasquale e contro i proprietari terrieri Franca Colanero ed Aurelio Del Bello.

Prima di Natale una prima svolta: il Giudice del tribunale di Chieti, con 5 sentenze diverse e 14 pagine ben circostanziate, ha dato ragione a Di Pasquale, respinto le domande di Terna e condannato la società a pagare tutte le spese.

«Resta l’amaro in bocca», commenta Di Pasquale, «malgrado la vittoria sia eclatante, memorabile come tutta la storia e per nulla scontata perché ottenuta in un'aula di Tribunale. Purtroppo spesso la giustizia arriva quando il danno, come nel caso in specie, è difficilmente riparabile e la punizione nei confronti del colpevole non sarà mai sufficiente per riparare il disastro dallo stesso fatto».

Il giudice ha dovuto verificare se la condotta del perito avesse effettivamente ostacolato i lavori e alla fine ha sposato la tesi di Di Pasquale ovvero che il ritardo nella messa in esercizio dell'elettrodotto non era da ricondurre all'opposizione dei cittadini ma ai vari problemi tecnico-amministrativo dell'imponente intervento.

Per difendersi il tecnico ha portato come esempio alcuni casi come quelli del sostegno numero 3 nel comune di Cepagatti o il sostegno numero 44 nel comune di Bucchianico mai oggetto di alcuna opposizione ma ben lontani dall'essere completati.

Così come il perito ha evidenziato che la società Terna in risposta ad una richiesta di annullamento in autotutela dei decreti di immissione in possesso aveva addebitato le colpe e le responsabilità alla società Abruzzoenergia che aveva curato il procedimento di autorizzazione.

Dunque anche in questo caso  i cittadini non c'entravano niente.

Il giudice ha contestato il fatto che Terna abbia quantificato i presunti danni senza mai  specificare, però, l’azione bloccante o il nesso causale.

I giudici si sono poi soffermati sull'intento legittimo di esercitare un diritto costituzionalmente garantito da parte di chi ha protestato.

 

Fondamentali anche i video di alcune contestazioni, già finiti nei processi penali. Il giudice evidenzia che le immagini non mostrano alcuna condotta diretta ad impedire l'esercizio da parte dei funzionari Terna e se ci furono momenti ‘caldi’  erano da imputare «alla condotta degli stessi funzionari.  I manifestanti non impedirono direttamente l'esecuzione delle operazioni tanto che il clima di tensione non degenerò e funzionari continuano a stare sul posto nel pieno esercizio delle loro funzioni».

Secondo il giudice, inoltre, Terna aveva i poteri per neutralizzare la presenza di Di Pasquale, «un solo soggetto» che poteva essere allontanato.

Dalle motivazioni emergono ulteriori indizi di come l’azione giudiziaria sia stata in realtà una mera ritorsione volta a fare pressione psicologica su molte altre persone che sono state più facilmente “convinte” ad accordarsi.

Nonostante la richiesta di danni quantificati in cifre chiaramente spropositate e fuori da ogni criterio di proporzionalità, il giudice non ha ritenuto di ravvisare una azione giudiziaria temeraria.