I VERBALI

Bussi e le pressioni sui giudici popolari. Romandini: «nessun tono per intimorire»

Dalla richiesta di archiviazione dell’inchiesta di Campobasso tutte le versioni a confronto

Redazione PdN

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CAMILLO ROMANDINI

Camillo Romandini, il nuovo giudice

ABRUZZO. Che cosa è realmente successo tra i giudici togati e le quattro donne della giuria popolare durante il travagliatissimo processo di Bussi? Quali frasi sono state davvero pronunciate in una cena per turbare chi, di lì a poco, avrebbe dovuto prendere una decisione importantissima sulle responsabilità penali relative a contaminazione e inquinamento?

Il tutto viene ricostruito con dovizia di particolari dagli inquirenti della procura di Campobasso che hanno dovuto verificare le accuse di induzione indebita, rifiuti di atti d’ufficio a carico del presidente della Corte d’Assise di Chieti, Camillo Romandini.

Dalla richiesta di archiviazione, firmata dal procuratore Armando D’Alterio, emergono numerosi dettagli e soprattutto molti punti fermi, i primi di questa storia controversa ed anche negata genericamente da molti soggetti, anche istituzionali.

Quello che emerge è che il tentativo di induzione, cioè di far pressione sui giudici popolari verificatosi durante la cena del 16 dicembre 2014 nel ristorante di una delle donne, non è mai più stato reiterato, nemmeno in camera di consiglio.

Rimane dunque un episodio unico ed estemporaneo.

Un episodio che secondo il procuratore non ebbe l’efficacia di modificare il giudizio nè la volontà di questi di giudicare secondo coscienza. Anche se alcune giudici dichiararono di essere rimaste molto turbate da quelle parole che adombravano conseguenze pesanti derivanti da un possibile errore giudiziario.

Turbamento vi fu ma non sufficiente e questo sarebbe provato anche dalla richiesta di visionare i documenti del processo (ma non fu possibile per ragioni non imputabili a Romandini). Questa volontà dimostrerebbe -per la procura di Campobasso- comunque un volersi autodeterminare nel giudizio.

Alla fine rimane, comunque, il dubbio sul perché Romandini avesse pronunciato quelle frasi e se, dunque, si sia trattato, come dice l’ipotesi accusatoria, di «un meditato tentativo di pressione, teso a sfruttare un dolente tasto, al fine di vestire di fittizia collegialità una decisione che si intendeva semplicemente imporre per scopi di auto-affermazione o per motivi di prossimità delle ragioni degli imputati, di cui nel testimoniale assunto si colgono impressioni», oppure si trattò semplicemente di una frase estemporanea detta magari inopportunamente ma senza alcuna intenzione ulteriore?

Il procuratore D'Alterio sostiene di trovare indizi sulla prima ipotesi, mentre la seconda è quella prospettata da Romandini.

Il processo è stato «vissuto come una tegola caduta addosso» sia per la delicatezza che per quanto accaduto, per esempio, con la ricusazione dell’altro giudice.

«Un' esperienza giudiziaria vissuta dai giudici popolari con giustificato sconcerto e sensibile disagio», viene descritto, «nella quale la formazione della decisione attraverso il contributo laico sembra inoltre un peso da sostenere anziché un obiettivo da perseguire convintamente, funzionale all'interazione tra la cultura giuridica e senso comune».

I giudici togati vengono elogiati più volte dal procuratore di Campobasso sia per il loro senso di giustizia, sia per come hanno condotto il loro dovere civile e per come si sono comportati all'interno di questa indagine. Deponendo e testimoniando con estrema precisione e quindi favorendo una precisa ricostruzione dei fatti.



LA CENA PRIMA E DOPO LE TEMPESTA

Il fatto intorno al quale ruota l’inchiesta di Campobasso è avvenuto tre giorni prima della sentenza, durante una conviviale organizzata dai giudici popolari alla quale partecipavano Romandini e Paolo Di Geronimo, giudice a latere.

Il fatto ruota intorno alle parole pronunciate da Romandini sulla possibilità di dover risarcire gli imputati condannati anche con il proprio patrimonio.

Tutte le persone interrogate raccontano l’episodio con sfumature, parole e versioni simili ma non uguali; tutte contribuiscono a delineare più precisamente il quadro.



LA VERSIONE DI GEREMIA SPINIELLO (presidente Tribunale di Chieti)

«Il collega Romandini mi ha detto, dopo gli esposti per cui è procedimento, su mia domanda, che ha parlato con i giudici popolari della tematica della responsabilità civile del magistrato ma solo a titolo di cronaca, facendo riferimento alla circostanza che nel periodo se ne parlava molto anche sui giornali, per cui i giudici gli avevano chiesto qualcosa in merito. Lui mi ha detto che aveva risposto facendo generico riferimento al dibattito parlamentare in cui si discuteva di una riforma della tematica. Io dissi al collega che il discorso in merito alla responsabilità civile non avrebbe avuto nessun senso nell'ambito del procedimento, atteso che le parti civili erano in numero di 50 e non meno interessate a far valere la responsabilità penale di quanto lo fossero nel contrario senso gli imputati. Romandini disse che, appunto, per questo motivo non avrebbe avuto senso un suo riferimento alla responsabilità civile nei confronti degli imputati. A domanda, preciso che Romandini, pur svolgendo al momento funzioni civili, ha una considerevole esperienza di giudicante penale avendo preceduto numerosi procedimenti anche per reati gravi per fatti di pubblica amministrazione nei confronti di autorità di spicco».



Il giudice a latere Paolo De Geronimo, pur essendo presente alla cena, non ricorda e non racconta dettagli su quelle conversazioni e gli eventi.



LA VERSIONE DI CAMILLO ROMANDINI

Il giudice sotto inchiesta ha trasmesso prima una relazione controfirmata alla Procura di Campobasso e, poi, è stata interrogato. In pratica il giudice afferma di non aver pronunciato le frasi esatte riportate sui giornali e, comunque, non con toni tali da creare turbamento.

«In quella serata caratterizzata da tali commendevoli rapporti umani, giammai il sottoscritto ha proferito frasi come quelle riportate insistentemente sui quotidiani e riferite da due componenti la giuria popolare e in ogni caso con toni tali da creare turbamento ad alcuno dei giudici popolari stesso, tanto più che ogni generico riferimento alla responsabilità civile era riferita alla nuova riforma interessante i giudici professionali nell'ambito della loro attività quotidiana, complessa e piena di insidie. Si è di contro fatto ancora richiamo alla responsabilità e gravità della decisione che si sarebbe andata di lì a poco ad assumere a prescindere da quale potesse essere…»

Ascoltato il 14 settembre 2015 Romandini poi precisa, dopo aver ascoltato le dichiarazioni dei giudici popolari,

«...riflettendo approfonditamente, è anche possibile che in quel contesto (…)posso anche aver ammesso, su espressa domanda, che le responsabilità risarcitorie del giudice possono presentare anche profili di incidenza immobiliare in un momento in cui, trovandosi nel contesto di quei luoghi, la circostanza potesse anche ricollegarsi alle pertinenze dell'esercizio in cui ci trovavamo, ma non ritengo, ovvero non ricordo, di aver fatto riferimento gli immobili della signora Martini (giudice popolare). In ogni caso la conversazione sul punto fu brevissima anche perché volevo evitare di approfondire il tema in un contesto inappropriato».

«Non meravigli, infine, il mio possibilismo sul contenuto del dialogo con la Martini su cui lei mi invita ad essere più preciso. Vivevo un imbarazzo che incideva sulla mia serenità, ed ora sul mio ricordo, dal momento che, contrariamente a quanto da me precedentemente appreso, era assente la cancelliera Grossi, la cui presenza avrebbe aiutato a conferire un carattere più formale alla cena, dalla quale mi sarei voluto allontanare nel momento in cui furono fatti i primi cenni alle tematiche della responsabilità civile che temevo potessero condurre al processo in corso. Per tale motivo avevo reiteratamente in precedenza trovato scuse per non partecipare a questa cena, cui addivenni solo ancora una volta, per evitare che un rifiuto potesse incidere sulla assoluta serenità dei giudici».

Il procuratore che scrive la richiesta di archiviazione evidenzia che l'indagato nega più l'incisività dei toni delle frasi di quanto non neghi effettivamente il contenuto, rimarcando subito dopo che ad ogni modo la tesi della responsabilità e, dunque, il pericolo concreto di pagare per un giudice popolare era più che remota e di certo non poteva influire la riforma che sarebbe stata approvata in seguito e non retroattiva.



LA VERSIONE DEL GIUDICE POPOLARE LETIZIA MARTINI

«Con riferimento a quella cena, ricordo che, dopo l'arrivo di tutti gli invitati, e prima ancora di metterci a tavola, il presidente Romandini, parlando con me, prima ha fatto dei complimenti per il locale in cui ci trovavamo e, poi, mi ha chiesto di chi fosse “tutta quella roba”, facendo riferimento gestuali all'immobile in cui eravamo. Peraltro gli avevo già detto che eravamo proprietari del residence e della pizzeria, che in esso insisteva, residence dove all'ultimo piano era anche la mia abitazione. Io ho risposto che era nostro - intendendo mio e di mio marito- e lui ha detto “se noi condanniamo per dolo, gli imputati dell'Edison, può succedere che loro si appellano e possono farci causa singolarmente ad ognuno di noi; a lei le va di giocarsi tutta questa roba? E, io gli ho risposto: “non mi interessa perché i beni sono di una società».

DOMANDA: Una frase del genere è mai stata ripetuta al presidente Romandini?

RISPOSTA. No

DOMANDA: Cosa ha pensato sentendo quelle frasi?

RISPOSTA: Mi sono chiesta se è come i giudici popolari venissero tutelati con riferimento all'eventuale responsabilità da danni senza però esternare questo pensiero.

DOMANDA: Questa frase l’ha condizionata in qualche modo?

RISPOSTA: No, diciamo di no.





LA VERSIONE DEL GIUDICE POPOLARE ROSSELLA BARCHIESI

«Con riferimento a quella cena ricordo che entrando nel locale il presidente Romandini si rivolse la signora Letizia Martini chiedendo se fosse lei la proprietaria e se l'intero stabile fosse suo. Le rispose tranquillamente di sì e lui replicò con una frase di cui non ricordo le parole testuali ma il concetto era “vuoi mettere a rischio tutto questo”. Io lo guardai costernata per capire se stava scherzando o se stava parlando seriamente ma lui proseguì con un tono che io percepii serio, affermando in sintesi che gli imputati erano delle persone importanti e che nel caso in cui avessimo deciso per una condanna, qualora fossero stati poi assolti, avrebbero potuto rivalersi sul nostro patrimonio. Lui parlava con la signora Letizia ma parlando guardava anche noi altri presenti. E, per quanto ricordi a questo discorso dovrebbero aver assistito i presenti, ivi compreso il giudice a latere… Ricordo comunque che a tavola affermò che in caso di appello degli imputati di decisione diversa dalla nostra essi si sarebbero potuti rivalere sul nostro patrimonio; preciso che il predetto utilizzo l'espressione “rivalersi sul nostro patrimonio”. Aggiungo che in questi discorsi il giudice a latere non intervenne per nulla…

DOMANDA: Queste frasi l’hanno condizionata in qualche modo?

RISPOSTA: Difficile rispondere, comunque posso dire che quella frase non è stata indifferente in quanto ho avvertito una tensione emotiva che ho poi continuato a percepire anche nei giorni successivi... ci pensavo sempre.

Anche in questo caso c'è la conferma che l'argomento non fu poi più toccato.

Invece se ne parlò spesso tra i giudici popolari anche dopo la sentenza e qualcuno confido di non sentirsi più serena come prima e che non capiva cosa stesse succedendo.



LA VERSIONE DEL GIUDICE POPOLARE MARGHERITA SBORGIA

«Ci è stato detto che noi giudici popolari avevamo analogo diritto di voto dei giudici togati ed avevamo anche le stesse responsabilità civili connessi alla decisione, senza entrare in ulteriori particolari. Questo discorso venne fatto dal presidente Romandini: il giudice togato era presente ma non interloquì su questo argomento. A sua domanda rappresento che non ricordo nello specifico quando venne fatto questo discorso nel corso di quella cena, certo è che eravamo seduti a tavola»



LA VERSIONE DEL GIUDICE POPOLARE SILVANA BUCCELLA

«Io e gli altri giudici volevamo capire se i fatti del processo meritassero una condanna o no. Ne venne fuori che essendo decorsi molti anni dalla commissione dei fatti, i reati erano prescritti. Ciò disse Romandini nel corso della cena aggiungendo che gli articoli di legge ci dovevano portare a quella decisione.

DOMANDA: Si parlò o meno di possibili conseguenze per il giudice a seguito di una eventuale condanna?

RISPOSTA: Il presidente Romandini disse che noi dovevamo giudicare secondo legge, tenendo presente che, se avessimo condannato gli imputati e questi ultimi avessero fatto una causa contro di noi per sapere il motivo della condanna, noi avremmo dovuto rispondere in prima persona, giustificando perché li avevamo condannati…. ciò che ricordo con un'assoluta precisione è che il Presidente disse che se noi condannavamo gli imputati loro poi si sarebbero potuti rivalere su tutti noi giudici».



A conti fatti la “conviviale” del 16 dicembre giunse alla fine di un periodo delicatissimo perchè il lungo processo dopo anni giungeva al termine e perchè nei precedenti due mesi voci variegati sul verdetto agitarono i sonni di molti protagonisti e dell’argomento ne parlarono molto indicando di volta in volta anche particolari ad oggi non verificati.

Tre giorni dopo quella cena ci sarebbe stata la lettura del dispositivo e la conferma che quanto si diceva sul verdetto era corretto.

Ma quello fu solo l’inizio di una nuova tempesta che non si è ancora placata.

L’ennesimo scandalo nello scandalo di Bussi.



a.b.